Clima, cibo, energia pulita. Le sfide vitali per il futuro

Le interviste di Diritti Globali: Giuseppe Onufrio e Federica Ferrario

Monica Di Sisto e Alberto Zoratti, Rapporto sui Diritti Globali 2015 • 18/7/2016 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali • 716 Viste

(dal Rapporto sui Diritti Globali 2015)

Cambiamento climatico, produzione energetica, agricoltura sostenibile e Organismi Geneticamente Modificati. L’impatto del modello economico e tecnologico sull’ambiente è oramai pervasivo, al punto che la Commissione Internazionale di Stratigrafia, unico ente accreditato a definire i confini delle ere geologiche, sta discutendo come inserire l’Antropocene come periodo tra quelli più conosciuti come l’Olocene e il Pleistocene, a dimostrare come il genere umano sia ormai diventato uno degli agenti più efficaci nel trasformare il Pianeta.

Dopo aver valutato gli impatti, occorre però ragionare sulle conseguenze e le vie d’uscita: abbiamo chiesto a Giuseppe Onufrio e Federica Ferrario, rispettivamente Direttore Esecutivo e Responsabile Agricoltura e OGM di Greenpeace Italia, un punto di vista e alcune proposte.

 

Rapporto sui Diritti Globali: La questione del cambiamento climatico ha riempito spesso le pagine dei giornali, però centrata più sugli scherzi della meteorologia che non su una sostanziale analisi del fenomeno. A che punto siamo arrivati e, soprattutto, quanto ci manca per superare la fatidica soglia delle 450 ppm di concentrazione di CO2?

Giuseppe Onufrio: Purtroppo con gli impegni finora presi dai principali Paesi (incluso il recente piano presentato dagli USA, l’impegno dichiarato dalla Cina e gli obiettivi UE al 2030) il pianeta è destinato ad andare ben oltre la soglia dei 2 °C, cui corrispondono i 450 ppm. Dal 2010 la quantità totale di gas a effetto serra che si possono emettere nel secolo era di 1000 miliardi di tonnellate, in circa 20 anni questo “budget carbonio” sarà esaurito. Per di più, parte della comunità scientifica avverte che sarebbe molto meglio rimanere al di sotto dei 1,5 °C di aumento delle temperature medie e che 2 °C sono troppi.

 

RDG: Il 2015 è l’anno della COP di Parigi e, con questa, della possibilità di una riforma radicale nella lotta al cambiamento climatico. Già a Doha, nel 2012, si mise in soffitta la filosofia di Kyoto, che parlava di impegni legalmente e operativamente vincolanti. Adesso ci si orienta più verso un sistema volontario, che dovrà vedere la luce dal 2020. Quanto potrà essere efficace, in assenza di meccanismi di imposizione del rispetto degli impegni?

GO: Poco, temo. Nonostante la situazione sia difficilissima, comunque, qualche segnale positivo si registra e mai come quest’anno il contesto appare favorevole a innescare un processo positivo: dal movimento per disinvestire dalle fossili, che ha iniziato a colpire il carbone ai segnali positivi che arrivano dalla Cina, dal piano USA, il primo di questa ampiezza, al forte messaggio del Papa e al cambio di strategia di ENEL, primo gigante energetico che sposta gli investimenti su rinnovabili, efficienza e Smart grid, credo che ci siano le premesse per vedere delle novità. Il problema, però, è il fattore tempo, che purtroppo è poco per invertire seriamente la rotta.

 

RDG: Equityè la richiesta da parte dei Paesi emergenti, che fanno leva sul concetto di «responsabilità storica e differenziata», che parla di ripartire l’impegno in maniera coerente con la storia dello sviluppo economico. Quanto può ancora essere valido questo approccio davanti a Cina e India e al loro sviluppo apparentemente inarrestabile?

GO: Questo approccio è valido certamente per i Paesi poveri, che saranno tra i più colpiti e i meno attrezzati per reagire, avendo anche le minori responsabilità sulle cause dei cambiamenti climatici. Cina e India hanno meno responsabilità storiche, tenuto conto che la CO2 rimane in atmosfera per secoli dopo che è stata emessa, ma devono mettersi in un percorso che faccia loro fare un salto tecnologico dalle fonti fossili a scenari basati sulle rinnovabili. Tecnicamente ed economicamente è possibile farlo.

