I CONFINI INVERTITI TRA CENTRO e PERIFERIA

I CONFINI INVERTITI TRA CENTRO e PERIFERIA

Il caso più clamoroso è Roma. Il centrosinistra, con Roberto Giachetti, tiene bene (33-34%) nel centro storico, nell’area elegante-borghese-benestante tra Tridente e Prati e in un altro quadrante del benessere, Parioli-Nomentano, mentre tutte le periferie guardano al Movimento Cinque Stelle e a Virginia Raggi. Il colpo d’occhio, scrutando la mappa, rende plasticamente il distacco tra il Pd erede dei Democratici di Sinistra, del Pds e quindi del Pci, e le zone più popolari. Raggi vola a Ostia al 43,6% e Giachetti arranca al 19,1, a Tor Bella Monaca Raggi al 41,2 e Giachetti distante al 17,3 e si potrebbe continuare. Il Pd dialoga con la borghesia, i professionisti, col mondo dei circoli e dei salotti ma perde nella Roma più difficile. Capita sempre così, quando a Roma la sinistra si «autoreferenzializza». Nel 1985, dopo nove anni di giunte di sinistra troppo sicure di loro stesse, furono le periferie a restituire il Campidoglio alla Dc. Nel 2008 furono sempre le periferie a votare più per Gianni Alemanno e assai meno per lo sfidante, l’ex sindaco Francesco Rutelli, percepito come un ritorno e non come una novità. E Alemanno vinse.

Lo schema funziona anche nelle altre città coinvolte in questa competizione. A Milano, il centrosinistra ha il 42,2% nel centro-zona 1 ma perde complessivamente cinque municipalità su nove rispetto al 2011, inclusa la zona 9, Niguarda–Dergano, sempre governata dal centrosinistra, anche quando a palazzo Marino regnava il centrodestra.

Torino conferma l’addio delle «aree difficili» al Pd e al centrosinistra: nel centro storico il sindaco uscente Piero Fassino (ex segretario dei Ds) naviga su un solido 50% e più, mentre Chiara Appendino del M5S si ritrova al 22%, ma basta attraversare le periferie per individuare una Torino opposta, spesso con Chiara Appendino in vantaggio.

A Bologna (e parliamo di una città che per decenni ha legato il proprio nome alla sinistra, quando l’Italia era democristiana, la città era «La Rossa» per eccellenza) il fenomeno è lo stesso. Il centrosinistra con Virginio Merola si è ripreso il quartiere di Santo Stefano, per anni bacino del centrodestra, ma nelle altre periferie c’è molto sostegno a Lucia Borgonzoni, candidata del centrodestra. Per questo Merola ha già pronto un comizio in quel della Bolognina, in piazza Unità, proprio nel tentativo di riaprire un dialogo anche puntando sui simboli.

I centri storici e le aree più economicamente sicure sembrano insomma individuare nel centrosinistra un interlocutore rassicurante e, in qualche modo, «somigliante» al proprio modello di vita. Le periferie invece inseguono uno strumento politico di negazione, di dissenso. Spiega lo storico e politologo Giuseppe Vacca, studioso del marxismo e direttore della Fondazione Istituto Gramsci: «C’è un fenomeno, non solo italiano e non solo europeo, che spinge comunque alla protesta elettorale contro ciò che rappresenta il potere e l’istituzione. Ma poi c’è un fenomeno tutto italiano che spiega bene ciò che è accaduto in questa tornata elettorale». E sarebbe, Vacca? «Gli attuali partiti politici tutti ”nuovi” e i sindacati, invece strutturati su identità ideologiche della Prima Repubblica, non dialogano più. E lo sganciamento della dimensione sindacale dai partiti che erano di riferimento, sul territorio, ha il suo prezzo. In più i partiti, incluso il centrosinistra, si organizzano e comunicano sempre di più grazie alle reti d’opinione. Quindi con chi è già incluso, il ceto medio. E chi resta fuori, gli esclusi, votando protestano, manifestando frustrazione, negatività. Dunque una modalità di essere “anti”, con qualsiasi mezzo…».



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