Il post-proibizionismo avanza nel mondo. Ma non in Italia

Intervista a Leopoldo Grosso a cura di Susanna Ronconi (dal Rapporto sui Diritti Globali 2014)

Susanna Ronconi, Rapporto sui Diritti Globali 2014 • 4/8/2016 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali • 1294 Viste

(dal Rapporto sui Diritti Globali 2014)

Tra il 2013 e il 2014 molto è cambiato nello scenario delle droghe e delle dipendenze. A livello nazionale, la legge Fini-Giovanardi è decaduta grazie a una sentenza della Corte costituzionale, mentre i tre governi succedutesi dopo la caduta del governo Berlusconi non avevano preso alcuna iniziativa sul piano politico; dal governo Renzi, all’inizio dell’aprile 2014, è venuto un gesto di discontinuità con la gestione del DPA, il Dipartimento Politiche Antidroga, discontinuità richiesta per anni dalla gran parte degli operatori del settore, dal sindacato e dalle associazioni attive in questo campo. Anche sul piano internazionale c’è movimento: le granitiche Convenzioni internazionali sulle droghe governate dall’ONU hanno visto crescere il fronte degli oppositori e dei fautori di una riforma dell’approccio della “guerra alla droga”, in prima fila Europa e America Latina. Intanto, in Italia, cresce il disagio del sistema dei servizi e cresce anche il fenomeno del gioco d’azzardo, nuova frontiera su cui si saldano vecchie e nuove povertà, una tradizione antica e una moderna, crescente deregulation. Di questi temi parliamo con Leopoldo Grosso, psicologo, vice presidente del Gruppo Abele, già consulente nazionale per le dipendenze dell’ultimo governo Prodi.

 

Redazione Diritti Globali: Con la sentenza della Coste costituzionale si è chiusa la stagione della legge Fini-Giovanardi, otto anni di enfasi repressiva e arretramento culturale passati senza alcun confronto in sede parlamentare. Ci sono voluti i giudici dell’alta Corte per porre rimedio a una situazione che esperti e realtà competenti e coinvolte aveva infinite volte denunciato per i suoi guasti umani, sociali ed economici, chiamando la politica a dare risposte alternative. Risposte che non sono mai arrivate. Quali sono a tuo avviso i limiti di fondo che rendono così difficile in Italia il confronto con la politica su questi temi, e con la politica della sinistra in particolare?

Leopoldo Grosso: È dalla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, dal ritorno di Bettino Craxi dagli USA, quando l’allora presidente del Consiglio riaprì in termini repressivi il dibattito legislativo sulla questione “droghe”, che il tema ha assunto aspetti altamente sensibili sotto il profilo politico. L’uso delle sostanze psicoattive illegali non è consistito solo più in una difficile problematica sociale con cui fare i conti, con approcci attenti al rispetto e alla salute delle persone dedite all’uso, nonché alla salvaguardia della società, ma veniva assunto come una questione dai significativi risvolti “elettorali”, con cui “nutrire” lo scontro politico. La conoscenza approfondita delle ampie e complesse problematiche sottese al fenomeno, cedeva il passo a visioni ideologiche, dicotomiche e semplificatrici, che prospettavano soluzioni semplici e d’autorità quando invece era d’obbligo, quantomeno sotto il profilo del metodo, ricorrere all’analisi, al confronto continuo, alla ricerca permanente di soluzioni che non potevano rivelarsi definitive una volta per tutte, mantenendo un clima di collaborazione che rifiutasse ogni illusoria certezza. Si sono privilegiate invece le scorciatoie, si è voluto importare in Italia l’approccio della “guerra alla droga”, l’idea che solo con la proibizione e la punizione del consumo in quanto tale si potesse risolvere il problema, le persone potessero essere guarite o perlomeno convinte a intraprendere la cura. Negli anni Ottanta la diffusione dell’uso di eroina per via endovenosa, con i picchi dei morti per overdose e la montante epidemia di Aids, malattia allora ancora incurabile, hanno generato una sensazione profonda di emergenza e da alcune parti politiche è stata cavalcata l’onda della tragedia di tanti genitori che, perdendo o temendo di perdere i propri figli, invocavano soluzioni autoritarie, con l’intervento della “mano forte” dello Stato in aiuto delle famiglie che si percepivano come impotenti e sconfitte a fronte di un fenomeno che le sovrastava.