 

RDG: Un cambio sostanziale nello sviluppo presuppone un cambio di paradigma che significa abbandonare i combustibili fossili definitivamente. Cosa sta facendo l’Europa?

GO: In Unione Europea c’è stato obiettivamente un rallentamento delle politiche sia per le pressioni delle lobby fossili sia a seguito della crisi russa. Uscire dalle fonti fossili al 2050 è perfettamente fattibile, ma grandi gruppi industriali e alcuni Paesi come la Polonia e l’ex blocco dell’Est rallentano o bloccano le politiche per mantenere il loro mercato (come si è visto sugli obiettivi delle rinnovabili).

 

RDG: L’Italia, nella sua Strategia Energetica Nazionale del 2012, si presenta come possibile hub del gas, mentre il governo Renzi pare orientarsi verso un aumento della produzione nazionale di idrocarburi. È questa la lotta al cambiamento climatico del nostro Paese?

GO: La strategia energetica nazionale è schizofrenica. Da una parte, almeno nei numeri, si inseriscono obiettivi certamente apprezzabili sulle rinnovabili, ma senza specificare con che strumenti li si possa raggiungere. Dall’altra, si spinge su gas e estrazione di idrocarburi – estrarre tutto il petrolio e il gas che c’è in Italia in 25 anni – senza fornire un credibile scenario a zero emissioni. L’hub del gas sembra una trovata pubblicitaria che non ha nessun riscontro nei fatti. Una specie di “ammuina” fossile, che però è ben più precisa sugli strumenti per favorire l’estrazione di idrocarburi. Così si vogliono trivellare i nostri mari che, secondo le stime del ministero dello Sviluppo Economico, contengono l’equivalente di due mesi di consumi interni di petrolio. Per soddisfare le mire di alcuni investitori si mettono a rischio l’ambiente marino e il turismo e la pesca che ne dipendono. Bisogna bloccare questa operazione e riportare l’accento su rinnovabili e efficienza come progetto a scala nazionale di lungo periodo per un futuro senza fossili.

 

RDG: Il TTIP e i potenziali rischi che comporta ha contribuito a far riemergere la questione OGM in Europa. A che punto siamo dal punto di vista delle importazioni e delle produzioni?

Federica Ferrario: In Italia la situazione negli ultimi anni è rimasta sostanzialmente immutata. Non sono autorizzate coltivazioni di OGM su tutto il territorio nazionale. Sul fronte delle importazioni, la maggioranza degli europei è contraria agli OGM in ambito alimentare, è questo ha portato da anni le aziende alimentari a cercare materie prime esenti da OGM, tant’è che è quasi impossibile trovare prodotti etichettati come OGM sugli scaffali italiani e europei. Ciò non significa, però, che il nostro mercato ne sia esente, ma tradotto in termini pratici ciò significa che gli OGM entrano in Europa attraverso la “porta di servizio”, ovvero la mangimistica animale. Questo perché mentre i prodotti a diretto consumo umano (ad esempio, i biscotti) vanno etichettati se contengono un ingrediente OGM in misura uguale o superiore allo 0,9%, i prodotti di derivazione animale – come latte, uova, formaggio, carne, eccetera – sono esenti da quest’obbligo. Sulle confezioni di mangimi la presenza di OGM deve essere obbligatoriamente indicata con la stessa soglia dello 0,9%, ma poi l’indicazione si perde e non arriva al consumatore finale, al quale nella pratica viene negata sia l’informazione che il diritto di scelta.

 

RDG: La proposta della Commissione Europea sull’Opt-Out, e quindi sulla libertà degli Stati membri di poter decidere rispetto all’importazione o meno di prodotti OGM non ha soddisfatto nessuno. Quali sono i principali rischi della proposta europea e che posizione sta prendendo il Parlamento Europeo?

FF: La proposta è una farsa, perché lascia inalterato l’attuale sistema decisionale assolutamente non democratico. Consentirebbe alla Commissione di continuare a ignorare la grande opposizione dei cittadini agli OGM, in barba alle promesse fatte dal presidente Jean-Claude Juncker di consentire alla maggioranza degli Stati membri la facoltà di bloccare le decisioni della Commissione sugli OGM. Si sta offrendo ai Paesi membri una falsa libertà di scelta che non reggerebbe in nessun tribunale. Le regole del libero mercato in UE prevarrebbero sempre sulle scelte dei singoli Stati, in particolar modo se ai governi sarà negata la possibilità di giustificare i divieti adottati a livello nazionale per ragioni di carattere ambientale o sanitario.

