ARCI

Le cause delle migrazioni e la necessità di una nuova politica europea

Le interviste di Diritti Globali: Francesca Chiavacci

Roberto Ciccarelli, Rapporto sui Diritti Globali • 18/7/2016 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali • 533 Viste

Creazione di canali sicuri e legali per assicurare la mobilità dei migranti che arrivano in Europa dall’Africa e dal Medioriente. Creazione di un diritto d’asilo europeo e revisione del trattato di Dublino; infine, riforma radicale del sistema di accoglienza italiano. Questa dovrebbe essere l’agenda di governo italiana ed europea, secondo la Presidente nazionale dell’ARCI, Francesca Chiavacci, che denuncia altresì la mancanza di una legge sull’asilo in Italia. Per Chiavacci, la classe politica dell’Unione non può più permettersi di rinviare la grande questione dell’Europa dei popoli e della democrazia, alla base della fondazione del progetto unitario.

 

Rapporto Diritti Globali: La decisione di Berlino di accettare i profughi siriani cambierà le politiche sull’immigrazione in Europa?

Francesca Chiavacci: Indubbiamente le immagini della tragedia di Bodrum e del piccolo Alan Kurdi, le migliaia di persone in marcia che chiedono protezione hanno aperto uno squarcio nell’opinione pubblica europea e l’Europa non ha più potuto volgere lo sguardo da un’altra parte. La decisione della Germania e di Angela Merkel rappresenta una novità interessante e importante. La discussione sull’accoglienza e sulla solidarietà è punto di agenda dei vertici europei. Ma credo che per parlare di inversione di rotta sulle politiche sull’immigrazione e sull’asilo sia prematuro. Ci sono i muri che vogliono erigere i Paesi dell’Est Europa, c’è la riluttanza di Gran Bretagna e della Danimarca. In tutta Europa serpeggiano istinti e, in alcuni casi, violenze razzisti e xenofobi. Ora si aggiunge la stessa Germania, che sospende Schengen. E le tragedie in mare non si fermano.

Nel merito della discussione, restano aperte molte questioni da affrontare per gestire dignitosamente e compiutamente un vero e proprio fenomeno migratorio epocale. La creazione di canali sicuri e legali deve essere il primo punto di un’agenda di governo europea all’altezza della sfida che abbiamo davanti. In secondo luogo, la ripartizione in quote riguarda, se si considerano i numeri, solo le persone già arrivate e non si capisce in base a quale criterio sarà fatta selezione alle frontiere. E poi ci sono i due grandi punti che non si possono più rinviare: la nascita di un diritto d’asilo europeo e il superamento del regolamento di Dublino.

La disomogeneità del welfare europeo e degli standard d’accoglienza fa sì che i profughi cerchino di arrivare dove le condizioni sono migliori. Per quanto riguarda l’Italia, se il nostro sistema d’accoglienza non cambia, il rischio è che con l’aumento delle domande d’asilo i profughi restino anche più di due anni nei centri in attesa dell’audizione della Commissione, con spreco di denaro, frustrazione dei trattenuti, ingolfamento del sistema, esasperazione delle tensioni nei territori. Inoltre, la questione degli hotspot è molto delicata e bisognerà evitare che nascano nuove forme di centri di detenzione. C’è poi la questione dei Paesi individuati come “sicuri”, a proposito dei quali circolano liste molto discutibili. La necessità di condivisione e armonizzazione a livello europeo sarà cruciale. Se non si farà questo, in molti Paesi, a partire dal nostro, la situazione può solo peggiorare.

 

RDG: La decisione umanitaria di Angela Merkel, presa a settembre, riuscirà a modificare l’immagine della Germania che a luglio si è dimostrata il gendarme dell’austerità imponendo alla Grecia di Alexis Tsipras il Memorandum?

