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Rivoluzione Appendino Fassino si deve arrendere

Dopo ventitrè anni crolla il sistema basato sull’alleanza tra grande azienda e sinistra Le insofferenze nel Pd verso un gruppo dirigente da troppo tempo uguale a se stesso

PAOLO GRISERI, la Repubblica • 20/6/2016 • Copertina, Politica & Istituzioni • 586 Viste

Torino. Appendino 54,6, Fassino 45,4. Così finisce il Novecento a Torino: sedici anni dopo il calendario e cinque prima di quanto previsto dal centrosinistra. È bastata la spallata di una signora bocconiana di 32 anni per far crollare il Sistema Torino, l’alleanza tra produttori, l’asse tra grande azienda e sinistra riformista che governava la città della Fiat dal 1993. I dati dicono che quello della candidata 5 stelle è stato un vero e proprio sfondamento. Con un’affluenza assai vicina a quella del primo turno, vince la rivolta dei quartieri periferici contro le aree benestanti del centro, in un rovesciamento della divisione sociale tradizionale del fordismo che cancella gli insediamenti della sinistra negli strati popolari e riduce il Pd nelle aree di Torino che maggiormente hanno beneficiato dell’idea di città-vetrina a vocazione turistica, uno dei cavalli di battaglia della giunta Fassino.

La notte di Torino è quella del crollo di un’alleanza sociale per l’indebolirsi dei due pilastri su cui si reggeva: la grande industria e i suoi dipendenti. Cinque anni di cassa integrazione per molti dei dipendenti Fca e dell’indotto, la fine del modello del posto sicuro hanno finito per rendere superata quell’alleanza che aveva tenuto insieme il vecchio Pci di Fassino, i liberali di Valerio Zanone e i repubblicani di Susanna Agnelli.

Uno schema d’altri tempi che ha finito per mostrare la corda. Nei suoi cinque anni di governo della città Piero Fassino ha perso 90 mila voti, dieci al giorno. Eppure le trasformazioni ci sono state nonostante la crisi e il taglio ai trasferimenti. La scommessa del centrosinistra torinese ha fallito il calcolo dei tempi: «Piero farà il traghettatore per cinque anni e individuerà un successore», dicevano i dirigenti del Pd nel 2011. Ma l’operazione è fallita. Incapace di trovare al suo interno un nuovo gruppo dirigente, il vertice del centrosinistra ha finito per diventare sistema da abbattere.

Chiara Appendino ha raccolto una pera che maturava da tempo e l’ha staccata con relativa facilità dall’albero. Anche all’interno del Pd non sono mancate le insofferenze verso un gruppo dirigente della città da troppo tempo uguale a se stesso. «Quelli di Torino non ci hanno ascoltato», diceva dieci giorni fa, con la garanzia dell’anonimato, un dirigente del partito a Borgo Vittoria, zona semiperiferica di tradizionale insediamento operaio. L’idea di definire «quelli di Torino» i vertici di un’amministrazione distante quattro chilometri in linea d’aria dà la misura del distacco. Nel 1975, quando conquistò per la prima volta il Municipio, la sinistra torinese aveva ricucito la città portando in periferia, nei quartieri dormitorio sorti vicino alle grandi fabbriche, spettacoli, servizi, trasporti. Oggi Appendino si propone un programma analogo. E, clamorosamente, per la città che arriva dal fordismo, propone un’alleanza sociale con le piccole aziende e gli artigiani. Anche per questo conquista voti alla Falchera, quartiere di casermoni oltre la tangenziale, dove i precari hanno sostituito gli operai e gli anni Settanta rivivono solo per il nome di Tonino Micciché, scritto sullo striscione degli abusivi che occupano le case popolari ricordando un leader delle lotte per l’alloggio di quarant’anni fa.

Fassino ha governato male? Non lo dice nemmeno Appendino. Ma in uno dei cartelli del suo spot elettorale scrive: «Torino, città divisa in due». Lo tsunami dei 5Stelle è talmente oltre il Novecento che non pesa nemmeno il rito della divisione a sinistra, con Sel che si frantuma e in gran parte sceglie un candidato sindaco, Giorgio Airaudo, che al primo turno fa il 3,5%. Il segnale, quel risultato, che il tentativo di portare a sinistra una parte della rabbia delle periferie, è fallito. Troppo ghiotta l’occasione di convergere sulla candidata dei 5 Stelle.

In tutto questo può certamente aver giocato il voto contro Renzi. Ma solo in seconda battuta. «È un errore – dice il parlamentare pd Stefano Esposito – risolvere i problemi aperti da questo voto con una resa dei conti interna anche in una città in cui tutti riconoscono che si è governato bene». Da oggi queste sono questioni che riguardano l’opposizione.

 

 

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