Vogliamo vivere con dignità nella terra dei nostri antenati

Vogliamo vivere con dignità nella terra dei nostri antenati

Susan Abulhawa è nata in Kuwait nel 1970. I suoi genitori erano nati in At-Tur a Gerusalemme e sono profughi della guerra del 1967. Susan fu mandata a vivere con uno zio negli Stati Uniti, dove rimase fino ai cinque anni. Quindi tornò a vivere con alcuni parenti in Kuwait e poi in Giordania. A dieci anni fu portata a Gerusalemme, ma finì in un orfanotrofio. Ha scritto saggi sulla sua esperienza nell’orfanotrofio di Dar el Tifl. Un capitolo del suo primo romanzo, Mornings in Jenin, è dedicato a quegli anni.

A tredici anni fu inviata a Charlotte, North Carolina, dove venne data in adozione temporanea. Da allora vive negli Stati Uniti. Si è laureata in scienze biomediche e ha svolto un Master in neuroscienza.

Susan Abulhawa ha cominciato a scrivere il suo primo romanzo nel 2002, ispirata dalla visita a un campo profughi palestinese che era stato assediato dalle forze israeliane. Abulhawa sentiva di voler scrivere la storia di quei profughi. Il suo libro, pubblicato nel 2006, ebbe vita breve in inglese. Intitolato Scar of David, fu pubblicato da Journey Publication poco prima che l’editore chiudesse i battenti. Poche presentazioni e pesanti polemiche segnarono la sua uscita. Il libro sarebbe stato dimenticato ma le cose cambiarono quando fu scoperto da un editore francese. Il romanzo fu un successo in Francia, e nelle molte altre lingue in cui venne successivamente tradotto (un best seller in Norvegia), e fu ripubblicato in inglese nel 2010 con il titolo francese, Mornings in Jenin. Ha venduto mezzo milione di copie ed è stato tradotto in 25 lingue. In Italia è pubblicato da Feltrinelli con il titolo Una mattina a Jenin.

Il secondo romanzo di Abulhawa, The Blue Between Sky and Water (Feltrinelli, Nel blu tra il cielo e il mare), è stato pubblicato da Bloomsbury nel giugno 2015. Abulhawa è la fondatrice di Playgrounds for Palestine, una ONG che si dedica alla difesa e rivendicazione del diritto al gioco dei bambini palestinesi che vivono sotto occupazione militare israeliana.

 

Ti sei trasferita dalla Palestina agli USA dove vivi, in un certo senso nella pancia della bestia, però forse anche il luogo migliore per capire di prima mano che cosa sta succedendo nel nostro pianeta (e non solo in Palestina). Com’è la tua relazione con gli USA?

Il mio rapporto con gli USA è cambiato con gli anni ma nel complesso posso dire che mi sono sempre sentita una outsider qui. L’11 settembre ha realmente reso ancora più solidi questi sentimenti perché ha segnato una linea di demarcazione definitiva per gli arabi e i musulmani.

 

Sei sempre stata coinvolta con la Palestina. Che tipo di lavoro svolgi negli USA?

Non faccio lavoro di solidarietà con la Palestine. Voglio sottolineare questo perché “solidarietà” implica qualcuno esterno. Come palestinese questa è la mia lotta. Faccio lavoro di solidarietà con altre lotte.

 

Quando hai cominciato a scrivere?

Non mi sono mai immaginata come scrittrice, anzi, non mi immaginavo nemmeno di poter scrivere. Ho studiato biologia e scienza biomedica e ho lavorato come ricercatrice per molti anni. All’inizio della seconda Intifada, ho cominciato a scrivere alcuni articoli per la frustrazione terribile che provavo di fronte alle menzogne e la disinformazione così pesanti nei media USA. Con mia grande sorpresa, i direttori di giornali mi hanno pubblicato e mi hanno chiesto altri pezzi. Le mie opinioni pubbliche non erano molto popolari nel mio posto di lavoro e le cose sono peggiorate dopo l’11 settembre. Alla fine sono stata licenziata. E’ stato in quel momento che ho cominciato a scrivere Mornings in Jenin.