Erano gli anni in cui la comunità terapeutica appariva come l’unica possibilità per “salvare” i ragazzi dalla droga, per cui bisognava convincerli, «con le buone o con le cattive» ad accedervi e rimanerci il più lungo tempo possibile. Veniva preso di mira e condannato il metadone, il farmaco sostitutivo, che «non risolveva il problema», e veniva ostacolata ogni altra possibilità di terapia. Molte organizzazioni non profit, dedite all’aiuto delle persone tossicodipendenti, hanno allora (alcune ancora adesso) teorizzato e propagandato tale strategia, prescrivendo alle famiglie in difficoltà, e che chiedevano aiuto, di «far toccare il fondo» dell’esperienza della dipendenza dei loro figli, in modo che si convincessero a entrare in comunità. In sostanza, veniva proposta un’unica soluzione per una problematica che affonda le sue radici in una complessità di situazioni che devono essere invece valutate nelle loro differenze per predisporre, con modalità inevitabilmente individualizzate, l’approccio e le cure più efficaci. Si è dato luogo a una ideologia, che coniugava una concezione della cura delle persone a un intervento repressivo, che ha consentito una saldatura tra una parte del movimento delle comunità terapeutiche e dei curanti, le famiglie in preda alla paura e alla disperazione, una opinione pubblica timorosa e smarrita, bisognosa di una qualche rassicurazione a fronte di un fenomeno i cui numeri mostravano una continua crescita.

È in questo clima di ingenuità illusoria e di strumentalizzazione che anche alcune forze politiche di sinistra hanno abbandonato logiche e principi che avevano portato, non molti anni prima, alla legge 685 del 1975 che istituiva i servizi pubblici per le dipendenze, a partire dalla pratica di aiuto e di cura, in contrasto alla repressione che fino a quegli anni si era espressa, nei confronti delle persone tossicodipendenti, col volto duro del carcere e dell’ospedale psichiatrico. Di fronte a un mondo scientifico ancora disorientato, e a un mondo terapeutico sempre più diviso negli approcci della cura, anche all’interno dello schieramento politico di sinistra si sono registrate differenze di posizioni che, nel merito, non sono riuscite ad arrivare a una sintesi, ma hanno originato spaccature e divaricazioni che dal campo più strettamente terapeutico hanno progressivamente dato origine a visioni contrapposte sia in ambito educativo che sociale.

Sono state le differenti interpretazioni del problema all’interno dello stesso schieramento di sinistra che non hanno permesso, durante l’ultimo governo Prodi, al di là della sua breve durata, di arrivare quantomeno alla sola abrogazione della Fini-Giovanardi. La questione droga, come altre tematiche che suscitano profondi dilemmi morali, si trasforma così da problematica sociale a tema “eticamente sensibile”, e in quanto tale diventa una questione di difficile maneggevolezza, sia nella trattativa tra le diverse forze politiche (lo scontro non è mediabile), sia all’interno delle stesse singole compagini, di governo o di opposizione, che, proprio per le divisioni trasversali interne a ognuna di esse, preferiscono non porselo come priorità («una tematica che è meglio evitare»).

 

RDG: In questi anni sono andate crescendo le difficoltà in cui versa il sistema dei servizi. Tagli ai fondi, da un lato, con la sofferenza del pubblico e del privato sociale; ma anche approcci di politica sociale e sanitaria, dall’altro, che hanno segnato un arretramento o quantomeno un blocco nell’innovazione nei servizi stessi, a fronte di un fenomeno dei consumi sempre in cangiante movimento. La cancellazione dal vocabolario governativo della stessa definizione di “riduzione del danno”, per esempio, ha reso il nostro sistema quanto meno vecchio e al palo rispetto ai bisogni dei nuovi stili di consumo; lo stesso processo di “normalizzazione” dei consumi non ha trovato interlocutori efficaci in servizi rinnovati e tarati sulle nuove figure di chi utilizza sostanze, se non in parte e in modo sperimentale. Dal tuo osservatorio quali tra i ritardi o le palesi inadeguatezze del nostro sistema pubblico/privato si profilano oggi come priorità per il cambiamento? E il modello di governo del settore, attraverso un Dipartimento centrale presso la Presidenza del Consiglio, ti sembra una formula adeguata?

