La sorveglianza di massa tradisce i cittadini e uccide la democrazia

Intervista a Luke Harding a cura di Orsola Casagrande (dal Rapporto sui Diritti Globali 2014)

Orsola Casagrande, Rapporto sui Diritti Globali 2014 • 4/8/2016 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali • 716 Viste

(dal Rapporto sui Diritti Globali 2014)

Il quotidiano britannico “The Guardian” è stato insieme all’americano “Washington Post” il giornale che ha pubblicato, a partire da giugno 2013, i documenti relativi alle attività di controllo e spionaggio della NSA (National Security Agency, l’Agenzia di Sicurezza Nazionale statunitense). I due quotidiani erano stati contattati nel 2013 dal giovane informatico americano Edward Snowden.

Snowden, dopo molti anni di lavoro prima alla CIA e poi alla NSA, ha deciso di rivelare i programmi dell’Agenzia. Con le loro inchieste, il “Guardian” e il “Washington Post” hanno vinto il prestigioso Premio Pulitzer per il loro lavoro e l’hanno dedicato proprio a Snowden.

Il giornalista del “Guardian” Luke Harding fa parte del team che sta studiando e interpretando le migliaia di documenti in mano al giovane informatico. Ha scritto un libro, The Snowden Files, pubblicato a febbraio 2014, sulla storia dell’ex analista della NSA e dei giornalisti da lui scelti per aiutarlo a rivelare al mondo i segreti e le pratiche dell’Agenzia, giudicate pericolose per la stessa democrazia. La scelta di Snowden, dice Harding, non aveva come fine quello di danneggiare la NSA o la CIA o il governo degli Stati Uniti. Snowden ha fatto quello che ogni buon cittadino e patriota dovrebbe fare.

 

Redazione Diritti Globali: Partiamo dal tuo coinvolgimento nella storia di Snowden e le rivelazioni sulla NSA. Quando sei entrato nel team di giornalisti che hanno preso in consegna questa storia per il “Guardian” e quando hai deciso di scrivere il libro ?

Luke Harding: A giugno del 2013 Edward Snowden era ancora a Hong Kong, nascosto, dopo aver già rivelato la sua identità. Il direttore del “Guardian”, Alan Rusbridger, mi ha convocato e mi ha detto che voleva parlarmi. Ci siamo visti non nel suo ufficio, ma in una stanzetta anonima dell’edificio e mi ha chiesto se volevo scrivere un libro su Snowden e sui giornalisti che stavano lavorando con lui.

Per noi quello – con le rivelazioni che stavano uscendo – era chiaramente un momento storico ed era importante raccontare la storia di Snowden e del suo gesto coraggioso, aver rivelato le informazioni in suo possesso. Allo stesso tempo, però, ci sembrava importante raccontare anche la storia dei giornalisti ai quali Snowden si era rivolto. Quei giornalisti che fin dall’inizio di questa storia sono stati sottomessi a un’incredibile pressione da parte dei governi e dei servizi di sicurezza. Fatte tutte queste considerazioni, chiaramente la mia risposta a Rusbridger è stata positiva: avrei scritto quel libro.

 

RDG: Ci sono due aspetti importanti in tutta la vicenda Snowden, come sottolineavi. Da una parte, c’è la curiosità di sapere perché questo giovane informatico ha deciso di venire allo scoperto e di raccontare i segreti della NSA. E, dall’altra, c’è il ruolo dei media. Partiamo da Snowden: tu hai lavorato sulla sua vita, sul suo carattere. Che idea ti sei fatto sul perché ha deciso di uscire allo scoperto ?

LH: L’idea che mi sono fatto, durante le ricerche per il libro, è che essenzialmente Snowden sia un idealista vecchio stile. Proviene da una famiglia tradizionale, libertaria di destra, una famiglia tipica americana. La sua carriera è in linea con questo profilo, simile a quello di molti altri americani: ha abbandonato la scuola, ma aveva un incredibile talento con i computer e l’informatica. Tra i 20 e 24 anni entra nella CIA e viene mandato in Svizzera. A 24 anni è già un uomo pieno di misteri: viaggia in Europa, Bosnia, India. Politicamente è un repubblicano, che crede nella patria e nel dovere di ogni cittadino di difenderla, ma è anche un profondo difensore delle libertà personali. Nel 2003 si arruola nell’esercito per difendere il Paese. Vuole andare a combattere in Iraq, ma la sua carriera militare ha vita molto breve.

