Latinoamerica, tra soft power e rinascita del bilateralismo

Le interviste di Diritti Globali: Marco Bellingeri

Marco Bellingeri, Rapporto sui diritti globali 2015 • 17/7/2016 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali • 466 Viste

L’America Latina è al centro di grandi trasformazioni. Gli Stati Uniti stanno rivedendo i loro rapporti con quello che hanno sempre considerato il “cortile di casa” e Barack Obama ha deciso, a pochi mesi dalla fine del suo mandato presidenziale, di riaprire le relazioni con Cuba. Marco Bellingeri, professore presso il Dipartimento di Studi Politici dell’Università di Torino, sottolinea come le dinamiche interne alla stessa America Latina siano qualcosa da analizzare da vicino, soprattutto le trattative tra Brasile e Messico che, a suo avviso, sono il segnale più evidente di un possibile NAFTA (North American Free Trade Agreement, l’accordo di libero commercio nordamericano) globale.

Redazione Diritti Globali: Dalla morte del comandante Hugo Chávez si può osservare una certa controffensiva della destra latinoamericana che cerca di recuperare spazi perduti.

Marco Bellingeri: La morte di Chávez, e il conseguente declino del suo progetto, solo in parte dovuto alla diminuzione del prezzo degli idrocarburi, non ha in realtà aperto in Venezuela un’alternativa di destra, visto che quest’ultima è enormemente frazionata in quel che riguarda la leadership dell’opposizione in generale. Nel resto dell’America Latina il progetto chavista non ha mai avuto una reale possibilità di concretarsi. Al contrario, uno dei problemi della democratizzazione nella regione continua a essere la mancanza di una credibile alternativa non populista, moderata e riformista e soprattutto anti-monopolistica. Perfino in Brasile, la possibile fine dell’egemonia del Partido de los Trabajadores non porterebbe necessariamente a una alternativa, ma piuttosto a un riordino all’interno della maggioranza, cosa del resto “normale” nella tradizione di quel Paese.

 

RDG: Al di là delle realtà nazionali, questa situazione ha un riflesso regionale nella contrapposizione di questi due assi politico-economici differenti: un polo progressista e trasformatore, che ruota attorno a organizzazioni come UNASUR, MERCOSUR e ALBA e la cosiddetta Alianza del Pacifico, di taglio chiaramente neoliberista e pro-nordamericano. Forse un’immagine recente di questa realtà è quella della Cumbre de Las Americas, del 2015. Che conclusioni trarrebbe da questa immagine?

MB: Credo che questa contrapposizione già non esista, nei fatti: un asse al nord con il Messico alla guida e uno al sud con il Brasile come leader indiscusso. Questo era lo scenario nel momento del presunto salto di qualità inaugurato con il forte appoggio brasiliano a UNASUR, come progetto di regionalismo multilivello che avrebbe dovuto superare lo stallo in cui versava il MERCOSUR. Oggi credo sia importante seguire con attenzione le trattative, in gran parte segrete, tra Messico e Brasile che potrebbero condurre alla firma di un Trattato di Libero Commercio. Di fatto, questo comporterebbe un passo senza ritorno verso un NAFTA globale, però con i Paesi sudamericani principali come soggetti forti nella loro relazione con gli Stati Uniti che, d’altro canto, hanno bisogno di un blocco commerciale compatto nello scenario di negoziati in atto per il Trans-Pacific Partnership, il Partenariato Trans-Pacifico e il Trans-Atlantic Treaty for Trade and Investments, il Trattato Transatlantico per il commercio e gli investimenti).

 

RDG: Il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, è al governo da quasi sei anni. All’inizio del suo primo mandato disse che l’America Latina non stava vivendo un’epoca di cambi ma un cambio di epoca. Che valutazione darebbe in questo momento di quell’ottimismo?

