Mettere a disagio il lettore attraverso l’immaginazione, la fantasia e la creatività

Mettere a disagio il lettore attraverso l’immaginazione, la fantasia e la creatività

Abbiamo incontrato Jorge Enrique Lage nel suo ufficio al Centro di Formazione Letteraria Jorge Onelio Cardoso. Qui lavora come editore della rivista del Centro, el cuentero e per la sua casa editrice, Caja china.

Lage é nato all’Havana nel 1979 e vive nella capitale cubana. Scrittore di racconti e romanzi fa parte di quella che è stata chiamata Generazione 0 e ha pubblicato molti libri sia a Cuba che all’estero.

 

Che autori e generi letterari hanno influenzato la tua opera?

Non ho una formazione letteraria, ho studiato scienze e mi sono laureato in biochimica e quando ho iniziato ha leggere ho sempre sentito una certa attrazione verso la fantascienza e il genere fantastico. Ho letto molta fantascienza americana, i suoi classici, horror e fantasia eroica. Tutto questo in una prima fase. Quindi ho iniziato a leggere molte altre cose, mantenendo sempre una predilezione per il fantastico e la fantascienza e soprattutto per introdurre la scienza nella fiction. Non mi interessava tanto la fantascienza convenzionale, ma il modo scientifico, sperimentale diciamo, da laboratorio. Ho letto molta letteratura americana in generale e mi interessano gli scrittori della generazione degli anni ’90, come David Foster Wallace, Bret Easton Ellis, Douglas Coupland. Da queste letture ho preso molte idee. Più recentemente ho cercato di fare un lavoro più professionale e di leggere di tutto e soprattutto di familiarizzarmi con i classici cubani, la letteratura cubana che si scrive fuori del paese, e quella europea.

 

Come giudichi la letteratura cubana contemporanea?

Quello che più mi interessa é la poesia, non la narrativa. Ci sono buoni poeti, voci interessanti e ottimi libri. Rispetto alla narrativa non é che mi interessino molto i romanzi cubani, preferisco leggere gli autori morti: Reinaldo Arena, Cabrera infante,Virgilio Piñera che penso siano ad un livello non ancora raggiunto dalle nuove generazioni.

 

Si parla di Generazione 0 nella letteratura cubana contemporanea, come definiresti questa generazione di scrittori?

É vero che c’é una serie di autori che hanno segnato una differenza a partire dagli anni 2000, perché quando si parla di letteratura cubana degli anni ’90, si parla di una letteratura segnata per quegli autori che si sono definiti los novísimos e i post-novísimos,che scrivevano una letteratura che aveva a che fare con il cosiddetto Periodo Speciale e tutto quello che successe negli anni del Periodo Especial [si riferisce alla crisi economica cubana dopo il crollo dell’Unione Sovietica]. La critica allora si occupava di temi determinati che avevano a che vedere con la crisi, la caduta dell’ideologia a Cuba, argomenti prima impossibili da affrontare come l’omosessualità, la corruzione o il cosiddetto jineterismo. Tutte cose di cui non si parla più a partire dal 2000.

In termini di generazione, se non ricordo male, abbiamo iniziato a parlare in un piccolo gruppo di amici, come Ahmel [Echevarria], io stesso, un amico che ora vive all’estero, Orlando Luis Pardo, e il termine ha iniziato a richiamando l’attenzione della critica che ha cominciato a scrivere di letteratura cubana più recente. Diciamo che era un modo un po’ incosciente di richiamare l’attenzione della critica sulle cose che stavamo facendo, sui libri che si stavano pubblicando a partire dal 2000.

Non era un termine che aveva fine di gruppo e nemmeno generazionale nel senso di comunità di interesse estetico o di scrittura, più che altro era qualcosa di locale, habanero, di un gruppo di amici che avevano iniziato ad usare questo termine per infiltrarlo e in questa maniera renderci riconoscibili quando apparivano recensioni dei nostri libri: si potevano ubicare, era un po’ come segnare una differenza.

Tempo dopo quest’idea si estese in tutto il paese e iniziarono ad apparire altri nomi che si associavano a quella stessa generazione. All’estero e nell’accademia è servito per renderci visibili.