In altre parole, direi che Snowden proviene da quel background patriottico e ideologico tipico della destra americana. Quel che, però, accade a un certo punto è che rimane sempre più deluso dall’Agenzia per cui lavora, la CIA – e in seguito la NSA – e arriva alla conclusione che l’intelligence agendo – almeno da dopo l’11 settembre – illegalmente, è fuori controllo, sta violando la Costituzione attraverso programmi di sorveglianza di massa dei quali nessuno sa nulla. Si rende conto che questi programmi non sono autorizzati o sostenuti dal Congresso e decide che non può più rimanere in silenzio. Non parla subito. Inizialmente, aspetta di capire se il presidente Barack Obama prenderà qualche iniziativa, se cambierà rotta rispetto al suo predecessore. Quando ciò non accade, decide di diventare una “talpa”. Nelle ricerche che ho compiuto su di lui, non ho trovato nessun elemento che indichi che fosse una spia della Russia, per esempio, come qualcuno sostiene per screditarlo. E nemmeno emergono elementi per pensare che fosse una spia per un altro Paese, o un traditore. In realtà, tutte le informazioni che ho raccolto mi spingono a dire che quello che Snowden ha fatto lo ha fatto per spirito patriottico, perché pensava che era quello che qualunque buon patriota americano doveva fare.

 

RDG: L’altra parte della storia riguarda i media, i giornalisti. Qual è stato il ruolo del “Guardian” e quali le conseguenze pagate dai suoi giornalisti ?

LH: Il ruolo dei media è stato essenziale, e in un certo senso è dipeso dallo stesso Snowden. È evidente che avrebbe potuto semplicemente caricare su Internet tutte le informazioni e i documenti segreti in suo possesso, spiegando perché credeva che dovessero essere di dominio pubblico. Ma non l’ha fatto. Ha preferito contattare dei giornalisti di cui si fidava, perché evidentemente ne aveva seguito il lavoro. Giornalisti che scrivevano e lavoravano da anni a favore delle libertà civili e sull’intelligence. È andato a Hong Kong e ha contattato i miei colleghi, Glenn Greenwald (corrispondente dagli USA) e Ewen MacAskill. È stato lui a dare istruzioni anche su come, cosa e quando pubblicare di questi documenti, che lui era convinto dovessero essere portati a conoscenza del pubblico. Il suo scopo, tuttavia, non era distruggere la NSA o la CIA. A suo parere, i giornalisti dovevano denunciare quello che era illegale, e cioè la sorveglianza di massa, la messa sotto controllo di milioni di telefoni, la collusione tra polizia e NSA. Avrebbe potuto consegnare tutti i materiali a Wikileaks, ma è stato più strategico. Voleva che questa operazione fosse fatta con grande cura, con attenzione al minimo dettaglio. E noi, media partner, abbiamo giocato il ruolo che lui in qualche modo voleva. Ci siamo messi a studiare i documenti, a verificarli, a cercare di dare loro un senso. A capirli, cosa assai complicata, perché molti materiali sono estremamente tecnici.

 

RDG: Naturalmente la risposta sia da parte del governo americano che da quello inglese non ha tardato ad arrivare. Ed è stata molto violenta nei confronti dei giornalisti e dei quotidiani che li hanno sostenuti.

LH: I governi inglese e americano non erano affatto contenti. Inizialmente non sapevano chi avesse preso questi materiali, quante informazioni fossero effettivamente in suo possesso, che propositi avesse. Direi che prima che Snowden uscisse allo scoperto, la reazione è stata di shock e panico. La legge sullo spionaggio inglese che risale alla Prima guerra mondiale è molto dura: pubblicare materiale segreto ufficiale è considerato tradimento. Per cercare di fermare il “Guardian” e impedire che pubblicasse i materiali, il primo ministro David Cameron ha mandato il suo segretario di gabinetto, Jeremy Heywood, due volte a farci visita, a giugno e luglio 2013.

