Dall’altra parte della gabbia

Dall’altra parte della gabbia

L’ epilogo drammatico della vita di Harambe, il gorilla di pianura occidentale — specie a rischio di estinzione — ucciso nello zoo di Cincinnati dopo che un bimbo di 3 anni era caduto nel fossato in cui l’animale viveva, ha portato allo scoperto il disagio che sempre più persone provano alla vista di un primate in gabbia. «Non possiamo più trovare giustificazioni alla loro detenzione», scrive il New York Times raccogliendo le voci di un gruppo di studiosi. E uscendo dagli istituti di ricerca, il clima è lo stesso: anche stare dall’altra parte della gabbia — dalla parte di quelli che guardano — è diventato scomodo. Su Twitter l’hashtag con il nome del gorilla ha raccolto migliaia di commenti (al netto delle invettive contro la disattenzione colpevole della madre del bimbo): «Lo zoo ha preso la decisione giusta? Sono indecisa sulla questione». «La morte di Harambe cambierà qualcosa?». «Trovo folle che le persone siano più empatiche verso un gorilla che verso un bambino».

A un anno e mezzo dalla sentenza della Corte di Buenos Aires che ha riconosciuto all’orango Sandra lo status di «persona – non umana», con il diritto ad essere liberata perché «illegittimamente detenuta», il dibattito sui nostri obblighi etici verso gli animali è cresciuto. La petizione online «Giustizia per Harambe» ha raccolto 500 mila firme; un’altra petizione che chiede una legge per punire i visitatori negligenti che provocano danni negli zoo ha superato le 200 mila. La foto di Harambe postata su Instagram dalla Peta con la scritta «la cattività non è mai accettabile» è stata condivisa 16 mila volte.

La liberazione di decine di tigri malconce dal tempio buddista di Kanchanaburi, in Thailandia, va nella stessa direzione: i monaci erano arrivati a narcotizzarle perché i turisti potessero farsi il selfie con la tigre. Se c’è un limite di decenza alle sofferenze che possiamo infliggere agli animali, qui è stato superato.

Solo un’ondata emotiva destinata a spegnersi in fretta? Paola Cavalieri, la filosofa italiana che con Peter Singer lavora al progetto Grande Scimmia per estendere a scimpanzé, gorilla e oranghi i diritti umani fondamentali, è convinta di no. È il nostro sguardo che sta cambiando, «le reazioni alla morte di Harambe dimostrano che quando osserviamo una grande scimmia cominciamo a vedere noi stessi sotto la pelle di un’altra specie». Ecco perché l’abbattimento del gorilla fa tanto discutere: il confine che separa il bimbo caduto nel fossato dall’animale che in quel fossato abitava si è fatto più sfumato, «avreste dovuto trattarlo come uno di noi, non fare subito il Far West: è questo il senso della protesta contro il modo in cui lo zoo si è mosso», dice Cavalieri.

«I nostri atteggiamenti verso gli animali stanno cambiando, ma rimangono confusi, contraddittori, incoerenti», scrive Peter Singer sul Los Angeles Times . Chi ora si indigna «dovrebbe riflettere su situazioni meno eclatanti, dove la scelta di uccidere è meno giustificabile, si tratti di sport, moda o perché la gente preferisce un cibo piuttosto che un altro». Situazioni meno eclatanti come quella dei nostri animali domestici, reclusi pure loro, non negli zoo, ma negli appartamenti di città: le conseguenze del prendere sul serio gli animali comportano la rimessa in discussione di un’infinità di cose.

«Ma un conto è imprigionare per trarre vantaggi economici, in nome del paradigma che ci vede padroni dell’universo, un altro è tenere gli animali in casa per proteggerli dai pericoli esterni», riflette Cavalieri, assolvendoci. E a lenire i sensi di colpa per il gatto agli arresti domiciliari c’è il dossier pubblicato da Animal Ethics: in Gran Bretagna 55 miliardi di uccelli vengono uccisi ogni anno dai gatti domestici, che hanno provocato l’estinzione di 33 specie di volatili. Farli uscire è criminale, è la sintesi del rapporto.

Agire bene con gli animali è la cosa più difficile. «Ma ogni ondata di sdegno è un mattone su cui costruire un futuro diverso — chiude la filosofa Cavalieri —. New Scientist, che non è certo una rivista animalista, ha pubblicato un mio articolo in cui sostengo la necessità, negli stati africani, di territori in cui gli elefanti siano sovrani, tutelati dal diritto internazionale, per proteggerli dal bracconaggio. Solo un paio di anni fa, chi lo avrebbe ritenuto possibile?».



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