Per realizzare sostenibilità occorre ripartire dal basso e dai piccoli Comuni

Intervista a Maurizio Gubbiotti a cura di Monica Di Sisto e Alberto Zoratti (dal Rapporto sui Diritti Globali 2014)

Monica Di Sisto e Alberto Zoratti, Rapporto sui Diritti Globali 2014 • 3/8/2016 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali • 529 Viste

(dal Rapporto sui Diritti Globali 2014)

La transizione ecologica e sociale parla soprattutto di politiche virtuose concrete, messe in campo su territori chiari e circoscritti dove le comunità e l’ambiente formano un ottimo laboratorio di sperimentazione politica. Avere come orizzonte il locale non vuol dire dimenticarsi delle questioni globali, ma al contrario permette di verificare giorno per giorno se le politiche applicate sono efficaci, virtuose e se il percorso di lenta uscita da un modello insostenibile ha gambe solide. Per Maurizio Gubbiotti, coordinatore della segreteria nazionale di Legambiente, sarà l’intervento integrato di comunità e amministrazioni pubbliche che potrà fare la differenza, con la prospettiva di creare un processo di messa in rete delle esperienze virtuose territoriali, per ampliare il raggio di intervento dal locale a una dimensione sempre più planetaria.

 

Rapporto sui Diritti Globali: Il modello di sviluppo non è solo questione di scelte globali, passa anche dalle piccole decisioni prese da un’Amministrazione locale. Che potenzialità si nasconde in un approccio radicato sui territori?

Maurizio Gubbiotti: Una grande potenzialità, perché lì sostanzialmente c’è il rapporto diretto con le persone, con la loro quotidianità e mentre a livello globale servono scelte e regole che danno il quadro dentro cui si costruiscono politiche di sostenibilità, poi è sul territorio che queste vengono messe in pratica. Ed è attraverso il protagonismo dal basso, sia delle Amministrazioni, sia delle comunità, sia delle persone, che possiamo costruire quel mondo diverso possibile di origine Portoalegrina, e oggi sempre più indispensabile. Se pensassimo di fare un bilancio di questi ultimi 15 anni che hanno visto molte esplosioni di protagonismo sociale nel mondo, dovremmo dire che la stessa rivoluzione geopolitica mondiale ha aggravato il quadro sia della crisi ambientale che di quella sociale. Pensiamo solo a quella che è l’emergenza più forte legata all’intreccio tra mutamenti climatici e conseguenze sociali e cioè i profughi ambientali. Se i numeri delle Nazioni Unite ci dicono che ogni anno 6 milioni di persone diventano profughi ambientali, i dati dell’ultimo triennio ci mostrano come, annualmente, tra i 30 e i 40 milioni di persone hanno perso tutto ciò che avevano per causa di eventi meteorologici gravi.

 

RDG: Nella fase attuale i territori e i soggetti che li amministrano possono giocare un ruolo fondamentale nella transizione ecologica e sociale. I Comuni possono essere considerati come motore di un futuro più sostenibile? E se sì, come?

MG: Io credo che oggi soprattutto dai Comuni, in particolare dai piccoli Comuni, si possa e si debba partire per costruire sostenibilità ambientale e sociale, e rilanciare economia e occupazione. Perché questi sono la struttura del nostro Paese e nel 70% del totale sono piccoli. 5.800 piccoli Comuni: si tratta del 55% del territorio nazionale che custodisce gran parte dei tesori, delle identità e delle tradizioni dell’Italia. Sono enti erogatori di servizi, presidio del territorio, tessitori di coesione sociale, promotori di sostenibilità, innovazione e qualità, con una capacità di “fare in autonomia”, preziosa per l’intero Paese. I piccoli Comuni, cioè i Comuni con meno di 5.000 abitanti, sono un patrimonio conosciuto e diffuso, come emerge dalla Indagine Piccoli Comuni 2012, promossa da Legambiente e dall’Associazione Nazionale Comuni Italiani (ANCI) e realizzata grazie all’IFEL, l’Istituto per la Finanza e le Economie Locali (IFEL); la ricerca mostra come i piccoli Comuni siano custodi di gran parte dei tesori, delle identità e delle tradizioni del nostro Paese. Stiamo parlando di 5.698 comunità che, a livello italiano, danno dimora al 17,3% dei nostri concittadini, a quasi un milione di imprese, a circa il 16 per cento tra musei, monumenti e aree archeologiche di proprietà statale e sono i territori e le comunità dove si produce l’ampia parte dei nostri prodotti che sono l’immagine del Made in Italy nel mondo: il 94 per cento di questi paesi, infatti, presenta almeno un prodotto a denominazione d’origine protetta, e la maggior parte ne presenta più di uno.