Heywood ci ha praticamente minacciato, dicendoci che se non avessimo consegnato il materiale in nostro possesso e cessato la sua pubblicazione avrebbero intrapreso un’azione legale che ci avrebbe portato alla chiusura. Tutto questo è culminato con noi costretti a distruggere i nostri computer in una cantina del “Guardian”, in presenza di ufficiali dei servizi segreti.

È stato un evento tragicomico, ma di una gravità enorme. Alla fine abbiamo dovuto trasportare tutti i materiali a New York, dove la Costituzione garantisce maggiormente i giornalisti e abbiamo lavorato da lì.

 

RDG: Tutto questo la dice lunga sullo stato della libertà di stampa. Che cosa ci riserverà secondo te il futuro in questo campo ?

LH: È stato davvero molto demoralizzante dover procedere alla distruzione dei nostri computer. Il simbolismo di questa azione mi pare parli da solo. Così come è stato indicativo l’arresto del compagno del nostro giornalista Greenwald. Pressioni, intimidazioni si sono susseguite e ancora non sono cessate. Più in generale, credo che dovremmo stare all’erta nei confronti di governi che stanno diventando sempre meno democratici. E parlo dei nostri. Io sono stato quattro anni in Russia come corrispondente: da lì mi hanno cacciato nel 2011. Ho avuto modo di vivere sulla mia pelle la repressione di un governo dispotico. Ma uno dei messaggi che tutta la vicenda Snowden ci consegna è proprio questo: dobbiamo essere vigili sulle nostre democrazie e società, come società civile. E dobbiamo essere scettici dell’establishment e dei servizi di sicurezza. Quello che è accaduto al “Guardian” è stato uno dei momenti oscuri nella storia di questo Paese e del rispetto della libertà. Purtroppo, va detto, ha avuto più ripercussioni fuori dalla Gran Bretagna che qui. La gente si è indignata più all’estero che in casa.

 

RDG: Snowden in realtà ha rivelato che le ambizioni della NSA vanno ben oltre la volontà di raccogliere dati specifici su persone o gruppi specifici. La NSA infatti raccoglie informazioni su tutti, milioni di persone. E raccoglie qualunque tipo di informazione. In altre parole, con questo controllo a tappeto è in grado di sapere tutto su tutti. Si potrebbe dire che la NSA scrive la narrativa elettronica della vita di milioni di persone, dalla culla alla tomba. E questo evidentemente è uno strumento incredibile di manipolazione politica ed economica.

LH: Assolutamente. L’ambizione della NSA è esattamente questa: raccogliere informazioni a livello globale e immagazzinarle, per avere la capacità di usarle anche in maniera retroattiva qualora dovesse essercene la necessità. Ed è un’ambizione abnorme, se ci pensiamo. Questa volontà di raccogliere informazioni su tutti e in qualunque momento significa, in altre parole, conferire all’intelligence un ruolo preminente.

Tra l’altro è anche evidente che le agenzie di intelligence di altri Paesi hanno collaborato e raccolto informazioni per la NSA. Per me è francamente spaventoso tutto ciò. E forse ancora più angosciante è il fatto che non ci sia alcuna discussione sulla legittimità di tali programmi in sede di governo. La domanda per gli americani adesso è se Obama fermerà i programmi della NSA. Il presidente ha fatto un paio di discorsi, a gennaio 2014, annunciando riforme, ma mi sembra siano più cosmetiche che altro. Mi sembra abbastanza prevedibile che questi programmi continuino. La speranza è che la gente ora, sapendo cosa accade, protesti in maniera più decisa e costante.

 

RDG: Così dovrebbe essere, ma in realtà l’opinione pubblica sembra poco determinata. Si rifugia dietro frasi fatte: “io non ho nulla da nascondere”. Ma, di fatto, sembra assumere come normale una cosa che evidentemente normale non è.

LH: Anch’io penso che la gente dovrebbe essere più arrabbiata. Gli inglesi, per esempio, sono abbastanza tranquilli, e il leitmotiv è quello: non abbiamo nulla da nascondere. In Germania, però, sono furiosi. E così i brasiliani. Negli stessi Stati Uniti il dibattito è molto sostenuto e acceso. In Gran Bretagna solo da poco la gente ha cominciato a discutere. All’inizio c’è stato il silenzio indotto dal governo che ha fatto passare questa idea che i giornalisti e lo stesso Snowden erano in realtà dei traditori.

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