MB: In realtà, questo “cambio d’epoca” che trasformasse in maniera strutturale la crescita in sviluppo non era stato pianificato con strategie adeguate e forse non sarebbe stato comunque possibile realizzarlo in una decade. Solo una visione tradizionalmente scatologica, ben radicata nelle culture popolari latinoamericane e ben interpretata dai politici populisti, tanto di destra quanto di sinistra, poteva pensare a una modernizzazione epocale senza tensioni sociali, che sono il risultato di vecchie e nuove contraddizioni e che oggi si sommano alla tensione tra la modernizzazione raggiunta e orizzonti di modernità.

 

RDG: Il modello di redistribuzione sociale della ricchezza sulla base dell’esportazione di materie prime e alimenti, messo in pratica dai governi rivoluzionari e progressisti latinoamericani, sembra toccare il fondo. Che cosa è fallito? Cosa bisogna cambiare?

MB: Anche se è chiaro che le politiche economiche che più dipendono dal modello neo-estrattivo e da una redistribuzione corporativa o indiscriminata di sussidi non saranno utilizzabili in futuro, il tempo perso per l’attuazione di vere riforme anti-monopolistiche, di trasparenza e sicurezza fa pensare a una situazione di stagnazione nel medio periodo. Credo che nessuno abbia ricette valide per far fronte a questa nuova congiuntura determinata da cambi globali.

 

RDG: La presidente del Brasile Dilma Rousseff ha dichiarato che non c’è spazio per avventure antidemocratiche e si riferiva naturalmente al suo Paese, ma anche a Venezuela e Ecuador. Si può parlare di un “modello” condiviso di destabilizzazione secondo lei? C’è lo zampino degli Stati Uniti?

MB: Personalmente non credo esista un “modello” condiviso della destra a livello regionale. E credo che nello scorcio di tempo di governo che gli rimane, il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, non voglia appoggiare progetti destabilizzanti in questa regione, e nemmeno, tendenzialmente, in altre. Dal cauto avvicinamento a Cuba all’accordo con l’Iran, mi pare che quello che cerca Obama è una nuova stabilità, attraverso una riedizione del cosiddetto soft power.

 

RDG: Questi tentativi di destabilizzazione contano però sull’appoggio di grandi monopoli informativi. Una strategia da “Rivoluzione colorate”, come, ad esempio e da ultimo, in Ucraina?

MB: I grandi monopoli informativi, da una parte, appoggiano il governo, come per esempio accade in Messico; dall’altra, sono il palcoscenico naturale di qualunque proposta populista, di destra o sinistra; il che non cancella la loro responsabilità in alcuni casi concreti. L’importante è non ledere la libertà di espressione, ma contrastare queste posizioni con nuovi media, proteggendo sempre la stampa libera anche quando non ci piace ed è monopolio di qualcuno.

 

RDG: Gli Stati Uniti sembrano aver imparato alcune lezioni e si stanno muovendo oggi su una doppia dinamica, quella del “giardino di casa” e quella di “partner regionali”, a seconda delle regioni, dei Paesi e del peso specifico di ognuno. Quali sono secondo lei gli obiettivi strategici dell’atteggiamento degli USA?

MB: Gli Stati Uniti hanno cambiato profondamente i loro obiettivi nella regione. Tuttavia, bisogna segnalare che la crisi del regionalismo latinoamericano favorisce la rinascita del bilateralismo tradizionale. Mi sembra che si stiano comportando in questo senso molti Paesi, soprattutto Messico e Brasile. Non è un caso che l’Unione Europea abbia scelto la CELAC come partner “diplomatico”, lasciando ai suoi membri la ricerca di nuove strategie bilaterali. Ciononostante, in questo scenario possibile si presentano due eccezioni importanti: la relazione Messico-Stati Uniti nell’integrazione trans-frontaliera e il Centro America, con il quale l’Unione Europea continua a rafforzare una relazione bi-regionale.

 

RDG: Scenari possibili per il futuro prossimo?

MB: Meglio che uno storico non si trasformi in lettore del futuro. Però separerei forse la crisi in Venezuela con le sue conseguenze regionali e di confine.

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