Ad altezza d’uomo

Reportage. Un giorno di protesta del movimento Black Lives Matter per Redel Jones uccisa a sangue freddo dalla polizia di Los Angeles e per tutte le altre «esecuzioni» indiscriminate

Luca Celada, il manifesto • 17/7/2016 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Internazionale • 579 Viste

LOS ANGELES  Martedì di sole: l’estate rovente di questa America 2016 stamane passa da questa piazzuola davanti alla centrale di polizia, l’imponente grattacielo di vetro e cemento, quartier generale del Los Angeles Police Department. L’entrata stamattina è bloccata dalle transenne dietro le quali una cinquantina di agenti fa fronte ad una folla di numerose centinaia di persone che coi pugni in aria scandiscono «Not one more!» («nemmeno uno di più!») e «Black Lives Matter Now!», accompagnati da tamburi e fischietti. Dietro lo sbarramento, nella sala del police commission, si riunisce la commissione permanente di vigilanza che sorveglia l’Lapd – dovrebbe farlo, almeno – per sovrintendere e sancire eventuali abusi. Il lavoro non manca; ad oggi quest’anno la polizia a LA., notoria come una delle più aggressive d’America ha ucciso 9 persone.

Nel 2015 la conta era giunta a 21 ammazzati a colpi di pistola (altri 15 feriti) e fra quelle vittime c’è stata Redel Jones la cui morte è stata indagata dal dipartimento e come prevede il regolamento, passata al vaglio della commissione che oggi comunica la decisione in merito. Black Lives Matter ha mobilitato la folla che chiede giustizia. I fatti risalgono allo scorso agosto quando viene segnalata un rapina in un centro commerciale di Crenshaw, quartiere nero, South LA. Una donna ha minacciato una commessa di una farmacia con un coltello e si è allontanata con $80 di bottino in una busta. Le volanti che rispondono alla chiamata localizzano quasi subito una giovane dal fare sospetto in una strada nei pressi del Baldwin Center: è Jones, trent’anni, che corrisponde alla descrizione della ricercata. Dall’auto gli agenti intimano di fermarsi alla donna che invece affretta il passo e imbocca una traversa laterale. I poliziotti prima la seguono in macchina poi scendono e la inseguono di corsa. L’agente Brett Ramirez corre con l’arma in pugno fin quando, scriverà nel suo rapporto, questa si ferma d’improvviso e si gira verso di lui, da una tasca estrae un coltello da cucina e lo punta verso gli agenti che gli intimano di gettarlo. Invece lei alza l’arma e si muove rapidamente verso Ramirez che non ha scelta: gli svuota contro il caricatore della 9mm d’ordinanza. «Mi è stato subito chiaro», dirà, «che da quella strada sarebbe uscito vivo uno solo di noi».

Una trama horror

Oltre ai dialoghi alla tenente Callaghan, il film proiettato nella testa di Ramirez ha un copione visto cento e mille volte, qui e in tutte le città americane, una sceneggiatura che esonera gli agenti a fronte della valutazione di un «pericolo imminente di vita» e di un «effettivo timore per l’incolumità».
Una trama horror in cui la vittima quasi sempre dalla pelle scura, ricopre il ruolo di aspirante carnefice, un mostro da film assetato di sangue, anche quando ha le sembianze di una giovane donna di 50 kg. Che poi sconfina nella fantascienza di dozzine di vittime di colore che ogni anno pur conoscendo fin troppo bene il grilletto facile dei poliziotti , decide di minacciare agenti armati fino ai denti con coltelli, cacciaviti o telefonini. Film molto sbugiardati ormai dai video – quelli sí, terrificanti -, che fotografano le morti tragiche e banali di neri, ispanici ed emarginati per mano di poliziotti terrorizzati dai propri stessi pregiudizi, pronti a tutto per neutralizzare il «pericolo imminente» frutto di un preconcetto istintivo rinforzato da un addestramento militare per cui abbattere una giovane per strada con una scarica di proiettili equivale ad un efficiente mantenimento dell’ordine pubblico. (una testimone ha dichiarato che quel giorno Redel non si è mai nemmeno voltata ma le sue dichiarazioni – e l’autopsia per accertare se le pallottole avessero colpito la schiena – sono state secretate).