FC: Credo che sulla decisione della Merkel abbiano pesato l’inarrestabile sequenza di notizie e immagini di morti e tragedie – prima della foto di Alan c’era stata la tragedia dei migranti asfissiati nel TIR in Austria – che hanno generato un moto di indignazione e mobilitazione dal basso molto forte e importante in direzione della solidarietà e dell’accoglienza. Ma credo che esistano anche ragioni di ordine interno. Un momento di cambiamento è stato la reazione a un blitz dell’estrema destra tedesca al centro per i rifugiati di Heidenau, in Sassonia. La cancelliera Merkel ha dovuto dovuto dare una risposta ferma agli attacchi delle frange neonaziste che, seppure minoritarie, colpiscono quel Paese. Angela Merkel ha dovuto e voluto dire che c’è anche un’immagine della Germania più aperta, disposta ad accettare l’immigrazione. Non so se questo riuscirà ad attenuare la percezione di gendarme dell’austerità. Credo però che, più in generale, la classe politica che oggi guida l’UE e i Paesi europei, a cominciare dalla Germania che ha un ruolo guida, non può più permettersi di rinviare la grande questione dell’Europa dei popoli e della democrazia, che poi è alla base della fondazione del progetto unitario. Il punto della democrazia sarà sempre più dirimente e le affermazioni, da un lato, di forze euroscettiche e populiste e, dall’altro, di progetti, partiti e personalità critiche nei confronti dell’austerity – Podemos, Syriza, fino ad arrivare a Jeremy Corbyn in Gran Bretagna – lo stanno a dimostrare.

 

RDG: Quale significato attribuisce alla “freedom march” da Budapest a Vienna dei profughi?

FC: Questa marcia, insieme alle immagini drammatiche delle spiagge della Turchia, dei rifugiati, ha indubbiamente “spostato” l’opinione pubblica e conseguentemente, come dicevo prima, le decisioni dei governi europei.

 

RDG: L’Europa si prepara a intervenire militarmente nelle zone di emigrazione: in Siria come in Libia. Ritiene che questa sia la soluzione?

FC: Se c’è un aspetto che continua a non essere presente nella riflessione sul fenomeno della migrazione, che sarà epocale, è proprio quella sulle cause di tale fenomeno, che sono da individuarsi soprattutto in guerre che, come sempre, a differenza di come vengono raccontate normalmente, trovano fondamento in ragioni che sono soprattutto di carattere economico. L’Europa ha su di sé grandissime responsabilità e l’esperienza ci ha dimostrato che non è possibile “esportare” la democrazia con le armi e con l’intervento militare.

Occorre un’assunzione di responsabilità che comporta azioni di solidarietà, di cooperazione, di diplomazia che possa, da una parte, riaprire un dialogo tra le parti in gioco, dall’altra, restituire ai popoli di quei Paesi (penso alla Libia e al petrolio) le ricchezze che in questi anni sono state sottratte. Le associazioni e i movimenti della società civile, in Italia come in Europa, hanno denunciato questo da tempo, ben prima dell’“emergenza profughi”.

 

RDG: Mafia Capitale ha rivelato i drammatici problemi del sistema di accoglienza in Italia. In che modo affrontare le conseguenze e quale riforma è possibile adottare?

FC: Ciò che è accaduto a Roma ha avuto come prime vittime proprio i cittadini immigrati e i rifugiati ai quali era destinato il servizio di accoglienza: sono stati sottratti denari pubblici destinati a loro. Non dobbiamo assolutamente cadere nella trappola mediatica che ha voluto attribuire, invece, proprio all’accoglienza e quindi agli immigrati la colpa della corruzione e della connessione tra politica e malavita organizzata. Indubbiamente, esiste una questione legata alla qualità del sistema di accoglienza. L’ARCI è impegnata da anni sul fronte della vertenza politica relativa alla condizione dei rifugiati nel nostro Paese: innanzitutto, la mancanza di una legge sull’asilo, con il paradosso che ha considerato questo fenomeno un’emergenza e come tale affidata al sistema prefettizio. Come associazione abbiamo sempre cercato di qualificare, appunto, le modalità con cui si svolgono i nostri progetti, in collaborazione con i Comuni, in una reale direzione di inserimento e di ricostruzione di un futuro per chi scappa da guerre e regimi. La risposta giusta ed efficace è quella di un sistema di accoglienza che veda un’integrazione tra Enti locali e Terzo settore. Quello che oggi sta accadendo nel nostro Paese, però, è l’istigazione alla violenza e alla paura nei confronti di questo fenomeno, che si è cercato di far crescere in una fase di crisi economica e sociale.

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