L’eredità di Alessandro Margara, la sua battaglia contro il carcere inumano

L’eredità di Alessandro Margara, la sua battaglia contro il carcere inumano

 Si è celebrato ieri il funerale di Alessandro Margara a Firenze. Aveva 86 anni, è stato un uomo giusto, da giudice, da magistrato di sorveglianza, da titolare dell’amministrazione penitenziaria al ministero, da garante dei detenuti per la Toscana, e insomma in ogni cosa in cui si sia impegnato. Io l’ho conosciuto da detenuto e poi da libero. Leggo di lui che “trattava i detenuti come persone”, e non so che cosa pensare di una società in cui si possa elogiare qualcuno per essersi comportato normalmente. In cui evidentemente si considera normale che si trattino i detenuti come non-persone. Margara è stato un cattolico di quella buona lana che un paio di generazioni fa hanno fatto grande la Toscana. Essendo cattolico, lo chiamava “il carcere dopo Cristo”: non dopo la nascita, dopo la scomparsa. Si deve a lui un regolamento carcerario che non è mai stato applicato.

Prevedeva cambiamenti eversivi come l’installazione di un interruttore per accendere e spegnere la luce nelle celle. Gli si deve una tenace battaglia per riconoscere agli animali umani chiusi il diritto ai “rapporti affettivi”, dunque ai rapporti sessuali, che lo Stato e i suoi responsabili ritengono un lusso superfluo da cui escludere i dannati. Io che dalla più facile situazione di detenuto potevo concedermi un tono scanzonato nei confronti delle autorità, sono sempre stato stupito dalla spontanea assenza di qualunque soggezione nei confronti dell’autorità da parte di Margara, in proporzione inversa al rango e alla pompa di quelle autorità. Mi ricordo la naturalezza con cui dichiarò che a proposito della carenza di organici della polizia penitenziaria valesse la pena di verificare quanti fossero in malattia o in permesso sindacale. Si aprì il cielo, e lui fu buttato di sotto. Si accomiatò dal cielo ministeriale con una lettera aperta memorabile. La ripubblicai in una mia pagina, archivio.Panorama.it, “Cedo la parola al dott. Margara”.

Cominciava così: “Lei, signor ministro, mi ha offerto la presidenza di una commissione ministeriale per la riforma dell’ordinamento penitenziario. Mi chiedo chi le abbia dato questa stravagante idea. L’ordinamento penitenziario ha da rivedere solo alcuni articoli, ma su questi funziona già da alcuni mesi la commissione presieduta dal prof. Fiandaca e ai cui lavori ho partecipato. Per il resto, l’ordinamento penitenziario non è tanto da modificare, quanto da attuare, perchè è in gran parte inattuato.Era questo che faticosamente cercavo di fare…”. Due anni fa morì sua moglie, e fu il dolore più grande. Margara era di quelli per i quali il matrimonio non finisce, e di quelli che detestano l’ergastolo, l’idea di una pena che non finisca mai.

Una volta stabilito che cosa fosse giusto (infatti non era un fanatico) non gli passava per la testa di trovare modi edulcorati per dirlo. Immagino come la notizia della sua morte sia stata accolta nelle galere, perché mi ricordo ancora come fu accolta quella della sua defenestrazione. Un’antologia di suoi scritti, “La giustizia e il senso dell’umanità”, a cura di Franco Corleone, è uscita nel 2015 per la Fondazione Michelucci.

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