LG: Lo scontro ideologico non ha consentito in Italia un’adeguata sperimentazione di proposte per far fronte ai problemi in modo pragmatico e più efficace. Il paradosso italiano sta nel fatto di essere dotati del più ampio e strutturato sistema di servizi europeo, ma al contempo di tenerlo “bloccato” nella possibilità di iniziativa, nel cercare metodologie più adeguate di fronte a un fenomeno che si è andato via via sempre più differenziando e che richiede pertanto risposte anche molto diversificate. L’utilizzo delle possibilità di intervento del sistema italiano per le dipendenze, rimane molto al di sotto del suo alto potenziale, pur ridotto nel tempo. In Italia non si sono potute sperimentare né le sale di iniezione da eroina, né il trattamento con eroina legale a favore di alcuni gruppi di persone dipendenti per le quali qualsiasi altro trattamento si fosse rivelato inefficace. Anche al di là dei risultati soddisfacenti riportate da altre esperienze internazionali (non solo quella Svizzera, che è la più nota) e valutate positivamente dall’Unione Europea tramite il proprio Osservatorio di Lisbona, il divieto della sperimentazione non ha trovato opposizione nemmeno da parte di quelle Regioni che hanno più efficacemente interpretato il loro ruolo di iniziativa autonoma in ambito sanitario, consentita dalla “devolution” del Titolo V della Costituzione. Nemmeno il pill-testing, l’analisi delle sostanze nei luoghi in cui vengono consumate, si è reso possibile, perché gli operatori che ne indagano la composizione chimica e la loro potenziale maggiore pericolosità vengono a tutt’oggi considerati “in possesso di sostanza stupefacente”, dunque consumatori o spacciatori e di conseguenza imputabili con sanzioni amministrative e penali.

Gli anni di governo del centro destra, tramite le attività e le iniziative del Dipartimento Antidroga, alle dirette dipendenze della Presidenza del Consiglio, hanno cercato di epurare dal linguaggio scientifico la stessa dizione di “riduzione del danno”, che prima di essere usata nella medicina dell’addiction e successivamente di acquisire il ruolo di uno dei quattro pilastri che orientano l’Unione Europea sulle politiche sulle droghe (insieme al contrasto al traffico, alla prevenzione e alla cura) costituisce un fondamentale orientamento per tutte le branche della medicina là dove la guarigione è incerta o non immediatamente perseguibile, e talvolta preclusa.

Il sistema dei servizi delle dipendenze nella sua totalità, in questi ultimi anni, in particolare dal 2008 quando è iniziata la crisi economica, e da quando gli sforamenti della spesa sanitaria hanno richiesto piani di rientro e di risparmio economico nel settore, ha subito progressivi tagli : nella riduzione del personale, nella possibilità di progettazione, nell’ammontare delle rette per le comunità terapeutiche. La stretta tra i tagli lineari, da una parte, e le preclusioni ideologiche, dall’altra, hanno reso più difficili anche le necessarie innovazioni.

Non tutti i servizi sono riusciti ad adeguarsi ai mutamenti del fenomeno: i nuovi consumi, il poliabuso, differenti modalità di assunzione, ulteriori sostanze introdotte nel mercato, i rinnovati utilizzi delle “vecchie” sostanze, hanno posto, accanto agli interventi più collaudati di riduzione del danno, la necessità di una ridefinizione e riorganizzazione degli interventi di prevenzione e di cura, a cominciare dall’assunzione della tematica, ampia e diversificata, della riduzione dei rischi. L’espletamento della stessa funzione di riduzione del danno richiede oggi altre declinazioni, soprattutto per le condizioni di grave marginalità con cui si caratterizzano molte situazioni delle persone tossicodipendenti, per le quali l’intervento sociale risulta propedeutico alla stessa possibilità di poter intervenire efficacemente sul versante sanitario, per contenere le complicazioni delle malattie droga-correlate e gli ulteriori effetti negativi della dipendenza.

