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Dal luna park alle grandi aziende l’ottovolante dei prestiti a rischio

Dietro i 200 miliardi di sofferenze lorde che zavorrano i conti delle banche italiane ci sono soprattutto il settore edilizio e l’immobiliare

FERDINANDO GIUGLIANO, la Repubblica • 8/7/2016 • Copertina, Lavoro, economia & finanza • 723 Viste

Per comprendere meglio le montagne russe che stanno vivendo le banche italiane sui mercati finanziari, vale la pena fare un giro sullo “Shock”, la monorotaia infernale che domina il parco di divertimento “Rainbow Magic Land” a Valmontone, un paese alle porte di Roma.

Aperto nel 2011, grazie a un finanziamento di 150 milioni di euro da parte di un pool di sette banche guidate da UniCredit, il parco ha da subito mancato l’obbiettivo di oltre un milione di visitatori l’anno che il management si era posto, anche a causa della lunga recessione che ha colpito l’economia italiana.

L’anno scorso le banche creditrici si sono messe d’accordo per riscadenzare il debito. UniCredit ha ceduto la sua esposizione a un veicolo finanziario costruito con il fondo KKR, con l’obbiettivo di rilanciare il parco e evitare di dover contabilizzare le perdite di un prestito che al momento sembra lontano dal poter rientrare.

Sul parco di Valmontone, la cui mascotte “Gattobaleno” sorride tranquilla ai visitatori all’ingresso, gravava a fine 2014 un debito complessivo di 160 milioni, a fronte di una perdita d’esercizio di 15 milioni. I circa 600 mila visitatori del 2015 non bastano e l’amministratore delegato, Paolo Matteucci, confida in nuovi investimenti per far ripartire la giostra.

«Ci vuole l’inserimento di una nuova attrazione importante, un ampliamento del marketing e commerciale che ci apra al mercato turistico internazionale», dice al telefono. «Speriamo che questo possa accadere entro l’anno ».

Nella casa degli orrori che si nasconde nei bilanci di alcune banche italiane, il “Rainbow Magic Land” non è certo l’esempio più spaventoso. I crediti deteriorati a fine 2015 avevano raggiunto quasi i 350 miliardi, pari al 17% dei prestiti totali. Di questi, circa 200 miliardi sono le cosiddette “sofferenze”, ovvero prestiti che la banca ritiene “irrecuperabili”.

Questi prestiti andati a male sono la ragione per cui gli investitori hanno sempre più paura a tenere nel loro portafoglio azioni di istituti di credito italiani. Quando una banca riconosce che un determinato credito non tornerà indietro, la perdita crea un buco nel bilancio, che può dover essere coperto con un aumento di capitale, un’operazione che fa scendere il valore delle azioni esistenti.

Uno dei problemi principali dietro la catasta di crediti deteriorati è la grande incertezza che regna sulle loro caratteristiche. Molti prestiti andati a male sono coperti da garanzie, spesso immobiliari, e la natura di queste garanzie è estremamente importante per determinare il valore dei crediti. Vendere all’asta un immobile in via Montenapoleone a Milano è molto più semplice e remunerativo che cedere un capannone in un’area industriale abbandonata.

A fine marzo, la Banca d’Italia ha lanciato una rilevazione statistica volta a mappare i crediti deteriorati, ma le scadenze per l’invio dei dati sono previste soltanto, per dopo l’estate. Nel frattempo, Duke and Kay, una società di consulenza, ha utilizzato dei primi dati raccolti da Via Nazionale per fornire, durante una conferenza organizzata dal gruppo editoriale Debtwire, un quadro di quali aziende e aree geografiche si nascondano dietro i problemi del credito italiano.

Per quanto riguarda le sofferenze lorde, la ripartizione geografica è simile fra le quattro macro- regioni italiane, con il Nord-Ovest e il Centro che detengono circa il 28% del totale. Il 30% delle sofferenze è poi legato al settore delle costruzioni, e un altro 14% a quello immobiliare. La manifattura pesa invece per il 24% ed il commercio per un ulteriore 16%. A creare maggiori problemi per le banche italiane sembrano essere, a detta della società di consulenza, soprattutto le imprese medio-grandi. Il 62% delle sofferenze italiane deriva da gruppi con fatturato maggiore di un milione di euro. Per quanto riguarda i cosiddetti “incagli”, ovvero prestiti che una banca spera ancora di riuscire a recuperare, la percentuale sale all’85%.

La variabilità del problema delle sofferenze riguarda anche le banche. Secondo un’analisi del fondo spagnolo Fidentiis, a fine 2015, le banche che avevano la maggiore percentuale di crediti deteriorati tra tutti i loro prestiti erano Monte dei Paschi di Siena, Banca Popolare di Vicenza e Carige.

Queste tre banche sono osservate speciali da parte della Banca Centrale Europea, che proprio in questi giorni ha chiesto al Monte di vendere 10 miliardi di sofferenze per risanare i suoi bilanci.

La Banca d’Italia e l’Associazione Bancaria Italiana hanno più volte ricordato che il problema delle sofferenze italiane è meno grave di quello che sembra. Le banche hanno infatti messo soldi da parte per coprire le perdite derivanti da questi prestiti e hanno, appunto, garanzie che possono vendere per avere alcuni dei loro soldi indietro.

Ma alcuni analisti non sono completamente convinti di questa procedura. Per Fabrizio Bernardi di Fidentiis, il valore a libro delle garanzie può essere ben più alto di quello di mercato. Dopo cinque anni di crisi, il valore di un capannone è infatti più basso rispetto a quando l’azienda lo ha usato per ottenere un prestito.

Sull’ottovolante di Valmontone, i ragazzini in gita estiva urlano, felici e spaventati. Dopo pochi minuti di brividi, i vagoni rallentano, rientrando alla base. La conclusione per le banche italiane, invece, è tutta ancora da immaginare.

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