SE L’ATTICO DI KNIGHTSBRIDGE FA TREMARE I FONDI PENSIONE

Un meccanismo di trasmissione del contagio Brexit è lo scoppio della bolla immobiliare inglese

FEDERICO RAMPINI, la Repubblica • 8/7/2016 • Copertina, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 634 Viste

CHE COSA lega gli oligarchi russi con superattico londinese, ai problemi delle banche italiane? Per adesso, quasi niente. Domani, chissà. Uno dei meccanismi di trasmissione del “contagio Brexit” su cui si accende l’attenzione dei mercati, è lo scoppio della bolla immobiliare inglese. Gli oligarchi russi sono solo una modesta frazione, nell’afflusso di investitori stranieri che hanno comprato case a Londra. Con New York, è una delle metropoli più ambite per le seconde case dei ricchi, e non solo. La febbre degli investimenti si è allargata all’edilizia commerciale, i palazzi per uffici. Gli investimenti nel mattone inglese sono stati alimentati quasi al 50 per cento da capitali esteri. Ora l’alta marea si ritira, e come dice l’investitore americano Warren Buffett, «è il momento in cui si vede chi stava nuotando senza costume».

La caduta della sterlina post-Brexit espone a una perdita secca di valore quegli investimenti immobiliari. Che non sono soltanto di singoli individui opulenti. Nell’immobiliare inglese si sono gettati a capofitto i fondi comuni specializzati negli investimenti in case. A loro volta, quei fondi sono finiti nei portafogli di grandi banche o compagnie di assicurazione. Il pensionato che ha sottoscritto una polizza vita per assicurarsi una previdenza integrativa non lo sa, ma la sua compagnia può aver messo una parte di quei risparmi in mattoni inglesi. Di colpo la macchina da soldi gira all’indietro. Subito dopo il Brexit ha cominciato a soffiare un vento di paura. Sono affluite le richieste di rimborso a quei fondi immobiliari. In questi casi succede come in un cinema affollato se qualcuno grida “incendio”: è la ressa verso l’uscita.

Dei fondi importanti hanno chiuso gli sportelli, respingendo le richieste di riscatto. Qualcuno ricorda che un episodio simile fu l’avvisaglia del grande crac del 2008. Era l’estate del 2007, quando la Bnp Paribas rifiutò le richieste di rimborso da un suo fondo speculativo che era pieno di mutui subprime. Il “canarino nella miniera di carbone”, il primo segnale di allarme, curiosamente si verificò in una banca francese anche se la fabbrica dei mutui suprime era a Wall Street. Ma alcuni investitori americani non sottovalutarono quel segnale. Anche se la vittima era un fondo della Bnp non particolarmente importante, fu il primo anello debole a saltare, in seguito alla fatale inversione di tendenza: dopo anni di boom nei prezzi immobiliari, il mercato delle case Usa stava scendendo pesantemente. I debitori in difficoltà non potevano vender casa per ripagare le banche, perché il valore di quelle abitazioni era ormai sceso al di sotto del prestito ottenuto. Il seguito lo conosciamo.

I paragoni storici vanno maneggiati con cura. «La storia non si ripete, ma fa le rime», diceva Mark Twain. È presto per dire se lo scoppio della bolla immobiliare inglese sarà l’inizio di qualcosa di più grosso e più grave. Di certo però la fuga dal mattone inglese e le difficoltà dei fondi hanno aumentato la crisi di fiducia verso il sistema bancario: per timore che vari istituti di credito possano essere collegati agli investimenti immobiliari in crisi. In cima all’elenco dei soliti sospetti ci sono banche inglesi, tedesche, svizzere.

La Deutsche Bank è chiacchierata in generale per la sua esposizione ai derivati, non solo nelle sale di trading o sulle colonne dei giornali: perfino il Fondo monetario internazionale l’ha additata come una banca fragile. Per questo il governo Renzi reagisce con irritazione ai “processi europei” contro le banche italiane: nessuno è esente da colpe. Le sofferenze delle banche italiane sono il rovescio di una lunghissima crisi industriale, ma istituti di credito ben più grossi e globali dei nostri hanno perseverato nelle attività speculative. uesto spettacolo, se visto da lontano — per esempio dagli Stati Uniti o dalla Cina — conferma i timori sul contagio- Brexit in senso lato. L’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, in sé, non deve necessariamente tradursi in uno shock sistemico per l’economia del Vecchio Continente. Però sta accentuando spinte centrifughe, proprio quando l’unione bancaria resta un cantiere incompiuto. A differenza degli Stati Uniti, ancora l’Eurozona non è riuscita a darsi un’assicurazione federale sui depositi, elemento chiave di una vera unione bancaria che dia certezze e rassicuri i risparmiatori. Nell’ottica degli investitori internazionali, questa mancanza può essere decifrata così: se ci saranno nuove crisi bancarie, l’Europa le affronterà ancora in ordine sparso, con un livello insufficiente di solidarietà. È questo sospetto, ad alimentare la speculazione che cerca di individuare gli “anelli deboli” su cui infierire. Ce ne sono tanti, non solo in Italia. Ma non è una consolazione.

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