Per non dimenticare Ashraf Fayadh

Arabia saudita. Si moltiplicano le iniziative, anche sui social, di solidarietà di artisti e intellettuali con il poeta palestinese condannato per blafemia dal regime wahhabita

Michele Giorgio, il manifesto • 7/8/2016 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni • 629 Viste

«Ho paura di essere dimenticato». Questo è il timore che ha confidato a un amico Ashraf Fayadh, il poeta palestinese condannato a morte per apostasia da un tribunale saudita e poi, in appello, a otto anni di prigione e 800 frustate. Non sarà dimenticato Fayadh. La sua vicenda emoziona migliaia di persone, suscita sdegno e mobilita tanti in tutto il mondo a favore della sua scarcerazione. Con l’hashtag #FreeAshraf, artisti e scrittori di diversi Paesi – tra i quali il graphic novelist egiziano Ganzeer (Mohamed Fahmy), il visual artist Joy Garnett e la poetessa Rachel Rose – hanno diffuso sui social poesie, disegni e altri lavori per attirare l’attenzione sul poeta palestinese.

L’iniziativa, nota come la “Giornata della Creatività”, è stata organizzata da Marcia Lynx Qualey, del portale di letteratura araba arablit.org e dalla giornalista Mona Kareem, in coincidenza con il 65esimo anniversario della firma della Convenzione sui Rifugiati. «Lo scopo è quello di tenere i riflettori sempre accesi su di un caso che non deve e non può essere dimenticato – ha spiegato Qualey – solo un’attenzione continua può evitare che Ashraf sia posto in condizioni (di detenzione) persino peggiori di quelle attuali». Ganzeer, che ha disegnato e postato un ritratto di Fayadh, è convinto che il caso del poeta palestinese richieda «un convolgimento globale». La vicenda, dice, «dimostra non solo l’autoritarismo del regime saudita ma anche la sua fragilità. Ha così paura delle opinioni di un poeta che deve ricorrere a tali misure».

Fayadh, un intellettuale di primo piano in Arabia Saudita, che ha dedicato una parte significativa della sua opera alla Palestina, fu arrestato nel 2013 mentre era in un caffè nella città meridionale di Abha, dove risiede. Fu rilasciato il giorno successivo e poi nuovamente arrestato nel gennaio 2014 con l’accusa di blasfemia e di aver scritto poesie che, secondo i giudici sauditi, promuoverebbero l’ateismo. Condannato a morte nel novembre 2015, Fayadh è sfuggito alla decapitazione (questa è la speranza) grazie alla protesta globale che ha spinto la corte a commutare la pena in otto anni di carcere e 800 frustate. Una sorte simile a quella del blogger Raif Badawi, condannato a 10 anni di carcere e frustato in pubblico a Gedda. Secondo i giudici a Fayadh le frustrate dovranno essere impartite in 16 diverse sessioni ma sino ad oggi, proprio per l’attenzione internazionale sul suo caso, questa parte della sentenza non è stata (ancora) applicata.

La letteratura è particolarmente osteggiata dalle autorità di Riyadh. Temono che possa svegliare le coscienze e mettere in discussione il sistema saudita che si regge sull’alleanza tra la casa regnante Saud e il wahabbismo, una corrente islamica rigidissima, non condivisa dalla maggior parte dei musulmani, parente stretta del salafismo. Prima dell’ultima fiera internazionale del libro, la polizia religiosa (muttawa) ha fatto sequestrare i libri di centinaia di autori accusati di blasfemia. Tra questi anche Mahmoud Darwish, il poeta nazionale palestinese. In favore di Ashraf Fayadh è intervenuto anche lo scrittore e il drammaturgo scozzese Irvine Welsh. «Non si può accettare la barbarie» ed è tempo, ha detto, che «i governi occidentali smettano di avere a che fare con il perverso regime saudita».

Intanto cresce anche la solidarietà di artisti e intellettuali per la poetessa palestinese Dareen Tatour, arrestata qualche mese fa nel suo villaggio Al-Reineh (Nazareth) e successivamente posta agli arresti domiciliari per aver postato su Facebook una poesia che, a giudizio delle autorità israeliane, istigherebbe alla violenza.

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