Fasce e frecce tricolori

Fasce e frecce tricolori

Celebrare con la sfilata delle Forze Armate la Festa della Repubblica sta diventando sempre di più un esercizio retorico e anche un po’ tronfio. Il 2 giugno è una ricorrenza civile, non una festa militare. Le Forze Armate hanno già la loro «giornata» (il 4 novembre) e la Costituzione della nostra Repubblica recita all’articolo 11: «L’Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle crisi internazionali».

Festeggiare la Repubblica all’insegna dell’esibizione militarista non è mai un bel segno: lo fanno di solito – per la loro festa nazionale – i Paesi con un forte imprinting nazionalista e soprattutto i regimi autoritari. Quest’anno, per cercare di prevenire le critiche, alla parata del 2 giugno verranno fatti sfilare qualche decina di sindaci con la fascia tricolore.

Una sorta di gadget civile prima di vedere sfilare mezzi militari e battaglioni armati. Forse i sindaci avrebbero fatto meglio a rimanere nei loro municipi, aprendo le porte i cittadini e regalando loro una copia della Costituzione, che continua a rimanere la carta d’identità della nostra comunità. Meno male che ci hanno risparmiato i marò (come sembrava invece fino a qualche giorno fa): sarebbe stata una strumentalizzazione inaccettabile.

Dal 2010 ad oggi abbiamo buttato al vento più di 15 milioni di euro per la sfilata militare del 2 giugno. Con gli stessi soldi, 2mila volontari in servizio civile avrebbero potuto assicurare per quasi un anno importanti servizi sociali a disabili, minori e anziani. E con gli stessi soldi avremmo potuto mettere in sicurezza una cinquantina di scuole nelle zone sismiche. Ma evidentemente sono più importanti le frecce tricolori e il rumore degli scarponi ai Fori Imperiali.

Il 2 giugno è la «Festa della Repubblica che ripudia la guerra», hanno dichiarato le organizzazioni della campagna «Un’altra difesa è possibile» (Rete Disarmo, Sbilanciamoci!, le organizzazioni del servizio civile, il Tavolo Interventi Civili di Pace), chiedendo a Mattarella la sospensione della parata. Il Presidente non ha risposto. E anche la ministra della Difesa, Roberta Pinotti non ha mai risposto ai pacifisti che vogliono incontrarla da più di due anni: forse teme il confronto o forse la condiziona il suo passato da marciatrice pacifista a Porto Alegre e alla Perugia-Assisi. Ora frequenta ben altre marce.

In passato la parata militare è stata sospesa in più di un’occasione, come ad esempio nel 1976 (per rispetto delle vittime del terremoto in Friuli) e negli anni successivi. Fu reintrodotta da Ciampi nel 2000, in un ritorno di retorica patriottarda. Mentre il lavoro – a fondamento della nostra Costituzione – continua a mancare, il progetto da 16 miliardi di euro degli F35 va avanti, la Finmeccanica fa affari d’oro e la spesa militare nel 2016 dei Paesi europei (tra cui l’Italia) aderenti alla Nato è cresciuta rispetto al 2015.

Non c’è niente da festeggiare con una parata, quando si costruiscono cacciabombardieri che possono sganciare ordigni nucleari o quando aumentano le spese militari. Sfilare il 2 giugno con le armi mentre tutto l’anno disoccupati, cassintegrati e giovani sfilano nelle piazze per chiedere lavoro e il rispetto dei diritti sociali della Costituzione non è una gran cosa. Di fronte a quasi il 12% di disoccupati (tra cui 2 milioni di giovani), a migliaia di anziani che rinunciano a curarsi per mancanza di soldi e a oltre il 15% di giovani che smettono di studiare prima della fine della scuola dell’obbligo, il 2 giugno dovrebbe essere ricordato con maggiore sobrietà e sensibilità. E non con lo sfarzo militaresco di una parata anacronistica.



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