 

Mornings in Jenin ha avuto un enorme e meritato successo. Questo ti ha permesso di muoverti in circoli letterari statunitensi? Che impressione hai avuto?

In generale credo che la intellighenzia americana si sta avvicinando alla Palestina. Non credo però che questo stia avvenendo per qualche risveglio morale. Mi pare piuttosto che gli intellettuali vengano spinti dalla grande forza della denuncia internazionale contro gli abusi di Israele. Credo che la campagna BDS (Boycott, Divestment and Sanctions) ha costretto molta gente a uscire dalla comodità dell’ignoranza.

 

Recentemente abbiamo letto una intervista allo scrittore siriano Khaled Khalifa in cui dice: “Mi sono sempre meravigliato della capacità di alcuni scrittori di rimanere in silenzio di fronte alle immagini dei corpi straziati della loro gente: assassinati o affogati, profughi o prigionieri. Dove un regime distrugge un paese e uccide civili, con impunità e per la sua sopravvivenza. Questo silenzio è una sciagura di per sé, e perseguirà quegli scrittori tanto quanto coloro che giustificano questi crimini in nome di qualunque cosa”. Lasciando da parte la tua personale opinione sul regime siriano, sei d’accordo con chi dice che gli scrittori non dovrebbero rimanere in silenzio di fronte a una guerra che ormai è quasi ovunque?

Credo che nessuno dovrebbe rimanere in silenzio o girarsi dall’altra parte di fronte alle ingiustizie. E questo vale particolarmente per coloro che hanno una voce, come gli scrittori, artisti, personaggi famosi, musicisti ecc.

 

Eppure ci è voluto parecchio prima che la comunità internazionale alzasse la voce di fronte all’assedio di Gaza nel 2014…

In realtà il mondo non è rimasto in silenzio. Direi che l’occidente è rimasto in silenzio. Nazioni in Africa, America del sud e centrale, Asia hanno denunciato quell’orrore. Credo sia importante sottolineare questo perché l’Occidente non è il mondo. Anche in Occidente, poi, sono stati i governi a rimanere in silenzio. La gente è scesa in piazza e ha chiesto giustizia. Quanto al ruolo degli scrittori, non credo ci sia nessun dubbio rispetto al fatto che la letteratura non è scindibile dal contesto politico e sociale in cui opera. E quando emerge da un popolo oppresso, la narrativa non può essere separata dalla lotta generale dalla quale è nata.

 

Torniamo a Mornings in Jenin, come è nato?

Mi trovavo a Jenin subito dopo il massacro perpetrato in un campo profughi palestinese da Israele. Poco dopo questi fatti mi licenziarono e ho cominciato a scrivere, inizialmente solo alcune riflessioni su quello che avevo visto e vissuto. Molto presto però queste riflessioni hanno cominciato a prendere la forma di un romanzo.

Mentre scrivevo ho preso la decisione cosciente di non pensare al pubblico. Non volevo pensare affatto ai lettori. Ogni volta che questa idea si insinuava, le sbattevo la porta in faccia. Non volevo che facesse parte della storia – come il lettore avrebbe reagito, che cosa avrebbe potuto pensare di questa storia. Tuttavia, dal principio, ho scritto questo romanzo consapevole di voler dare un contributo alla letteratura inglese. Volevo inserire una voce palestinese nella letteratura inglese.

 

Come scrivi? E’ la storia che viene prima, o sono i personaggi?

Tutto inizia con un’idea, un titolo, un pensiero. A volte qualcosa di piccolo. Non scrivo schemi e non so quello che accadrà nella storia prima di sedermi e iniziare a scrivere. I personaggi e la trama si sviluppano mentre scrivo. E comunque scrivo e riscrivo mille volte.