Non aiuta, in questa direzione, la mancata complementarietà e la sempre più marcata disgiunzione tra interventi sanitari e sociali. Nonostante una legislazione che riconosce pienamente il ruolo del sociale nella genesi e nella diffusione di alcune “malattie comportamentali”, e promuove la necessità della sinergia tra interventi sanitari, educativi e assistenziali, nella pratica dei tagli alla spesa pubblica sono questi i progetti che più di altri vengono sacrificati.

Il modello del Dipartimento delle Politiche Antidroga, alle dirette dipendenze della Presidenza del Consiglio, appare oggi troppo condizionato dalla politica e dalle sue scelte. Rischia pertanto di perdere di autorevolezza nel momento in cui le politiche sulle droghe non sono guidate dalle evidenze scientifiche, ma condizionate dalle ideologie. Il Dipartimento nazionale potrebbe funzionare adeguatamente se fosse dotato di una maggiore autonomia, diventando una sorta di Agenzia, ben caratterizzata sotto un profilo tecnico, maggiormente al riparo da pressioni politiche, che possono limitarne il contributo a tutto campo, sia negli strumenti utili alla comprensione del fenomeno che nelle indicazioni degli interventi necessari per gestirlo al meglio.

 

RDG: Lo scenario italiano intanto nel 2014 pare aver ripreso fiato; sono rinati alcuni luoghi e momenti di presa di parola, con appuntamenti nazionali di reti e cartelli che si stanno interrogando su come presidiare al meglio lo spazio politico che si è aperto con l’abrogazione della Fini-Giovanardi e ritrovare forza propositiva: l’appuntamento di Genova, “Nel nome di don Gallo” ha rilanciato idee per una politica “di respiro”; la rete ITARDD per la riduzione del danno sta lavorando per ricucire il divario a cui il Dipartimento Antidroga in questi anni ha destinato l’Italia; gli stessi consumatori stanno lavorando per rilanciare i propri diritti e trovare forme aggregative, soprattutto nel campo della legalizzazione della canapa, in sintonia con quanto avviene in molti angoli del mondo. Strategie e costruzione di percorsi che “tengano” nel tempo e sappiano uscire dalla irrilevanza appaiono in ogni caso difficili: a tuo avviso, c’è una responsabilità anche del mondo dei protagonisti, dei servizi e delle associazioni, nel non saper porre con efficacia le buone ragioni di una riforma sulle droghe? E credi che una maggiore presa di parola da parte dei consumatori sia possibile, in Italia, e possa incidere?

LG: Il clima culturale che si è respirato in Italia in questi anni non ha sicuramente aiutato il sistema dei servizi all’intraprendenza, all’innovazione e all’autonomia. Si è verificato piuttosto un appiattimento, un’omologazione delle scelte, un conformismo di atteggiamenti e comportamenti sulla base delle direttive implicite e implicite provenienti dalla politica e dal Dipartimento nazionale. La direzione mirata dei finanziamenti di progetti e attività, ha sicuramente determinato un orientamento generale e ridotto il pluralismo delle iniziative. I servizi pubblici si sono sentiti maggiormente controllati e difficilmente hanno preso posizione di palese opposizione e contrasto ad alcune direttive. Gli appelli, a sostegno dei diritti degli utenti o per ostacolare la soppressione di alcuni progetti, sono stati firmati come singole persone e operatori. Le stesse associazioni nazionali degli operatori pubblici sono apparse prudenti nelle loro prese di posizione ufficiale. Le comunità terapeutiche si sono per lo più adeguate alla necessità dei flussi di utenza provenienti dalle ASL e sono apparse principalmente preoccupate dalle problematiche di riuscire a fare tornare i propri conti in termini di pareggio di bilancio, considerata la stretta sull’erogazione delle rette. Solo i gruppi più grandi e organizzati in federazioni sono riusciti a partecipare e talvolta “imporre” tavoli di confronto e negoziazione, ma non sempre ciò è stato possibile né sempre la voce degli operatori è stata ascoltata. In particolare è mancata una spinta in Italia che si affiancasse con maggiore forza al movimento internazionale, che richiede una revisione delle Convenzioni mondiali sulle droghe, in nome di un comune riconoscimento che, quantomeno così come è stata condotta, la “guerra alla droga” è fallita, e che è necessario un cambiamento di approccio e di politiche. In America di recente, ma anche in Europa da tempo, si è aperta di fatto una fase post-proibizionista, rispetto alla quale il mondo dei servizi per le dipendenze sembra stare un po’ troppo in disparte, non riuscendo a sollevare e allargare lo sguardo dalla funzione più strettamente terapeutica. La voce dei consumatori è importante, ed è fondamentale il movimento dei consumatori organizzati in grado di fare proposte e condurre esperienze coraggiose di contrasto alla legislazione repressiva (si pensi ai social club spagnoli di coltivazione e consumo della cannabis, ma anche a chi reclama il diritto all’utilizzo terapeutico della canapa in Italia), ma da sola tale voce è insufficiente. Il mondo degli operatori del settore, degli esperti e degli studiosi è essenziale per orientare l’opinione pubblica su temi complicati, che suscitano mille timori e scrupoli di ogni tipo.

