Lo sterminio dei Pascià e le colpe (ora ammesse) della Germania

Lo sterminio dei Pascià e le colpe (ora ammesse) della Germania

Il Bundestag ha riconosciuto, con voto quasi unanime, i massacri degli armeni nel 1915 da parte degli ottomani come un genocidio. Il presidente turco Recep Erdogan ha subito condannato con forza il fatto e ritirato il suo ambasciatore a Berlino. Per una questione di cent’anni fa, si apre una tempesta diplomatica tra Ankara e Berlino, soprattutto non molto dopo l’accordo tra Unione Europea e Turchia sui rifugiati, propiziato da Angela Merkel. Attraverso l’intesa, Ankara ha acquisito una centralità nella politica europea quale scudo ai flussi di migranti e rifugiati: una funzione discutibile, ma che riduce assai la pressione migratoria. Tra l’altro, Germania e Turchia sono legate da un interscambio commerciale che vede l’economia tedesca al primo posto in Anatolia. Ci sono poi in Germania più di 1 milione e 500 mila turchi residenti e altrettanti con passaporto tedesco. Perché questa decisione «impolitica» della Germania, che si era invece manifestata molto realista verso la Turchia? È proprio un’espressione tipica delle democrazie europee che, pur praticando il realismo della politica, non sono dominate solo da questa logica. L’ha mostrato il voto del Bundestag, ben al di là della maggioranza di governo.

I tedeschi sono ovviamente sensibili alla tematica dei genocidi, anche se la Shoah e Metz Yeghern (il Grande male degli armeni) sono vicende storiche diverse. Non si può dimenticare che i tedeschi furono presenti in Turchia e alleati dell’impero nella Prima guerra mondiale. Hitler, alla vigilia dell’invasione della Polonia, nel 1939, avrebbe detto, per sminuire i suoi progetti genocidari: «Chi si ricorda oggi dello sterminio degli armeni?». Invece in Germania si conosceva il dramma armeno. Si tenne nella capitale tedesca, nel 1921, un processo al giovane armeno, Soghomon Tehlirian, che aveva assassinato a colpi di pistola Talaat Pascià, fuggito a Berlino dopo la disfatta ottomana. Talaat, Enver e Cemal avevano formato il triunvirato di «Giovani turchi» (il movimento nazionalista) che aveva portato l’impero in guerra. Sotto la loro direzione, erano avvenute le stragi e le deportazioni degli armeni verso il deserto siriano. Morirono anche altri cristiani ottomani, come siriaci o caldei (senza alcuna velleità nazionalista). Nel suo diario, l’ambasciatore americano a Istanbul, Morghentau, ricorda di aver difeso l’innocenza degli armeni con Talaat e di aver ricevuto da lui questa risposta: «Gli innocenti di oggi possono essere i colpevoli di domani». L’epurazione etnica degli armeni era una terribile misura preventiva. Finiva un tessuto di convivenza tra musulmani e cristiani, durato secoli, che costituiva una originalità del mondo ottomano.

Il processo a Tehlirian fu un atto d’accusa verso i turchi con l’audizione di testimoni tedeschi e armeni. Si concluse con l’assoluzione dell’imputato, che aveva perso la famiglia nelle stragi. Emersero pure complicità e indifferenze da parte dei militari tedeschi di fronte alla deportazione e all’assassinio degli armeni. Spesso la documentazione tedesca è una delle prove dei massacri. Il Bundestag ha riconosciuto la corresponsabilità della Germania, che «non provò a fermare questi crimini contro l’umanità». Non fecero così tutti i tedeschi. Alcuni ebbero forte sensibilità al dramma armeno: così il pastore protestante Johannes Lepsius, autore di un rapporto segreto sui massacri nel 1916 o il militare Armin Wegner, che ha lasciato una drammatica serie di fotografie (prese di nascosto) degli armeni stremati nel deserto siriano di Deir el Zor.

Da parte turca si nega la realtà storica del genocidio. Secondo gli storici turchi, i morti armeni nel 1915 sono stati dai 200 mila agli 800 mila, mentre la storiografia internazionale (in genere) parla di 1 milione e 500 mila. Per i turchi la morte degli armeni è uno dei vari terribili episodi durante la guerra, non un caso particolare. Anche la popolazione turca sarebbe perita (pure ad opera di rivoltosi armeni). Il 24 aprile 2014, anniversario del genocidio armeno, il primo ministro Erdogan ha inviato le condoglianze ai nipoti dei caduti armeni, chiedendo di «ricordare questo periodo doloroso con una memoria giusta». È un’attenuazione di un atteggiamento rigido, non il riconoscimento del genocidio. La Turchia attuale ha però una variegata opinione pubblica: non molto tempo fa un nipote del triunviro Gemal ha riconosciuto il genocidio degli armeni, inchinandosi al memoriale del genocidio in Armenia. Non tutta la storiografia turca è schierata in senso negazionista: nel 2008 un testo di richiesta di perdono agli armeni, promosso da uno storico turco, ha raccolto 30 mila adesioni di turchi. Forse è venuto il momento di superare le rigidità e la storiografia polemica. Vive in Turchia una comunità armena di circa 50 mila persone, mentre recenti immigrati armeni lavorano nel Paese. La questione del genocidio si riverbera però sui rapporti tra Armenia e Turchia, confinanti tra loro. La chiusura della frontiera manifesta ancora l’irriducibilità tra i due mondi.



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