 

Scorrendo un po’ i nomi dei nuovi e giovani autori si vede che quasi tutti siete passati per il Centro Jorge Onelio Cardoso…

Sì, il centro è stato importante soprattutto per farci conoscere meglio. Le principali amicizie letterarie che ho avuto gravitavano attorno a questo centro. Alcuni erano passati per altri workshop letterari, ma ad un certo momento sono passati per l’Onelio e quindi si è creato un ambiente di complicità. Questo centro è unico, ossia, è come se stessimo parlando dell’università dell’Avana, quanto a importanza: tutti devono passare per i suoi corsi e workshop.

 

Come entra l’Avana nella tua letteratura?

Per me non è un’Avana realista e nemmeno costumbrista, e non è neppure l’Avana sporca dei racconti di di Pedro Juan Gutiérrez. Per me è come un’Avana fantasma. Ti faccio un esempio: nel mio racconto Diario di un assassino del Giurassico rifletto un’Avana dove si sovrappongono vari piani, che hanno segni in un futuro lontano. Per dire, in quel momento un’ambasciata degli Stati Uniti nella capitale era una cosa totalmente assurda come l’idea di una metropolitana. Questi elementi si mescolano ad altri della preistoria: la città è un posto dove si inventa, dove si sperimenta con cose, però non per descrivere né testimoniare com’è L’Avana. A me non interessa questa cosa urbana, questa maniera di vedere la città. Mi interessa invece violentarla, violentare lo spazio urbano che io vedo come qualcosa di traumatico.

Per me questa è una città intrappolata nel tempo con molte carenze di tutti tipi in termini sociali, umanistici, urbanistici. Non sono capace di parlare dell’Avana con l’ ammirazione di un abitante urbano della capitale.

 

Parlaci un po’ del tuo processo creativo…?Il mio modo narrativo di pensare, e il modo in cui funziono per scrivere, è qualcosa di naturale come il flusso di un fiume. Non mi interessa essere verosimile né dirigermi ad un lettore che cerchi di identificarsi con situazioni o personaggi. Mi interessa mettere a disagio il lettore a partire dall’immaginazione, la fantasia e la inventiva. C’è uno scrittore argentino che mi piace molto, Cesar Aira, che ha un percorso letterario molto interessante, a partire da una immaginazione enorme, crea e inventa cose continuamente. Essere radicale, sperimentare con l’immaginazione, la fabula, il racconto. Questo mi porta a incorporare elementi scientifici, speculazioni a base di teorie e situazioni. Molti lo classificano come fantascienza e non mi sembra male, però il problema sorge che quando si dice che tizio è uno scrittore di fantascienza, la maggior parte della gente pensa a determinate tematiche, nel peggiore dei casi a navi spaziali, robot e cose del genere, influenzati dai film di Hollywood e da un’età dell’oro della fantascienza in cui si produssero grandi romanzi. Io però non mi sento rappresentato da questo tipo di letteratura fantascientifica. A Cuba ci sono autori che si sentono a loro agio con questi canoni e scrivono quello che io chiamo fantascienza realista e inventano, con serietà, creature, eventi, futuri e passati con rigore. A me invece interessa distruggere tutto questo e collocare elementi di fantascienza seguendo un’altra logica e una differente narrazione.

 

Nella tua opera pubblicata si fa costante riferimento alla musica…

C’è stato un periodo in cui sì, effettivamente mi interessava non tanto la musica in quanto tale ma piuttosto come cultura rock e pop anglosassone e quello che potevo fare con essa, perché era portatrice di una serie di miti, leggende, personaggi e feticci. Pensai che potevo utilizzare tutto ciò, muovere i vari elementi, combinarli fra loro. Adesso non mi interessa tanto, perché alla fine c’erano racconti che si riempivano di pezzettini di canzoni e di frammenti di quello che leggevo o dei film che vedevo. In quel momento mi interessava molto la letteratura nordamericana, ora mi sento un po’ distante da questa influenza.

 

Che accesso hanno gli scrittori cubani ad altre letterature?