 

RDG: Come hai giustamente osservato, mentre l’Italia della Fini-Giovanardi e del DPA giocava tristemente il suo ruolo di “gendarme” delle Convenzioni internazionali insieme a USA, Russia e Svezia, anche allontanandosi dalle posizioni più avanzate in Europa, il resto del mondo si metteva in moto verso una prospettiva di riforma globale, partendo dai guasti evidenti delle politiche proibizioniste a tutti i livelli, da quello dell’impatto economico a quello dei diritti umani, dall’inefficacia della lotta al narcotraffico alla insostenibilità dei costi sociali e sanitari. Il 2013 ha visto un forte protagonismo dei Paesi dell’America Latina, anche più importante quando si pensi all’impatto che in quei Paesi ha il narcotraffico. Un processo che è destinato a farsi sentire ai prossimi appuntamenti ONU del 2015 e del 2016. Qual è il tuo giudizio su questo nuovo scenario? Come pensi che l’Europa, e auspicabilmente l’Italia, possano sostenere e contribuire a questo processo di riforma globale?

LG: Intanto facendo valere sui tavoli internazionali la rappresentanza di un governo, che pur di larghe intese, è condotto da un leader di centrosinistra. Bisogna fornire un segnale di discontinuità con la Fini-Giovanardi e con chi si è opposto alle politiche di riduzione del danno e all’uso dello stesso termine. È da otto anni che l’Italia sia sui tavoli europei sia in sede ONU assume posizioni a difesa delle Convenzioni e non a favore di una loro necessaria riformulazione e possibilità di diversa declinazione a seconda dei differenti contesti nazionali. Bisogna rendere noto a livello internazionale che la Fini-Giovanardi è stata giudicata incostituzionale e decaduta, e bisogna che nel frattempo il parziale vuoto legislativo che ne deriva venga colmato con iniziative a maggiore tutela delle persone consumatrici. Solo in questo modo l’Italia può riallinearsi col movimento riformatore e riacquistare un ruolo internazionale non di mera conservazione. Lo scenario internazionale consente oggi nuovi spazi di sperimentazione e tocca alle Regioni, in virtù della loro autonomia, sperimentare, con attenzione e rigore, le prime riforme auspicabili. È in realtà già in atto, e di buon auspicio, un legiferare regionale a favore dell’uso terapeutico della cannabis e dell’accesso ai suoi prodotti, che sta producendo un piccolo effetto-domino, di contagio imitativo tra una Regione e l’altra.

 

RDG: È andato crescendo negli ultimi anni l’allarme gioco d’azzardo. Anche il Gruppo Abele ha curato, con Auser e Libera, una ricerca sui rischi della dipendenza da gioco che invita a occuparsi seriamente del problema. Anche a causa di un certo modo che i media hanno di presentare il fenomeno, e nonostante la serietà di chi invece ci lavora, esiste il rischio di costruire, sul gioco d’azzardo, la stessa cultura “strillata” utilizzata per le droghe illegali, con il dubbio esito di polarizzare posizioni allarmiste invece che promuovere una cultura della moderazione, per un comportamento umano diffuso e antico. Come si sta lavorando e che tipo di interventi si stanno implementando per prevenire comportamenti compulsivi ma non demonizzare il gioco in sé? Il fatto che sia un ambito legale e regolato da leggi dello Stato e che sia un comportamento socialmente accettato, può suggerire buone strategie di “regolazione sociale” oppure siamo sulla via di una patologizzazione diffusa? Insomma, quale cultura in merito a un gioco non rischioso si sta promuovendo oggi in Italia?