 

Hai scritto che la prima volta che hai sentito parlare dal vivo Edward Said durante una manifestazione per Al-Awda, Diritto al Ritorno, disse: “noi [palestinesi] dobbiamo ricordare la solidarietà che ci viene data qui e da ogni parte”. Hai sempre promosso la necessità di cercare “alleati naturali” e hai detto che la lotta palestina è una lotta nera. Si sono forgiati legami con questi “alleati naturali”?

Grazie per sollevare questa questione e darmi la possibilità di parlare di questo. E’ qualcosa per me molto importante e per cui investo molta di me stessa nel rendere pubbliche le intersezioni tra le varie lotte dei popoli. Ci sono molte persone che pensano come me in molte comunità di lotta e, come risultato, i frutti di questi sforzi hanno certamente forgiato una solidarietà reciproca. Una delle manifestazioni più evidenti di ciò è avvenuta durante le rivolte di Ferguson e Baltimore negli USA.

 

Anche se è difficile generalizzare, che pensi della situazione in Medio Oriente? Vedi una qualche via d’uscita?

Tanto sta succedendo in Medio Oriente. In generale, intere nazioni, intere società antiche sono state completamente distrutte, smantellate, saccheggiate, devastate e lasciate nella disperazione, violenza, ignoranza, in una oscurità indicibile. Tutto ciò è accaduto in gran parte per l’ingordigia di forze esterne alla ricerca di profitti, potere e dominio. Che posso dire? Io sono solo una scrittrice. Posso puntare il dito contro questi orrori e cercare di tradurli in parole, sperando che le parole possano prendere il sopravvento, in qualche modo. Un giorno. E’ difficile vedere la luce del giorno nascere da un inferno del quale sono in gran parte responsabili gli Stati Uniti e Israele. Però so che quella luce è lì. So che saprà nascere, forse durante la mia vita. Forse durante la vita di mia figlia.

 

Che pensi della situazione in Palestina?

La Palestina è sempre stato un paese multietnico e multireligioso dove gente con diversi background ha coabitato in relativa armonia. Questo è l’ideale al quale aspirano altre nazioni. Altre nazioni hanno combattuto guerre e hanno lottato con movimenti civili per raggiungere una situazione in cui tutti i cittadini siano trattati in maniera uguale di fronte alla legge. Questo è quello che vogliamo e che ci aspettiamo. Che ci vengano riconosciuti gli stessi basici diritti umani che vengono riconosciuti al resto dell’umanità. Noi siamo i nativi di quella terra e ci aspettiamo di vivere con dignità nella terra dei nostri antenati. Questa è la soluzione: che viviamo tutti come cittadini, uguali di fronte alla legge, ebrei, musulmani, cristiani o qualunque altra religione. Misurare il valore dell’essere umano con la religione non dovrebbe essere accettato nel ventunesimo secolo.

 

Il tuo progetto di ONG per i bambini palestinesi ha al centro, appunto, l’infanzia, i giovani, il futuro. Come la cultura e in particolare la letteratura possono coinvolgere bambini e giovani in un mondo dove si legge sempre meno?

Il futuro e l’eredità delle società contemporanee dipendono, per molti versi, da quanto uno legge. Una delle grandi tragedie delle guerre imperiali degli Stati Uniti è stata la distruzione di biblioteche, scuole e tassi di scolarità. E’ una tragedia incommensurabile. Ed è intenzionale. C’è una ragione per cui Israele regolarmente bombarda le scuole palestinesi, impedisce attivamente a studenti e professori di raggiungere le loro classi, ruba e distrugge i registri degli studenti e si impegna al traumatizzare massivo di intere generazioni. L’enormità di questa tragedia diventa dolorosamente evidente quando si analizza la dimensione dei loro crimini contro i bambini. E’ devastante ma non definitivo. Non abbiamo raggiunto la fine della storia. La loro non sarà l’ultima parola.

 

Sei stata in Palestina recentemente?

Israele ormai non mi permette più di entrare in Palestina.

 

Infine, puoi dirci a che cosa stai lavorando?

Sto lavorando a un romanzo ambientato in Kuwait e quindi in Palestina. Su una lavoratrice sessuale.

 

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