Il problema di base rimarrebbe: la Commissione può ancora autorizzare OGM (per alimenti e mangimi) anche quando la maggioranza dei governi nazionali, e il Parlamento Europeo, sono contrari: un vero e proprio far west europeo. Il Parlamento Europeo si sta mettendo di traverso alla proposta, anche se non propriamente per le giuste motivazioni, ma quello che servirebbe è una vera e propria revisione del sistema autorizzativo e di valutazione dei rischi.

 

RDG: Fidenato e Futuragra hanno tentato di forzare la legislazione nazionale, provocando una reazione ferma da parte della politica e della società civile. Che rischio abbiamo di veder modificata la legislazione sugli OGM come conseguenza di un rafforzamento del fronte pro-OGM, che vede tra le sue fila anche alcune associazioni di categoria come Confagricoltura?

FF: Sarebbe un nonsense. La maggioranza degli italiani ribadisce da anni la forte contrarietà agli OGM, e lo stesso fa la maggioranza degli agricoltori, i quali hanno ben compreso che è una strada che conduce dalla parte opposta rispetto a sicurezza, qualità e “Made in Italy”. Nella crisi attuale scegliere consapevolmente di introdurre gli OGM nella nostra agricoltura sarebbe un suicidio, ambientale ed economico.

A distanza di 20 anni dalla prima coltivazione su scala commerciale gli OGM si sono dimostrati un fallimento. Le caratteristiche principali continuano ad essere due: resistenza a un determinato erbicida e/o produzione di tossine. Ma, mentre crescevano le promesse, è diventato sempre più chiaro che il transgenico è inadeguato ad affrontare le sfide poste dal sistema alimentare e dall’agricoltura. Le promesse e i proclami fatti dalle aziende biotech si sono sciolte come neve al sole: alcuni dei presunti vantaggi degli OGM sono svaniti una volta fuori dal laboratorio, altri non hanno resistito alla prova della reale complessità degli ecosistemi agricoli e delle vere esigenze degli agricoltori. La realtà è che gli OGM non hanno fatto altro che consolidare il sistema malato dell’agricoltura industriale, fatto di monocolture, di grandi consumi di combustibili fossili, di sottomissione economica dei piccoli agricoltori, un sistema che ha fallito nell’intento di procurare cibo sano, sicuro e di qualità alle persone che ne hanno bisogno.

 

RDG: In Europa è possibile importare OGM, a patto che siano autorizzati sia per il consumo umano che animale, ed è possibile l’importazione di mangimi OGM. Siamo nelle condizioni di un’inversione di tendenza, vietando gli OGM anche per i prodotti destinati agli animali e quali alternative ci possono essere?

FF: Investire su un’agricoltura differenziata e puntare sulla sostenibilità ambientale, che porta con sé anche quella economica. Sviluppare colture proteiche di origine mediterranea, invece che restare dipendenti da costose importazioni di soia proveniente da Argentina o Stati Uniti. Ad esempio, in Grecia la drammatica crisi economica sta portando a tornare a un’agricoltura più legata al territorio e a colture tradizionali. Sempre più agricoltori, infatti, hanno già iniziato ad adottare pratiche di agricoltura sostenibile e hanno ripreso a coltivare varietà locali adatte alla mangimistica, come lupino e favino, rimpiazzando così le costose importazioni di soia. L’adozione di metodi naturali per la fertilizzazione del suolo e di tecniche sostenibili per il controllo delle erbe infestanti fa risparmiare gli agricoltori, che non hanno più bisogno di acquistare costosi fertilizzanti e pesticidi chimici. Già da qualche anno alcuni agricoltori “illuminati” hanno cominciato a coltivare favino per nutrire gli animali allevati per la produzione di latte e yogurt e in molti hanno descritto gli effetti positivi derivanti dalla produzione locale di piante proteiche al posto dell’importazione di soia OGM. Investire in (bio-agro)diversità e non in monocolture industriali è la sfida e l’opportunità del futuro.

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