Con la letteratura sono arrivato a luoghi inimmaginabili

Leonardo Padura è sicuramente oggigiorno lo scrittore cubano più conosciuto (e premiato) a livello internazionale

Félix Julio Alfonso , Global Rights 2/2016 • 30/7/2016 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali • 608 Viste

Leonardo Padura è sicuramente oggigiorno lo scrittore cubano più conosciuto (e premiato) a livello internazionale. I suoi libri sono stati tradotti in italiano e pubblicati da Marco Tropea e Bompiani. Ha ricevuto il Premio Nazionale di Letteratura 2012 e il Premio Principessa di Asturia 2015.

Questa conversazione, estremamente piacevole, si svolge nella sua casa di sempre, situata nel quartiere di Mantilla, Avana sud, che è anche teatro di alcuni dei suoi famosi romanzi gialli che hanno come protagonista il detective Mario Conde.
La nuova relazione tra Cuba e gli Stati Uniti e l’attuale stato del giornalismo cubano sono, assieme alle riflessioni sul lavoro di Padura, i temi di questa intervista, a tratti intima e molto personale.

Iniziamo dalla storica visita all’Avana del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama lo scorso marzo. Qual è la tua valutazione di questo evento?
Ho spesso sostenuto che il presidente Obama può essere il catalizzatore di un processo che inizialmente sembrava procedere molto a rilento e in seguito ha assunto una velocità tale che a volte risulta difficile seguirne gli sviluppi.
Credo che Obama abbia dato un impulso alla sua politica con questo viaggio a Cuba, dimostrando che davvero vuole che le cose cambino, che cambino in profondità e che ad un certo punto si possa arrivare ad avere relazioni normali.
Tuttavia c’è un elemento che rimane pendente e che è essenziale affrontare affinché le relazioni tra i due paesi possano davvero normalizzarsi: si tratta dell’embargo. La questione dell’embargo colpisce molti settori della vita politica, sociale, economica e anche personale della gente di Cuba. Sembrerebbe avere ormai poco tempo di vita, tuttavia continua ad agire e continua ad ostacolare lo sviluppo normale della relazione. Ti faccio un esempio che mi tocca molto da vicino e che riguarda la mia passione per il baseball. Si tratta dell’inserimento di giocatori di baseball cubani nei circuiti professionali: una vera follia. Un italiano capirà perfettamente se gli dico che un calciatore italiano non può essere contrattato dalla Lega spagnola se non va a vivere a Haiti o nella Repubblica Dominicana e prende la residenza lì. Gli sembrerà una grande sciocchezza, assurdo, però è ciò che accade ai giocatori cubani per colpa di regolamenti precedenti del governo cubano e residui di questa legge che non permette l’assunzione diretta. Questo è solo un esempio dei molti che potrei farti.

La relazione tra Cuba e gli Stati Uniti è caratterizzata da un background storico abbastanza traumatico, e non solo nella fase rivoluzionaria.
In questo possibile futuro di relazioni normali penso che sia molto importante che la parte cubana sia consapevole del fatto che, vista l’esperienza storica di due secoli di rapporti traumatici con gli Stati Uniti, si tratta di un rapporto complesso ma necessario. Aver vissuto per 50 anni in perenne stato di confronto con gli Stati Uniti, a volte anche venendo aggrediti in maniera diretta, non sarebbe stato facile per nessun paese, e meno ancora lo è stato per Cuba. Stiamo parlando di un piccolo paese che spesso si considera l’ombelico del mondo, ma che in realtà è un paesino, poco sviluppato, senza alcun potere reale, ma che ha vissuto questo rapporto con gli Stati Uniti. Un rapporto che è stato una delle cause di quell’immagine, a volte sproporzionata, che Cuba ha assunto a livello internazionale. Cuba deve sapere che una relazione normale con gli Stati Uniti può essere rischiosa, però credo che comporterà anche benefici. Il primo vantaggio lo stiamo già vivendo anche in mezzo all’anomalia tuttora esistente: la tensione si è ridotta.