Questa vera e propria ricchezza italiana nel Lazio è rappresentata da 253 Comuni su 378 (circa il 70%) per un totale di oltre 460 mila abitanti (quasi l’8,4 per cento della popolazione della regione). Sono comunità che hanno in custodia un enorme patrimonio storico-ambientale e immateriale (cultura, tradizioni locali, storia), ma che per troppo tempo sono rimasti trascurati, finendo in alcuni casi a rischio di estinzione e di spopolamento.

Al contrario, attraverso politiche adeguate, quest’arcipelago di saperi e di economie locali può rinascere attraverso la valorizzazione, consentendoci, da una parte, di salvaguardare l’enorme ricchezza e biodiversità che racchiudono, dall’altra, di essere occasione di lavoro e di sviluppo sostenibile, invertendo persino la tendenza all’abbandono delle terre agricole se non dei territori. Il loro progressivo degrado, infatti, significherebbe, e ha purtroppo in parte significato, la perdita di presidi vitali dal punto di vista del mantenimento dei paesaggi, dell’ambiente, della geomorfologia. È per questo, ad esempio, che i centri storici – che a partire dalla fine degli anni Settanta sono stati oggetto di attività di recupero volto in via prioritaria alla manutenzione edilizia dei singoli isolati, e più raramente del borgo nel suo complesso – da qualche anno hanno visto sostituirsi il concetto di “recupero” con quello di “valorizzazione”, nella consapevolezza che la riqualificazione fisica va affiancata da azioni rivolte alla promozione delle attività produttive, culturali, formative, turistiche, commerciali e dal coinvolgimento delle comunità insediate. Dunque un complesso di azioni integrate che, quasi sempre, ritrovano la loro dimensione di riferimento ottimale non a livello di singolo Comune ma a scala intercomunale.

Le “reti territoriali”, fisiche e cognitive, diventano dunque il fulcro su cui puntare per un modello di valorizzazione che sfocia nello sviluppo locale e che solo così può essere sostenibile. La creazione di questa dimensione “complessa” a livello territoriale e settoriale, comporta necessariamente una forte attenzione alla gestione dei processi e delle attività di valorizzazione, e che oggi vede in campo anche forme di cooperazione tra pubblico e privato (consorzi, società miste, accordi di programma, eccetera).

Bisogna evitare che scompaia l’essenza dei luoghi, delle caratteristiche che ne fanno l’individualità e la diversità, sia nella struttura dei contesti materiali che di quelli immateriali (come arti e tradizioni). Il tutto per cercare di dare risposta al quesito di quali servizi può essere utile offrire a questi centri storici minori e alle loro reti, perché riacquistino senso e vitalità.

 

RDG: Qual è il ruolo che la società civile può giocare per sostenere questo processo e garantire una transizione equa e sostenibile?

MG: Io continuo a pensare che la società civile, fatta da associazioni, comitati, persone singole, ma anche da forme più tradizionali, continui a essere fondamentale per la costruzione di un futuro di sostenibilità ambientale e sociale. Va detto, però, che ciò che anche come Legambiente negli anni abbiamo fatto oggetto di impegno, e cioè il diritto di parola in quanto associazione, non è passato e anzi si sono fatti dei passi indietro, i partiti hanno ancora più diritti degli altri soggetti in campo. Credo che la politica sia sempre più lontana dai problemi reali. Anche quando entra in campo, lo fa ignorando, da una parte, proprio cosa sia l’impegno e la partecipazione giornaliera alla costruzione di un mondo diverso e, dall’altra, pensando che la partecipazione si possa risolvere con un po’ di rete.

Conoscenza e interpretazione dei territori devono diventare la chiave di volta di progetti che solo così possono essere in grado di giocare questa scommessa, perché è evidente che non si può applicare il medesimo modello alla valorizzazione di centri diversi, e non si può agire esclusivamente sul commercio o sulla riqualificazione fisica. È l’esperienza del territorio a diventare il vero prodotto da promuovere.

 

RDG: A tutto questo si somma la questione della burocrazia e delle leggi, non sempre aggiornate. Esistono riferimenti normativi che possano aiutare un Comune o un ente pubblico a mettere in campo politiche virtuose?

MG: Ci sono, fino a oggi soprattutto sui singoli temi e meno in forma organica e strategica. Ma ora, con una normativa nazionale e soprattutto con la proposta di legge sui piccoli Comuni nel Lazio, promossa con il proprio Gruppo dalla consigliera regionale Cristiana Avenali, in totale sinergia con Legambiente, sua associazione di provenienza, un po’ madre di tutto quel filone d’impegno, potrà vedere strumenti attuativi molto più forti. Va pure detto, però, che non è solo un problema di leggi, queste aiutano a operare meglio, danno opportunità, poi serve la volontà politica. Serve una capacità politica e di visione che vada oltre il limite di mandato di ogni politico, immaginando un futuro più giusto per tutti.

