Gli Usa inaugurano la guerra in Libia

Libia. Il governo di unità nazionale chiede a Washington di colpire l’Isis a Sirte. Si apre un nuovo pericoloso fronte di conflitto, con milizie e popolazione contrari a ingerenze esterne. E si ripresenta la divisione neocoloniale del paese

Chiara Cruciati, il manifesto • 2/8/2016 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi • 947 Viste

E bombe siano. Con una mossa a sorpresa ieri il presidente Obama ha autorizzato i primi raid aerei sul territorio libico dopo mesi di tensione bellica. Se pochi mesi fa l’intervento occidentale pareva questione di settimane, con Roma, Parigi e Londra sul piede di guerra, l’insediamento del tanto atteso governo di unità nazionale aveva smorzato gli animi: il premier al-Sarraj, entrato con non poche difficoltà a Tripoli a maggio, aveva escluso un’operazione occidentale.

Ieri la svolta: è stato proprio al-Sarraj ad aver richiesto agli Stati Uniti di bombardare le postazioni dello Stato Islamico a Sirte, roccaforte jihadista da giugno 2015 su cui il governo di unità ha lanciato a fine maggio un’ampia controffensiva. «Sono stati effettuati i primi raid aerei Usa su richiesta del Consiglio presidenziale del governo di concordia nazionale libico», ha detto in tv il premier che ha aggiunto che nessun marine sarà dispiegato sul terreno e che si tratterà di un’operazione limitata ma già efficace, viste le «pesanti perdite» inflitte al “califfato”.

Al-Sarraj si protegge dietro un volatile paravento: il governo – dice – resta contrario a interventi in autonomia di attori stranieri. Ma in questo caso è proprio lui ad averli chiesti.

Gli fa eco il generale al-Ghasri, portavoce del comando militare dell’operazione “Struttura solida” per la ripresa di Sirte, a cui prendono parte le milizie di Misurata: «Chi è contrario all’intervento Usa sostiene in un modo o nell’altro l’Isis. Daesh ha armi sofisticate, per questo dobbiamo chiedere aiuto a chi ha una tecnologia militare in grado di colpire determinati obiettivi».

Insomma tutto bene. Non proprio: l’autorizzazione a Washington ad intervenire in modo così plateale potrebbe avere effetti dirompenti. Se i raid, riportano i giornalisti sul posto, hanno colpito anche il centro della città strapieno di civili, solo pochi giorni fa migliaia di libici scendevano in piazza a Tripoli e nella zona ovest del paese per protestare contro qualsiasi ingerenza esterna, dopo l’abbattimento di un jet di Parigi e la morte di tre soldati francesi a Bengasi.

Alla rabbia popolare – che ha come target proprio il governo di unità – si aggiungono le minacce delle miriadi di milizie attive nel paese: la scorsa settimana il Consiglio della Shura dei Rivoluzionari di Bengasi, federazione islamista avversaria dell’esercito del generale al-Haftar (oggi al fianco di al-Sarraj), ha fatto appello alla mobilitazione contro le truppe straniere attive in Libia. Che non sono poche: statunitensi, britannici e francesi da mesi compiono azioni occulte accanto alle truppe del governo di unità.

È ovvio immaginare che le bombe riaprano il capitolo della più vasta operazione occidentale in Libia. Nei mesi scorsi piani erano già stati preparati, tanto minuziosamente da prevedere la futura divisione (neocoloniale) del paese in regioni da affidare ai governi europei: all’Italia la Tripolitania, alla Gran Bretagna la “ribelle” Cirenaica, alla Francia il Fezzan.

L’Italia si aspetta un ruolo di prim’ordine: Washington ha chiesto a Roma di assumere la leadership di eventuali operazioni congiunte, richiesta a cui il governo italiano ha risposto sull’attenti pur mantenendo la prudenza diplomatica del caso. Dieci giorni fa il ministro degli Esteri Gentiloni ribadiva quanto ripetuto più volte nel recente passato: «L’Italia è disposta a offrire tutto il sostegno necessario nel caso questo venisse richiesto dal governo locale», aveva detto dagli Usa dove aveva incontrato il ministro libico Mohamed Taher Siala.

Quel governo, con cui Roma ha intessuto da subito ottimi rapporti, fin da quando a dicembre venne teoricamente formato incontrando le resistenze dei parlamenti rivali di Tripoli e Tobruk, pare però aver bypassato l’Italia per rivolgersi alla super potenza statunitense. Resta da capire se ai raid lanciati ieri seguiranno operazioni con i paesi europei.

La nota della Farnesina di ieri è asettica, quasi di sorpresa: «L’Italia sostiene il governo di unità nazionale e lo incoraggia a realizzare le iniziative necessarie per ridare stabilità e pace al popolo libico. L’Italia valuta positivamente le operazione aeree avviate oggi dagli Stati Uniti».

All’aviazione Usa Roma aveva concesso a fine febbraio (quando ancora l’esecutivo di al-Sarraj era lettera morta) la base di Sigonella per i droni diretti in Libia, una decisione che preannunciava un’azione di attacco, non certo di difesa come millantato dal premier Renzi. Ieri fonti della Farnesina hanno precisato che Roma era stata informata dei raid ma non vi ha preso parte: gli aerei, dicono, non sono partiti da basi in Italia.

Non va dimenticato l’altro burattinaio, l’Egitto, primo alleato del generale Haftar e quindi del governo di unità. Il Cairo deve aver saputo in anticipo delle bombe Usa sull’Isis, nuovo scudo per le politiche dittatoriali commesse all’interno.

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