Ridurre le tensioni: come si traduce questo nella pratica?
La gente della mia generazione e della generazione successiva alla mia, ha vissuto in uno stato di ostilità tra due paesi. L’unica cosa che si sono scambiati, quando hanno avuto un qualche confronto, sono stati insulti. Possiamo tornare all’esempio del baseball: le partite Cuba-USA venivano vissute da parte cubana come fossero una guerra. Si trattava davvero dello spirito della Guerra Fredda; qualunque cosa si convertiva in scontro, quando invece si trattava di una delle cose delle quali i due paesi avrebbero dovuto godere reciprocamente: l’amore che condividiamo per il baseball, o la musica, il cinema, o letteratura, tutti elementi che uniscono Cuba agli Stati Uniti. Penso ciononostante che stiamo già vivendo un momento diverso, quel futuro che due anni fa era molto difficile da immaginare e che già si sta avverando. Da questa relazione normale bisogna trarre tutti i benefici possibili.

Entriamo più in profondità nella società cubana: che impatto possono avere questi nuovi tempi che stiamo vivendo?
Ci sono molti elementi nella struttura sociale ed economica di Cuba che hanno bisogno di sostegno per potersi sviluppare. Il governo cubano ha riconosciuto che senza investimenti stranieri non è in grado di far progredire il paese, è impossibile. Questo fenomeno non è una peculiarità cubana, si tratta di un fenomeno universale. I tempi migliori che abbiamo vissuto, i momenti in cui si è potuto tirare un sospiro di sollievo, devono la loro esistenza all’aiuto di qualche paese straniero, un sostegno in alcuni casi interessato, in altri molto interessato. Da soli non ce la facciamo.
Per questo credo che un rapporto economico fluido con gli Stati Uniti possa essere molto interessante. C’è una questione, per esempio, che può beneficiarsi di questa nuova relazione: si tratta del problema delle infrastrutture gravemente danneggiate e molto vecchie delle città cubane. Ma potrei citare anche il settore delle comunicazioni. Per un cubano che vive a Cuba e non ha possibilità di viaggiare, vedere ciò che significa un accesso “normale” a internet è come vedere qualcosa di un’altra galassia. L’idea di accendere il computer ed essere già collegato a internet per un cubano normale è fantascienza, eppure è quasi già il passato.

Tu sei anche giornalista. Come giudichi il giornalismo cubano in questo momento?
Molto spesso si ha l’impressione che tutti per strada sappiano quello che sta succedendo mentre nelle redazioni dei giornali o delle televisioni sembra che non si rendano conto di ciò che accade. Voglio dire che, anche se a livello di governo si sono mosse critiche alla stampa e si è fatto appello ai media perché abbiano un ruolo più attivo, vi è un problema di fondo che prima o poi dovrà essere affrontato: chi dirige la stampa a Cuba? Mentre lo Stato, il governo e il partito saranno giudice e giuria, la stampa non ricoprirà il ruolo che le compete. Lo scrittore Paco Ignacio Taibo II ha detto durante un seminario negli anni ’80, che Cuba è il paese con il peggior giornalismo e i migliori giornalisti che ha conosciuto. Mi sembra positivo che ci sia un punto di vista ufficiale su determinate questioni, ci deve essere una stampa che riflette quell’opinione, però ci devono anche essere punti di vista alternativi che devono avere la stessa possibilità di raggiungere il cittadino.
Dobbiamo fare una profonda rivoluzione nella stampa cubana, restituire al giornalismo il suo vero significato, che è quello di offrire un servizio ai cittadini, non allo Stato. Lo Stato può essere oggetto continuo di critiche da parte del giornalismo quando non soddisfi le aspettative dei cittadini.

Al di là della buona volontà che può avere il presidente Obama, questo ripristino delle relazioni USA-Cuba è senza dubbio caratterizzato anche da interessi specifici.
Naturalmente. Ma ci deve essere buona volontà anche quando si viene a fare affari. Nessuno viene a regalare nulla, e questo dobbiamo tenerlo ben chiaro. D’altra parte il governo cubano deve a sua volta dimostrare volontà di agire perché le cose migliorino nel paese, in modo che le possibilità che offre questa nuova relazione di relativa, o totale, normalità possano davvero essere efficaci per la società cubana nel suo complesso.