Io credo che la principale carenza dei lettori cubani e degli scrittori in quanto lettori, sia la circolazione. Anche se la frontiera letteraria cubana si è aperta moltissimo esiste una circolazione alla quale non abbiamo accesso e questo sì è un serio bloqueo, visto che per esempio non può ricevere nessun feedback su quello che scrive. Adesso con la possibilità di leggere in digitale le cose sono cambiate un po’, io per esempio leggo moltissimi libri elettronici, che sì circolano molto e quindi uno riesce a leggere con più facilità quello che si pubblica in giro.

 

Quali sono le tue impressioni sul mondo editoriale cubano, i suoi pregi, i suoi difetti…

Non credo ci sia una singolarità cubana in questo senso. In ogni caso la specificità è che le case editrici sono dello Stato e il loro interesse editoriale, al di là di pubblicare tutto quello che possono, non si basa su criteri molto chiari. Il libro pubblicato alla fine è relativamente economico. D’altra parte non ci sono agenti letterari o agenzie indipendenti, però del resto, anche se ci fossero, non credo che sarebbero oberate di lavoro. Non vedo Cuba in maniera diversa da come vedo, per questo aspetto, la Repubblica Dominicana, o il Nicaragua, paesi più o meno simili nella zona. A me sembra che se d’improvviso lo Stato si ritirasse dal mondo editoriale, ci sarebbero forse grandi gruppi editori, alcuni editori indipendenti e agenzie letterarie, però la maggior parte degli scrittori cubani continuerebbero ad essere degli sconosciuti all’estero. Voglio dire, Leonardo Padura continuerebbe a essere uno scrittore diffuso in Spagna mentre ad altri non gli darebbero alcuna attenzione. Se questo succedesse potrebbero senza dubbio nascere iniziative di vario tipo, come riviste che segnerebbero una tendenza e segnalerebbero alla critica determinati fenomeni. Però mi sembra che per questo dobbiamo aspettare.

 

In varie occasioni durante questa nostra conversazione hai fatto riferimento alla critica. Che importanza può avere la critica, a volte tanto “criticata”, per uno scrittore?

Penso che la critica sia qualcosa correlato alla creazione, i critici che mi interessa leggere sono saggisti che prendono il loro lavoro non tanto come la scrittura di recensioni settimanali dei libri che gli arrivano, ma come creazione propria. Sono quelli che cercano di muovere idee a partire dai libri che leggono e recensiscono. Qui a Cuba quello che manca è l’infrastruttura per avere una critica, perché la critica ha bisogno di spazi dove pubblicare, ha bisogno di riviste, spazi nei periodici e nei supplementi e qui questo quasi non c’è. E poi c’è il discorso sull’indipendenza di criterio, ovvero che un critico possa recensire libri dicendo quello che ritiene opportuno dire, che possa commentare le novità che escono e non solo qui a Cuba. In ogni caso, tutto questo potrebbe in realtà essere un problema relativo, visto che quello che ha a che fare con la letteratura non interessa poi a molta gente, qui come in molti altri paesi. A Cuba ci sono tanti problemi che qualunque tema associato alla letteratura è qualcosa di minore nella lista delle cose da risolvere. Quando economia e società si stabilizzeranno, forse le cose funzioneranno diversamente.

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Jorge Enrique Lage 

Nacido en La Habana en 1979. Graduado de Bioquímica por la Universidad de La Habana, carrera que nunca ejerció. Ha publicado los libros de cuento: Yo fui un adolescente ladrón de tumbas (Ediciones Extramuros, La Habana, 2004), Fragmentos encontrados en La Rampa (Editora Abril, La Habana, 2004), Los ojos de fuego verde (Editora Abril, La Habana, 2005), El color de la sangre diluida (Editorial Letras Cubanas, La Habana, 2008), y Vultureffect (Ediciones Unión, La Habana, 2011); así como las novelas Carbono 14. Una novela de culto (Ediciones Altazor, Lima, 2010; Editorial Letras Cubanas, La Habana, 2012), La autopista: the movie (Editorial Caja China, La Habana 2014) y Archivo (Editorial Hypermedia, Madrid, 2015).

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