LG: La grande diffusione del gioco d’azzardo oggi in Italia è dovuta al progressivo processo di deregulation in atto ormai dal 1999, indipendentemente dai colori dei vari governi. C’è stata una vera e propria escalation di autorizzazioni in deroga al divieto del gioco d’azzardo che ha comportato che l’“industria” del gioco d’azzardo sia oggi la terza o la quarta in Italia, con un fatturato complessivo di circa 90 miliardi di euro all’anno. Una vera e propria “bolla” che non si basa sulla produzione di merci, ma sul mercato dell’illusione. Il tutto aggirando il potere locale di Comuni e sindaci che devono potere democraticamente decidere se sul loro territorio vogliono creare delle piccole Las Vegas o meno. Espropriati di ogni possibilità di decisione, i Comuni hanno visto cambiare il loro panorama urbano. Di fronte a tante serrande di esercizi commerciali chiusi per via della crisi economica, in ogni quartiere sono cresciuti come funghi le sale scommesse e i tanti diversificati locali per le slot machine, che insieme ai “Compro oro” hanno modificato l’assetto del territorio.

Siamo di fronte a politiche che se viste nel loro complesso, risultano paradossali e suonano come molto ipocrite, soprattutto agli occhi dei giovani: da una parte si proibiscono gli spinelli, se ne enfatizza il livello di pericolosità personale e sociale, e dall’altra si dà il via libera al diffondersi di comportamenti che possono comportare abusi e dipendenze molto più drammatiche.

Il gioco costituisce una dimensione di piacere e, come molti studi hanno messo in evidenza, non solo è parte indispensabile dell’esistenza umana, ma possiede implicite valenze formative. Anche il gioco d’azzardo, non basato su capacità, ma unicamente sulla fortuna, deve potere avere il suo spazio. Il problema è la consapevolezza che, con le politiche di progressiva e totale deregulation, si sta percorrendo un crinale di cui bisogna poter riuscire a governare gli “effetti collaterali”, non desiderati, considerare che è un comportamento che, mediamente, tanto può più sfuggire di mano alle persone quanto più sono esse esposte a una offerta aggressiva e seducente e posseggono minori strumenti per farvi fronte. Lo Stato non può ignorare le conseguenze negative (si stimano approssimativamente 800.000 persone dipendenti da gioco d’azzardo in Italia), addossandole a una presunta irresponsabilità individuale delle singole persone e non devolvendo nemmeno l’1% dei circa 8-9 miliardi di euro che ogni anno entrano nelle sue casse per giochi che ha autorizzato. Come tutti i comportamenti a rischio, il gioco d’azzardo è una problematica che va governata, non può essere lasciata al libero mercato, e pertanto si rende necessario un contenimento dell’offerta e della pubblicità, un investimento in azioni preventive dei comportamenti di abuso e di dipendenza, un’allocazione di risorse a favore delle cure. Non è un problema gestibile attraverso le categorie del proibizionismo e dell’antiproibizionismo. Piuttosto, richiede la piena consapevolezza delle complessità del fenomeno e dei tanti risvolti sottesi, e l’attribuzione di responsabilità diffuse: a partire dal legislatore, per passare alle Agenzie autonome dei Monopoli di Stato, alle società che gestiscono i vari giochi e lotterie, agli esercenti, ai consumatori, ai cittadini e le loro famiglie. Un’intelligente regolamentazione del fenomeno, che non proibisca ma che non induca, che possa tutelare anche i singoli comportamenti prevenendo il discontrollo e la sua deriva, che faccia proprio l’obiettivo della moderazione e il contenimento possibile dei danni, appare come la politica più utile nel gestire tutte le contraddizioni insite nella problematica e nel suo indotto, compreso quello dell’infiltrazione criminale.

 

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