Cosa prova il cittadino cubano Leonardo Padura di fronte a questo nuovo scenario che fino a due anni fa sembrava impossibile?
Abbiamo vissuto lunghi anni di molte carenze, molte limitazioni. Abbiamo vissuto tra molte incomprensioni interne, con questa pressione politica che ha significato un confronto con gli Stati Uniti. La società cubana ha pagato il prezzo di tutto questo. Più di una generazione ha vissuto in questo incubo dal quale sembrava non saremmo mai usciti. Penso che la gente a Cuba, dopo tanti sacrifici, dopo tanti anni, dopo tutti questi problemi si meriti di vivere meglio.

Parliamo adesso di baseball, uno sport che tradizionalmente è stato simbolo dell’identità cubana e che per te è una passione…

Credo che la mia relazione con il baseball può essere presa come modello a livello cubano. Mio padre fu molto felice di sapere che il suo primo figlio sarebbe stato maschio e una delle prime cose che mi regalò fu una palla e un’uniforme da giocatore di baseball. Tifava per un club fondato dalla fine del Diciannovesimo secolo e molto famoso a Cuba negli anni ’30, ’40 e ’50, Almendares. Avevamo inoltre una situazione familiare tipica nella Cuba di quegli anni: suo fratello, con il quale condivideva il lavoro, era tifoso della squadra rivale e credo che una delle ragioni della relazione non buona che sempre hanno avuto fosse proprio il baseball. Mio padre mi ha trasmesso questa passione e mio zio mi ha aiutato a svilupparla. Credo che questo modo di relazionarsi con il baseball a partire dalla famiglia era qualcosa molto diffuso, che sempre è rientrata nella normalità di Cuba. Ho sicuramente speso più ore della mia vita, fino ai 18-19 anni, giocando a baseball che facendo qualunque altra cosa. Una volta, poco dopo la morte di mio padre, mia madre che ha un grande senso dell’umorismo e agilità mentale, stava mettendo a posto alcune carte e si imbatté in una mia pagella. Me la mostrò e quando la lessi, mi resi immediatamente conto di quello che stava pensando. Mi disse: “Io ti ho mandato a scuola ogni giorno dell’anno”. Ma nella pagella risultava soltanto un 60% di presenze… il resto lo avevo passato giocando a baseball con gli amici.

Tuttavia la relazione dei giovani cubani con il baseball che stai ricordando, sembra oggi piuttosto in crisi…

Così pare, il mio giudizio di quello che sta succedendo con il baseball cubano attuale parte da questa passione che ti sto commentando. Più che preoccuparmi quello che sta accadendo nella sovra-struttura dove ci sono moltissimi problemi, mi preoccupa quello che sta succedendo nella base, nei quartieri, nelle strade dell’Avana dove vedo sempre più bambini giocare a calcio e sempre meno giocare a baseball. C’è un’invasione mediatica di calcio a Cuba, una programmazione pessima del baseball e una perdita della qualità competitiva, una mancanza di figure con le quali identificarsi. Tutto questo sta condizionando la presenza del baseball a Cuba. Questo non era successo in questo paese da un secolo, quando uno degli “eroi” per eccellenza della società cubana era il giocatore di baseball, riferimento per molta gente.

Vuoi dire che la sua proiezione andava oltre lo sport in quanto tale?

Sì, assolutamente. Il baseball è sempre stato un fattore importante nei processi di integrazione razziale e sociale a Cuba, è stata una pratica che ha percorso tutta la società cubana a livello economico ed etnico, questo c’è nel substrato del baseball, ed è per questo che un malessere del baseball a Cuba mi preoccupa.

Sembra però difficile affrontare, da Cuba, la sfida di un modello di sport-spettacolo che muove tra l’altro molto denaro…

Senza dubbio è un fenomeno pesante che sembra inevitabile. Si tratta di una competenza che non si può evitare, però bisogna capire le regole del mondo moderno e adattarsi ad esse per ottenere il meglio che si può da queste. Credo che si debbano imparare lezioni e adattarsi a quello che richiede il momento attuale. Bisogna operare una rivoluzione all’interno del baseball cubano. Io ho vissuto quella che si fece negli anni ’60 quando fecero la loro apparizione moltissimi giocatori amatoriali che in poco tempo sostituirono i professionisti. Si mantenne questa mistica che ha il baseball e io mi educai vedendo queste nuove figure che aiutavano a creare uno stato sociale, figurato. Questa presenza costante del baseball nella società cubana si è persa e bisogna recuperarla.