C’è non solo un ruolo di analisi e di studio del valore dei piccoli Comuni da svolgere, ma anche la necessità di una vera e propria tutela attiva per queste realtà, soprattutto da parte delle istituzioni centrali e locali, che devono concorrere a promuovere interventi mirati, sulla base delle esperienze maturate in altri Paesi e avvalendosi anche del sostegno dell’Unione Europea, per migliorare la qualità della vita dei cittadini e garantire il mantenimento dei servizi essenziali sul territorio, sviluppando, in vista di questi obiettivi, forme innovative di gestione integrata e di unione di enti.

 

RDG: Esistono esempi significativi che si possono riportare per dimostrare che una convergenza tra società civile e istituzioni può essere una chiave strategica per la messa in campo di politiche virtuose?

MG: Ci sono esperienze virtuose, soprattutto se pensiamo all’energia e qualche volta ai rifiuti. Rimanendo all’energia e al Lazio, come mostrano gli ultimi dati del Rapporto Comuni rinnovabili 2014 di Legambiente, in tutti i 378 Comuni del Lazio c’è almeno un impianto da fonti rinnovabili installato, alla fine del 2013. Continua la corsa del fotovoltaico con 1.141 MW installati (a marzo 2014) rispetto ai 1.072 MW del 2012, mentre è stabile a 402 MW la produzione di energia idroelettrica (401 MW nel 2012) e a 51 MW quella eolica. Sono buoni anche i primi dati, ancora parziali, sul solare termico, con 28.943 metri quadri complessivi di pannelli installati in 309 Comuni. Il solare fotovoltaico, con ben 26 mila impianti e oltre 1 milione di KW installati nel Lazio, continua a crescere sia tra i privati che sugli edifici pubblici ed è proseguita un’avanzata di quest’ultimo a dispetto della scomparsa degli incentivi.

Ora, per dare gambe alle energie rinnovabili, si tratta di lavorare sui fondi europei del Programma Operativo Regionale del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (POR-FESR), perché la direzione in cui questi andranno sarà, infatti, fondamentale per l’energia pulita e l’efficientamento energetico che devono correre parallelamente su tutto il territorio. Ma sarà anche fondamentale per un modello di sviluppo che diffonda e aumenti le produzioni tipiche riconosciute a livello europeo con i segni comunitari delle DOP, IGP, STG, e così via, perché c’è un legame stretto tra prodotti tipici e biodiversità e salvaguardia del territorio, e perché due componenti fondamentali della biodiversità, sono la biodiversità culturale e la biodiversità del paesaggio, determinate dall’uomo, nel rispetto dell’ambiente, ottenute basandosi sull’uso delle conoscenze derivategli dalle tradizioni e dalle strutture sociali in cui vive. Esempio di tale diversità è l’esperienza locale posseduta dai contadini, nei quali è possibile rintracciare una spiccata sensibilità sulla scelta della giusta razza o varietà adatta a uno specifico ecosistema agricolo, e questo poi ha anche determinato la nascita delle varie espressioni culturali con le feste, la danza, eccetera.

Quindi mantenere e riprendere le produzioni tipiche significa salvaguardare il territorio, che altrimenti verrebbe abbandonato, e salvaguardare la biodiversità. Avere al centro un protagonismo dei Piccoli Comuni significa pure indicare opzioni di nuova occupazione e di attività di formazione di nuove figure professionali anche innovative, proponendo nuove forme di sviluppo del turismo.

All’interno di tutto questo, ulteriori elementi che vanno messi in evidenza sono i Parchi e le produzioni che avvengono all’interno dei Parchi. Enti che riassumono per eccellenza nel loro territorio tutti questi ragionamenti e che possono essere capaci, insieme ai Piccoli Comuni, di consentirci di salvaguardare questa enorme biodiversità che racchiudono, e, così pure, di essere occasione di sviluppo sostenibile e di invertire la tendenza all’abbandono delle terre e dei territori.

In questo caso, poi, una normativa specifica in grado di promuovere le bellezze e le ricchezze dei territori, di salvaguardarli e valorizzarli per farli diventare il volano di una nuova fase di ripresa, sostenibile a livello sociale, economico e ambientale, costruita nella Regione Lazio potrebbe funzionare da laboratorio-pilota per una nuova fase di sviluppo a livello nazionale, dove il Parlamento attende di discutere da oltre una legislatura provvedimenti analoghi a questo e che potrebbero avvantaggiarsi di una fase di implementazione sperimentale in un territorio significativo come quello della Regione Lazio.

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