«Soft target e religione nella strategia di Daesh»

Intervista. Parla Arturo Varvelli, responsabile Osservatorio terrorismo dell’Ispi

Carlo Lania, il manifesto • 27/7/2016 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi • 855 Viste

«Daesh vuole una radicalizzazione dello scontro, punta a separare la comunità occidentale da quella islamica provocando una reazione dell’estrema destra. Così crea un doppio nemico che si autosostenta: Daesh ha bisogno del nemico di destra così come il nemico di destra ha bisogno della stato islamico». Arturo Varvelli è responsabile dell’Osservatorio terrorismo dell’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), ed esperto di fondamentalismo.

La scelta di una chiesa cattolica come obiettivo può rappresentare in qualche modo un salto di qualità?

E’ molto difficile capire se si tratti di una strategia oppure no. L’unica cosa che possiamo fare è guardare alla propaganda di Daesh e vediamo che c’è un’attenzione particolare verso due punti. Uno riguarda i soft target di cui si è discusso molto. Gli obiettivi non sono più i grandi simboli, altamente difesi, ancor di più Charlie Hebdo. Puntare su obiettivi minori serve ad allargare le maglie della sicurezza, far sì che ci si senta tutti insicuri provocando sulle comunità occidentali un forte impatto politico e sociale. E la scelta della chiesa rientra in questo strategia. Il secondo punto è un’attenzione rinnovata del Califfato verso la religiosità, che utilizza come elemento d propaganda. Basta ricordare un numero di Dabiq di un anno e mezzo fa con in copertina il Vaticano. Che in quel caso non rappresentava solamente Roma e San Pietro, ma una sorta di tentativo di ispirazione a colpire i luoghi religiosi.

Almeno uno degli attentatori questa volta era un personaggio ben conosciuto ai servizi francesi. Aveva tentato di andare a combattere in Siria, era stato in carcere fino a marzo scorso. Dopo Nizza siamo di fronte a un’altra possibile falla del sistema di sicurezza francese?

Sembrerebbe di sì. Ci sono due cautele da usare: prima della prigione aveva tentato di raggiungere la Siria, forse non era stato reputato come un personaggio di primo livello ed è stato messo in carcere dove probabilmente ha completato la propria radicalizzazione. Se fosse così sarebbe certamente una falla del sistema. Possiamo anche dire che per i francesi è una situazione particolarmente difficile anche perché dal punto di vista numerico hanno parecchie persone da controllare e non è certamente una cosa facile. Mi pare che da questo punto di vista il caso belga e quello francese siano molto accomunabili.

Torniamo sulla scelta della chiesa. Un obiettivo così altamente simbolico quando finora si sono sempre colpiti luoghi laici. Questa volta l’attentato può provocare una reazione? In Francia si discute molto sui rischi di una possibile guerra civile.

Penso che questo sia chiaramente uno degli obiettivi di Daesh, che punta punta a una sorta di doppia radicalizzazione o radicalizzazione reciproca. Mentre chiede ai cittadini di fede e di cultura islamica di radicalizzarsi compiendo attentati, infilano un cuneo tra il «noi» inteso come comunità occidentale e il «loro» inteso come comunità islamica. E’ esattamente ciò che desiderano. E’ un fenomeno che comincia a essere studiato profondamente. Lo abbiamo visto in Germania dove gruppi neonazisti sono andati sui luoghi degli attentati a inscenare proteste. Tutto questo crea un consenso per le destre radicali ed è quello a cui punta Daesh. Così si crea un doppio nemico che si autosostenta: Daesh ha bisogno del nemico di destra e il nemico di destra a bisogno di uno stato islamico. Ogni volta che c’è un attentato sono voti guadagnati alla destra. Daesh punta a creare fratture nello mondo occidentale descrivendo invece se stesso come campione dell’islam.

Ricorre sempre più spesso la parola guerra. E cosi, siamo in guerra?

Non credo e chi dice che siamo in guerra dovrebbe spiegarci contro chi. Il termine guerra fa presupporre che lo siamo contro l’islam, ma non è così. Credo piuttosto che parlare di guerra sia un paravento usato da alcuni politici che devono rispondere all’opinione pubblica per spiegare una situazione dalla quale non si riesce a venirne a capo.

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