Passiamo alla musica, un’altra delle tue passioni e che tanto ha a che fare con la cultura cubana…

E’ un tema che negli ultimi tempi è stato fonte di ispirazione e ha a che fare con il fatto che negli anni ’70 in Cuba non si è riconosciuta l’importanza che stava acquisendo il fenomeno della salsa. Ci fu un atteggiamento errato che spinse a vedere la salsa come un furto – così si diceva allora – dell’arsenale storico della musica caraibica che si produceva a partire dell’arsenale storico della tradizione musicale cubana. L’errore si comprese a partire degli anni ’80 quando ci fu un boom della salsa a Cuba, come musica popolare ballabile, e fu un fenomeno che arriva fino alla fine del Ventesimo secolo.

All’inizio di questo secolo si cominciano a produrre altre correnti che polarizzarono gli interessi dei creatori. Il primo fu l’incidenza dell’hip hop nordamericano che produsse a sua volta un ritmo proprio caraibico che è il cosiddetto reaggetón. Una serie di musicisti cominciano a fare musica fusion, che parte da modelli della musica cubana ma incorpora liberamente elementi con altre influenze como la ballata, il jazz ecc. E’ come una specie di salsa fatta al contrario, creando tutta una serie di possibilità di consumo e di gusto musicale nell’ambito cubano attuale.

Come giudichi la popolarità e preferenza di una parte significativa di giovani cubani per il reaggetón?

Disgraziatamente quello che ha fatto più presa a livello popolare è stato il reaggetón e credo non sia casuale perché è una musica che esprime fondamentalmente lo stato d’animo di una società a partire dai suoi modelli etici, sociali, umani più scabrosi, per dirla con un eufemismo. Ha espressioni di machismo, a volte spregiativo nei confronti delle donne e di determinati valori relativi all’ordine sociale. E siccome la gente ha bisogno di una espressione a volte contestataria, o almeno ribelle rispetto a un certo immobilismo che disgraziatamente esiste nella società cubana, il reaggetón occupa uno spazio nel settore di popolazione meno colto, quello economicamente meno avvantaggiato, il più ferito da tutte le crisi che abbiamo vissuto.

Non tutto il panorama musicale è occupato da questo genere comunque…

No, chiaro. Recentemente ascoltavo un concerto di Decemer Bueno ed è musica di altissima qualità. C’è un gruppo di musicisti cubani che sta avendo buon successo a livello di mercato e che sta facendo musica popolare di qualità. Questi musicisti però, non stanno cercando di convertirci nel popolo più colto del mondo a colpi di lettura di romanzi, come accadeva nel Diciannovesimo secolo, ma con musica che piace alla gente. Di questo gruppo fanno parte, oltre a Decemer, Gente de Zona, Interactivo, Kelvin Ochoa e altri. Quel gruppo che si riunì attorno al progetto Habana Abierta che si fondò a Madrid al principio di questo secolo. Alcuni di loro si mantengono fedeli all’estetica, più che allo stile, mentre un altro gruppo è andato alla deriva verso il reaggetón e ha una presenza come dicevo molto grande nella società cubana.

Il reaggetón si è trasformato in un fenomeno di convivenza molte volte complicato a Cuba. La gente che ascolta questo genere di musica infatti lo fa tenendo il volume altissimo, senza rispetto per i gusti dei vicini, per esempio, e con atteggiamenti che a volte arrivano anche ad essere pericolosi. E’ comunque anche il riflesso dei problemi sociali ai quali dobbiamo che pensare perché a volte quando c’è un problema quello che facciamo è cercare di evitarlo anziché provare a risolverlo.

Passiamo dunque alla letteratura cubana: che personalità hanno influenzato maggiormente la tua opera narrativa?

Credo che pochi come me abbiano contribuito a salvare dall’oblio una personalità come Alejo Carpentier. L’ho fatto con saggi, articoli e con la mia scrittura. Carpentier è uno scrittore dal quale ho imparato moltissimo sull’arte del romanzo e sul raggiungimento di un’arte propria latinoamericano, grazie alla sua teoria del “reale meraviglioso”. Ho dedicato molte pagine all’opera di Carpentier e alla sua revisione narrativa dal mio punto di vista: anche se sono uno scrittore completamente diverso, mi sento erede di Carpentier.