«Ci ammazzano con le macchine»

Parlo con una ragazza nella folla, sulla ventina, ispanica. «Il problema – dice – non sono le pistole ma le menti che le controllano. Il sangue non è solo sulle loro mani ma nei loro cervelli». Mentre parla un cordone di giovani con le braccia conserte spinge verso i poliziotti: «Toglietevi il distintivo. Se non siete razzisti toglietevelo!» gridano a bruciapelo. La ragazza che preferisce non dare il suo nome si definisce pacifista, ammette che all’interno del movimento c’è chi pensa sia giunto il momento di alzare il livello dello scontro ma lei è per la non-violenza. Ci tiene però a sottolineare un dato sinistro emerso da Dallas. «Per la prima volta hanno usato un robot per uccidere qualcuno. Micah è stato ucciso da un robot. Ci ammazzano da sempre ma ora c’è stato uno storico salto di qualità. Quando useranno i robot chi denunceremo, chi andrà in galera? Le macchine? Beh sta avvenendo. Ora, oggi!»Al centro dello slargo si improvvisa un comizio o meglio una serie di interventi al megafono aperto a cui si avvicendano speaker con annunci , slogan poesie, rap e discorsi. Un giovane dalla pelle scurissima, in giacca e cravatta prende ii megafono e comincia a recitare parola per parola il discorso di Martin Luther King alla marcia su Washington: «I have a dream…That one day…». La somiglianza, l’esatta cadenza sono impressionanti.Questa è la protesta black lives ad altezza d’uomo, organica, multiforme. Giovani, belli, incazzati sorridenti, in lacrime, rumorosi… decisamente la meglio gioventù. È un movimento fluido, black lives matter – ma non sono certo solo neri, qui ci sono bianchi bruni, asiatici e diversi veteran più anziani – assomiglia a quella «America possibile» che Obama continua a dire di intravedere – o quella che si è infiammata per Sanders e ha portato il socialista del Vermont a sfiorare la nomination. (E quella base che Hillary può solo immaginare di avere). C’è rabbia ma anche tanta lucidità, eloquenza.

Un manuale schiavista

«Io credo che questo sia un punto di rottura. Quelle morti in diretta sono state insostenibili, innegabili». Parla Nika Williams, sulla trentina un afro alla Angela Davis, l’ho vista poco prima nell;aula dell’udienza dove consolava i famigliari di Redel Jones . «Ed è come se si fosse manifestato lo spirito dei nostri avi per portarci fino ad un vero cambiamento». Come molti ripete che anche questa ultima battaglia si combatte sui corpi che discendono da quelli che furono portati qui in catene. «Guardate il video della morte di Philando. Lo amazzano davanti a sua figlia. È una vecchia storia, annientare ilnucleo famigliare per azzerare l’uomo nero. Niente di nuovo. È da manuale degli schiavisti, quando prendevano il nero più forte e lo umiliavano davanti alla sua donna e alla sua famiglia, davanti ai suoi figli, per sottomettere il gruppo». Tyree Boyd-Pates, ci sente parlare e si presenta. È docente universitario di studi afro-americani, «siamo in molti colleghi qui», dice. «Le uccisioni di Alton, di Philando, di Redel…sono iterazioni del trattamento riservato agli schiavi fuggiti. La polizia in questo paese nasce nel 1704 come ronde per catturare i fuggiaschi e mantiene lo stesso ruolo di controllo sociale a spese di poveri e minoranze». Mentre parliamo dall’interno trapela la decisone della commissione: «L’uccisione di Redel Jones rientra nei parametri stabiliti da dipartimento…», non vi saranno sanzioni. La decisone è un ennesima amara assoluzione ma non sorprende nessuno, tantomeno in questo dipartimento che è quello di Rodney King, il pestaggio «capostipite» degli abusi su video, per cui la città bruciò, il laboratorio della militarizzazione della polizia quando negli anni 50 venne riformato ad immagine e somiglianza dei marines. Certo dopo gli eventi della scorsa settimana, i contestatori avrebbero voluto qualcosa in più dell’ennesima rimozione, per usare una parola scelta da Obama a Dallas. Dopo l’uccisione la cancellazione.Fra i ragazzi c’è rabbia e lacrime. La morte di Redel Jones – come cento prima di lei – viene archiviata come una banale insignificante tragedia, il che spiega molto – tutto – di come si è giunti fin qui. È un ennesima piastrella della strada che ha portato questa città e questo paese a questa estate calda del 2016.

Il presidente nero

Si forma un corteo che decide di fare I pochi isolati che ci separano dal municipio. Si tenta di entrare ma agenti di polizia sbarrano la porta dall’interno. Viene deciso un sit-in che durerà tutta la notte: Occupy Black Lives. Gli agenti osservano ma non intervengono. Vedo Nika e gli faccio un ultima domanda. Perché tutto questo ora che c’è il primo presidente afro americano? «Io non credo che sia una coincidenza, che sia avvenuto proprio alla fine del suo mandato. In questi mesi Obama si gioca la sua legacy di presidente nero. Alla fine anche lui è sottomesso in parte al sistema. In definitiva non sarà un presidente ad ottenere il progresso. Solo la gente può farlo. Dobbiamo esigere il cambiamento e alla fine verrà».

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