Torino

Torino: Fassino trema, Appendino spera. La sinistra litiga

In una riunione molto accesa a margine del primo voto la sinistra si è in realtà divisa tra chi voterà Chiara Appendino, chi Fassino e chi non andrà al voto o voterà scheda bianca

Marco Vittone, il manifesto • 18/6/2016 • Copertina, Politica & Istituzioni • 670 Viste

TORINO Gli ultimi tagli di nastro in cantieri che sembravano infiniti, un’aggressività inedita rispetto al primo turno e la promessa di nuovi posti di lavoro, 20mila per l’esattezza. Piero Fassino, sindaco uscente della città della Mole, alla vigilia del ballottaggio, mostra i muscoli, sa di non avere la vittoria in tasca. I sondaggi (segreti) confermano l’incollatura tra i due candidati, divisi da circa 8 mila preferenze. Pochi, troppo pochi per dormire sonni tranquilli. Decideranno l’esito del voto l’affluenza e le «due città», secondo la definizione dell’arcivescovo Cesare Nosiglia, ovvero quella che sta bene nonostante la crisi e quella «invisibile», che vive nelle periferie di Torino. Una visione che al candidato Pd non piace, tanto da negare in un dibattito televisivo i dati della Caritas sui 100mila poveri nella metropoli sabauda.

Il risultato è, dunque, incerto e la sfida sarà combattuta fino alle ultime ore. Tra i Cinquestelle si scommette su una «sorpresa» sotto la Mole Antonelliana. Chiara Appendino può contare sul 30,9% dei voti raccolti al primo turno, un risultato radicato soprattutto nelle periferie. Ma da solo non basta: deve convincere gli indecisi e attrarre i voti della sinistra e della Lega Nord, due elettorati inconciliabili. Ecco perché su questo argomento ha mantenuto un profilo basso, cercando di dribblare l’imbarazzo per endorsement non richiesti come quello dell’ultrà del Carroccio Mario Borghezio. Pesa, inoltre, sulle elezioni torinesi, come altrove, anche un riflesso nazionale, un voto sul governo Renzi.

Fassino, che ha incassato il sostegno del banchiere Enrico Salza ma anche del costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, ha chiuso la campagna elettorale giovedì sera con Giuliano Pisapia e il giorno dopo ha annunciato un «patto per il lavoro» realizzato attraverso un investimento da 4 miliardi di euro in opere pubbliche che porterà 20 mila nuovi posti. Un’uscita contestata dall’avversaria: «Promettere posti di lavoro, calcolati su investimenti ipotetici perché non ancora stanziati è irresponsabile, soprattutto a poche ore dal voto. Lavoreremo duramente per trovare gli stanziamenti e le risorse necessarie», ha aggiunto Appendino. «I cittadini meritano rispetto soprattutto quando si parla del loro futuro. I torinesi non hanno bisogno di inaugurazioni ad orologeria, ma di risposte concrete ai loro bisogni».

La candidata Cinque Stelle immagina una Torino senza periferie, grazie a un decentramento di servizi come scuole, ospedali, centri culturali, per contrastare il fenomeno della ghettizzazione sociale. Fassino, che ha inaugurato il sottopasso di piazza Statuto e i lavori della talpa per l’ultimo tratto di metropolitana, controbatte: «Il programma della Appendino è un cartello di No. Io punto su una Torino grande e loro su una Torino molto più piccola». Divisi anche sul Tav, che l’ultimo segretario dei Ds difende a spada tratta.

La sinistra di «Torino in comune» capitanata da Giorgio Airaudo, reduce da un risultato negativo (solo il 3,7%) al primo turno, ha incontrato i due candidati e ha confermato la propria decisione di non dare indicazioni di voto per il ballottaggio ma senza «rinunciare a lavorare per la città di Torino e per la sinistra». Sarà in consiglio rappresentata da Eleonora Artesio, ex assessore alla Sanità in Regione Piemonte. In una riunione molto accesa a margine del primo voto la sinistra si è in realtà divisa tra chi voterà Chiara Appendino, chi Fassino e chi non andrà al voto o voterà scheda bianca.

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