Lo stesso ti potrei dire rispetto a Cabrera Infante. Con Cabrera ho imparato a scrivere “in cubano”, e più che in cubano in havanero. La sua lettura è stata fondamentale per la mia opera. Un’altra influenza è quella di Lino Calvo, un autore che nonostante fosse nato in Galizia (del resto Carpentier era nato a Losanna) è essenzialmente un autore cubano. Lino Calvo e il messicano Juan Rulfo mi hanno insegnato a come parlare della violenza, perché sono stati due scrittori che hanno lavorato molto sulla violenza, nel senso di sotto-testo, al quale si appoggiano con fatti che il lettore va leggendo. Reinaldo Arenas è un altro degli scrittori importanti per me, da lui ho imparato il senso della sproporzione cubana, un senso totalmente iperbolico.

Ti senti parte di una generazione letteraria?

Ho sempre detto che sono uno scrittore molto generazionale. Credo che scrittori come Senel Paz, Arturo Arango, Avilio Estebez, Miguel Mejide, López Sacha e altri – senza dubbio dimentico qualcuno – e io abbiamo imparato a scrivere insieme. Ognuno di noi poi ha perfezionato il suo stile personale, però la nostra concezione letteraria credo sia la stessa: in un primo momento togliere la politica dalla letteratura e mettere il conflitto umano al centro dei nostri primi racconti e romanzi, per questo quasi tutti sono testi di iniziazione, di amore e non di carattere politico o memorie. In tutto questo periodo abbiamo tenuto una relazione molto stretta e quotidiana che per noi continua ad essere molto importante. Siamo una generazione di narratori con una relazione personale molto stretta, il successo di uno è il successo di tutti, l’aggressione nei confronti di uno è l’aggressione a tutti noi, abbiamo mantenuto questo spirito e credo che questo sia un valore davvero invidiabile della mia generazione. Per questo credo che più che scrittori contemporanei siamo amici contemporanei.

In una parte importante della tua produzione, un ruolo rilevante lo occupa la storia. Perché questo chiaro interesse nella storia?

Credo che il romanzo storico abbia senso unicamente se ci aiuta a comprendere il presente, perché per molto che ci impegniamo, non riusciremo a superare le possibilità offerte da un libro di storia. Lo storico possiede e lavora con un livello di informazioni, compie un determinato tipo di sintesi e analisi che sono estranei al romanziere e il terreno del testo storico è molto importante come conoscenza di un passato. Credo che la funzione del romanzo storico sia invece illuminare il presente mostrando che esiste qualcosa di eterno e universale che si chiama condizione umana. In una città medievale o in un insediamento al di fuori della Roma imperiale sono accadute cose che è pertinente capire ed assumere dalla nostra prospettiva del presente. Questa è l’estetica che io pratico nel romanzo storico ed è il tipo di romanzo di questo genere che mi piace leggere. Mi interessa, per esempio, quando “Il nome della Rosa” mi insegna cose su noi stessi, con una prospettiva storica che conferisce loro una proiezione molto più ampia. Quando ho scritto romanzi come La novela de mi vida, El hombre que amaba a los perros, Herejes, Adiós Hemingway o La neblina del ayer, cercavo sempre di comprendere il presente.

Di questo insieme di romanzi che hai nominato, qual è consideri la più compiuta?

Dico sempre che di tutti i miei romanzi storici il migliore è La novela de mi vida, perché credo che in questo libro è dove la proposta di guardare al passato per comprendere il presente ha funzionato meglio, dove sono riuscito a esplicitarla meglio. E’ un romanzo molto cubano, molto sul dramma nazionale cubano, che può essere riflesso in un certo momento dall’esilio, in un altro dalla ricerca dell’indipendenza e in un altro ancora dalla presenza delle società segrete a Cuba o dalla pratica della letteratura… insomma, tutto questo è presente in questo romanzo e credo sia un libro in cui l’equilibrio tra i miei propositi e il risultato finale sia il più alto. Per questo è il mio romanzo preferito e credo il più completo.

Continuando con questo romanzo, come può la vita di un poeta romantico, una vita tragica alla metà del Diciannovesimo secolo aiutarci a comprendere il presente?

