Fmi: effetto Brexit nel 2017

Monito all’Europa: ci vogliono banche in salute che fanno credito. Intanto si tratta ancora sul caso Mps, mentre la Corte Ue sdogana il bail-in ma senza sperequazioni contro i piccoli risparmiatori

Riccardo Chiari, il manifesto • 20/7/2016 • Copertina, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 688 Viste

L’effetto Brexit porta il Fondo monetario internazionale a limare le previsioni sulla crescita dell’economia globale. “Il peggioramento delle stime – osserva il Fmi – riflette la conseguenza macroeconomica di una notevole crescita delle incertezze, compreso il piano politico”. In dettaglio si abbassa dello 0,1% le previsione sia per questo 2016 (+3,1%) che per il 2017 (+3,4%). Va da sé che Brexit pesa soprattutto sulle economie avanzate, per l’Italia le stime ora parlano di un +0,9% quest’anno e +1% per il prossimo. Ma attenzione: secondo gli analisti del Fondo, l’incertezza avrà maggiori effetti collaterali proprio nel 2017. Non per caso, su quest’anno il Fmi stima un +1,7% del pil britannico (solo -0,2% rispetto alle previsioni di primavera), mentre la botta arriverà nel 2017, con un -0,9% rispetto alle vecchie previsioni. In altre parole con un pil che nel Regno Unito si alzerà solo dell’1%.
Capitolo a parte quello del settore bancario: “Le sue persistenti vulnerabilità – annota il Fondo – soprattutto in Europa, eredità della crisi finanziaria globale, devono essere affrontare rapidamente, per assicurare un sistema finanziario resiliente a periodi di protratta incertezza e di turbolenza che potremmo avere davanti”. Ancora: “La politica dovrebbe rafforzare le difese contro periodi protratti di turbolenze finanziarie globali e condizioni finanziarie esterne più severe”.
Di qui il consiglio-richiesta di riprendere a far credito, sostenere le banche che hanno bilanci sani, e tenere in ordine il cosiddetto “mercato”. Pena ulteriori limature della crescita: “Ritardi nell’affrontare simili questioni di vecchia data nel sistema bancario continuano a porre dei rischi al ribasso sulle previsioni”. Di più: “Il rischio è di andare al di là dei puri costi economici, e scivolare in una persistente stagnazione”. Che peraltro nell’Europa dell’austerity, dove la disastrosa deflazione continua a tenere banco, è da tempo non una previsione, ma lo stato delle cose.
Nel mentre, complice la decisione della Corte Ue del Lussemburgo di giudicare valido il bail-in, nelle pieghe del ricorso – respinto – fatto dalla Slovenia dopo il coinvolgimento di azionisti e sub obbligazionisti nel salvataggio nel 2013 delle banche locali (per 3 miliardi di euro), si continua a guardare al caso Mps. Che finalmente è considerata anche dai falchi Ue una banca che genera profitti, ma che è penalizzata dal suo alto tasso di crediti deteriorati.
La soluzione delle trattative su Mps e le altre più piccole banche italiane nelle stesse condizioni “è abbastanza vicina in termini relativi. Ma abbiamo colloqui costruttivi in corso con l’Italia, e non intendo scendere nei dettagli”. Le parole del commissario europeo Margrethe Vestager fanno capire che si continua a discutere. E che le “circostanze eccezionali”, segnalate dalla Corte Ue per ritenere comunque possibile un aiuto di Stato, non riguarderanno il caso italiano.
Fatti due conti, e visto che il coinvolgimento dei sub obbligazionisti e degli azionisti resta lo scenario più probabile in caso di un intervento pubblico a sostegno del Monte dei Paschi, non ha torto Fabrizio Viola a spiegare che Mps è in grado di cavarsela con le sue gambe. Questo anche se i giudici Ue, ben più lucidi rispetto a Germania, Olanda &c, scrivono: “La riduzione dei titoli subordinati non è un prerequisito essenziale per la concessione degli aiuti di Stato, e non è richiesta quando determinerebbe risultati sproporzionati”.

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