Turchia

Da Istanbul a Smirne, divisi in piazza dopo il golpe

Il CHP, partito socialdemocratico all’opposizione del governo di Erdogan, scende in piazza Taksim a Istanbul per condannare il golpe militare. La manifestazione ha anche criticato la repressione in atto con slogan come “no al golpe, no alla dittatura”

MARCO ANSALDO. la Repubblica • 25/7/2016 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Internazionale • 490 Viste

ISTANBUL Uniti per la democrazia e contro il colpo di Stato. Ma separati in piazza. Non poteva che essere che così, fra i socialdemocratici kemalisti e i conservatori religiosi che ieri si sono succeduti a Piazza Taksim, a Istanbul, i primi nel pomeriggio, gli altri alla sera, in un tripudio di bandiere rosse che si è esteso a tutta la Turchia. Ankara, Smirne, Konya, tutte le maggiori città hanno visto milioni di cittadini scendere per le strade. Per la prima volta dal fallito golpe del 15 luglio scorso lo hanno fatto anche gli elettori del principale partito laico, all’opposizione dal 2002, e fino a ieri rimasto piuttosto defilato, data la prorompenza della formazione al governo che si è abilmente impadronita delle strade, chiamata dal presidente Recep Tayyip Erdogan.

«L’unica via è la democrazia», dice dal palco il leader del partito socialdemocratico, Kemal Kilicdaroglu. E i kemalisti che in massa scaricano l’esercito, fino all’altro ieri baluardo della compagine fondata da Mustafa Kemal, cioè Ataturk il padre dei turchi, è il segnale di un Paese definitivamente cambiato. Ci sono i sindacati e i gruppi di Gezi Park che alzano la loro voce contro il golpe ma anche contro il «fascismo di Erdogan ». Vola qualche insulto, ma sono schermaglie. Passa un’ora, la piazza viene pulita dalle lattine, e la sera è la volta di tanti uomini con barba e baffi e donne con il velo. Sono i sostenitori del capo dello Stato, che ieri ha fissato in più di 13 mila gli arresti post golpe. La scure contro i membri dell’organizzazione di Fethullah Gulen, l’imam considerato da Ankara la mente del colpo di Stato, conta la chiusura di 934 sue scuole e 15 università. Per sostituire i 20 mila professori universitari licenziati dallo Stato, verrà ora assunto un eguale numero di nuovi docenti. Un rimescolamento nell’istruzione che avrà effetti per molti anni.

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