La vita di un poeta cubano del Diciannovesimo secolo, fondatore dalla poesia e praticamente della cultura cubana, il primo uomo che parla della patria cubana, il primo che nei suoi versi e nella sua letteratura si riferisca alla patria. José María Heredia mi ha permesso di trasladare fino al presente, fino a me stesso, fino alla mia contemporaneità tutta una serie di conflitti esistenziali della cubanità, un tema che sempre mi ha preoccupato e che ha molto ha che vedere con il tipo di persona che sono, con il modo in cui voglio scrivere.

Te la sentiresti di ripetere questa esperienza narrativa con la figura monumentale di José Martí?

Sì e no. Credo che su Martí si è scritto moltissimo e questo eccesso di rappresentazione che ha acquisito la sua figura, in un certo senso lo ha castrato per la letteratura di narrativa. Realmente è molto complicato. Un regista cubano eccellente, Fernando Peréz ha realizzato un film sulla sua infanzia e gioventù [El ojo del canario] e penso che si rifugiò in questa tappa iniziale di Martí perché lì c’era ancora uno spazio per ricreare la sua vita. Dei grandi nomi della storia cubana del Diciannovesimo secolo ce n’è uno che considero particolarmente accattivante e che mi attira molto come personaggio da romanzo: Carlos Manuel de Céspedes, il cosiddetto padre della patria, l’uomo che guida la prima sollevazione indipendentista contro la Spagna. Questo è un personaggio che, come Martí, possiede tutti i componenti tragici che mi attirano, ma che è molto complicato trattare per il significato che riveste.

Perché nella tua opera c’è una presenza e difesa dell’amicizia così marcata?

Mi sembra che l’amicizia sia una delle manifestazioni più belle di questo concetto di cui parlavamo prima, la condizione umana. L’uomo è essenzialmente un essere sociale, più che sociale è un essere gregario. Quando ero giovane giocavo a baseball a Mantilla, studiavo al liceo della Vibora e dopo andai all’università, eravamo un gruppo gregario e questo mi segnò come persona. Credo che l’amicizia con queste persone che mi hanno accompagnato in tutta quell’epoca, e che fortunatamente continuano ad accompagnarmi, ci ha formato come esseri umani. Sono nato e cresciuto in una Cuba in cui tutti eravamo più o meno uguali, anche se ovviamente c’erano quelli meno uguali, e questa uguaglianza ci ha dato uno spirito di solidarietà, di fraternità. Siamo cresciuti come frater, accompagnati fin dall’infanzia inoltre, nel mio caso, da concetti come la filosofia massonica di mio padre o la fede cattolica di mia madre nella Virgen de la Caridad del Cobre. La solidarietà tra persone è stata un valore che ho imparato nella culla e che mi ha aiutato moltissimo in seguito, in un paese nel quale davvero siamo stati realmente molto uguali. In questo quartiere dove sono cresciuto non importava se avevi migliori o peggiori possibilità economiche, non importava se eri più bianco o più nero: non importava perché quasi nessuno era bianco… non importava che fossi miglior o peggior giocatore di baseball, perché tutti eravamo pessimi…

Questa sensazione di vicinanza l’ho praticata tutta la vita e per questo in molti dei miei romanzi rendo omaggio all’amicizia.

Hai fatto riferimento a Mantilla, il quartiere dove sei nato e dove continui a vivere, lontano dalle zone centrali della capitale. A cosa è dovuto questo senso speciale di appartenenza?

E’ facile: ho un senso di appartenenza nei confronti di questo luogo molto forte e inoltre le condizioni proprie della vita cubana favorirono questo senso di appartenenza. Arrivo alla mia vita adulta in un momento in cui avere una casa a Cuba è praticamente impossibile e non mi restò altro da fare che costruire sul tetto a terrazza della casa dei miei genitori. Qui ho creato la mia casa, insieme a Lucia, l’abbiamo costruita noi due, insieme. Ogni mattone che c’è in questa casa è passato tra le mie mani o la mia schiena e in più c’è l’atmosfera del quartiere e la presenza dei miei genitori. Poco tempo fa stavo organizzando un viaggio per mia madre che andava a stare un periodo a casa di mio fratello che vive negli Stati Uniti. Dicevo a mio fratello che solo poteva portarsela con lui un mese perché lei non resiste di più lontano da Mantilla, comincia a sentirsi male, deve parlare con le vicine.

Anche se mio padre è morto ormai da due anni, io so che averli portati via da qui sarebbe stato come sradicare un albero e ripiantarlo in un posto non adeguato. Qui poi ho la possibilità di stare vicino alla gente del quartiere, ci conosciamo da sempre, quando mi incontro con gli amici, anche se non ci vediamo da tempo, sempre ci riconosciamo. C’è sempre stato un gioco pulito tra noi.

Che significa Lucia per Leonardo Padura?

Lucia è la mia compagna da 40 anni. Immaginati: abbiamo cominciato a uscire insieme nel 1978. Ho trascorso tutta la mia vita adulta con lei, avevo 18 anni quando ci siamo conosciuti. Non è stata solo la mia compagna di vita, è stata la mia compagna di crescita. Lavoriamo insieme, è stata sempre la mia prima lettrice, la mia prima critica, la mia accompagnante, il mio bastone, il mio scudo nei momenti difficili. Ho un gran debito di gratitudine con lei in questo senso.

Che significa la letteratura per te?

La letteratura è stata, dopo il baseball, la mia grande passione. Pero devo alla letteratura molto più che al baseball perché mi ha dato la possibilità di ottenere cose che non erano alla mia portata nel baseball. Non mi sono mai potuto fermare in mezzo allo stadio Latinoamericano con una uniforme azzurra e tuttavia grazie alla letteratura ho potuto arrivare a luoghi che mai avrei immaginato di poter raggiungere. Negli anni ’90, durante la crisi peggiore [si riferisce al cosiddetto Periodo Especial, la crisi economica che colpì Cuba dopo il crollo dell’Unione Sovietica], quando scarseggiava il cibo, i blackout erano quotidiani e interminabili, non c’era quasi trasporto, non c’era nulla, la letteratura mi ha salvato dalla pazzia.

Tra il 1990 e il 1995 scrissi tre romanzi, un saggio su Carpentier, preparai due raccolte di racconti, una di giornalismo, sceneggiature cinematografiche, scrissi come un pazzo per non impazzire. La letteratura è stata, ed è, il mio lavoro; vivo per scrivere e ho la fortuna di poter vivere di ciò che scrivo, il che è un privilegio in qualunque parte del mondo.

Che significa Cuba per Leonardo Padura?

Il giorno in cui ho ricevuto il premio Princesa de Asturias [2015], il più importante che mi sia stato dato, sono andato a riceverlo nel nome di Cuba, per questo portavo con me due cose che mi sembravano assolutamente imprescindibili: ero vestito con una guayabera [la tradizionale camicia bianca latinoamericana] che non avevo comprato nello Yucatán né a Panamá, dove la fanno bellissima. La mia l’aveva confezionata un cubano. In mano avevo una palla da baseball. In questa camicia e in questa palla portavo con me tutti i cubani che mi sarebbe piaciuto fossero stati presenti alla cerimonia, mi sarebbe piaciuto che la gente avesse potuto vederla alla televisione. Lo dissi in quella occasione, in Spagna, e lo ripeto ovunque: ho ricevuto questo premio non come scrittore, ma come scrittore cubano.

Ho un rapporto molto peculiare con quello che si chiama appartenenza nazionale, mi costa parecchio assimilare un discorso patriottico o storico che inglobi tutto. Per me Cuba come totalità non esiste se non attraverso delle sue manifestazioni concrete come possono essere, per esempio, una canzone di Benny More o un romanzo di Alejo Carpentier.

Per me Cuba è soprattutto l’Avana e ancora di più Mantilla e in particolare questa strada che era la frontiera dove terminava la mia libertà infantile, perché mi era proibito attraversare la strada: infrangere quella frontiera ha segnato il mio passaggio da bambino ad adolescente.

Mio padre, già ammalato, un giorno mi disse che voleva che il suo corteo funebre passasse per cinque luoghi: la casa dove era nato, la stazione degli autobus della Ruta 4, il negozio dove lavorò molti anni con suo fratello, la loggia massonica che contribuì a fondare e per ultima la casa che costruì e fu la casa della famiglia. Il giorno che morì effettivamente realizzammo quel percorso e tra i due luoghi più distanti, dei cinque dove mio padre voleva passare, c’erano 250 metri. Ecco, i cinque luoghi più importanti della vita di mio padre erano concentrati in 250 metri di questa strada: questa è la patria.

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