Il sindacato torni a fare vertenze generali

Intervista a Nicola Nicolosi a cura di Roberto Ciccarelli (dal Rapporto sui Diritti Globali 2014)

Roberto Ciccarelli,Rapporto sui Diritti Globali 2014 • 8/8/2016 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali • 568 Viste

Intervista a Nicola Nicolosi a cura di Roberto Ciccarelli (dal Rapporto sui Diritti Globali 2014)

Con Nicola Nicolosi, segretario confederale CGIL e già coordinatore nazionale dell’area “Lavoro e società”, avviamo una riflessione sul ruolo del sindacato in un momento di crisi di identità. La premessa del ragionamento è il giudizio negativo sulla rimozione delle conquiste degli anni Sessanta e Settanta, oggi sostituite, attraverso la legislazione e gli accordi sindacali, da un assetto sociale fondato sulla precarietà, sulla disoccupazione, sullo svuotamento di significato del Contratto Nazionale. Il sindacato rischia di essere schiacciato dalle esigenze di ogni singola impresa, sacrificando sempre di più la soggettività dei lavoratori, la democrazia, il diritto di decidere sulle proprie condizioni, o i loro contratti. Queste considerazioni vengono svolte alla luce dell’analisi delle riforme della Pubblica Amministrazione (PA) e del mercato del lavoro presentate dal governo Renzi.

 

Redazione Diritti Globali: Anche il governo Renzi ha annunciato una riforma della Pubblica Amministrazione. Qual è il giudizio della CGIL?

Nicola Nicolosi: Dagli anni Novanta a oggi ci sono state cinque riforme della Pubblica Amministrazione, per realizzarle ci sono voluti 74 decreti legislativi attuativi. Stiamo parlando di una produzione legislativa enorme. Chiunque arrivi pensa sempre a riformare qualcosa e c’è sempre davanti la Pubblica Amministrazione. Che la PA debba essere un luogo fruibile per i cittadini, non ci sono dubbi. Come CGIL riteniamo sia giusto, ma una cosa non bisogna fare più: le riforme contro i soggetti che devono applicarle. Per un semplice motivo: in questo modo le riforme non funzionano. Come dimostra la mole dei provvedimenti negli anni Novanta e i decreti conseguenti. Siamo bloccati e non riusciamo ad avere una PA capace di essere più vicina ai cittadini. Dalle iniziative dell’ex ministro Renato Brunetta, e di tutti gli altri, non mi pare che, ancora una volta, la PA sia stata messa nelle condizioni di agire.

 

RDG: Per affrontare il problema del precariato nella PA il governo Letta aveva annunciato una riforma dei concorsi pubblici. Crede che questa sia la soluzione?

NN: Basta guardare ai dati. Nell’arco degli ultimi cinque anni, c’è stato il blocco dei contratti, abbiamo 250 mila dipendenti pubblici in pensione che non sono stati sostituiti. Quella in atto è semplicemente una riduzione dei lavoratori nel pubblico. Rispetto ai grandi Paesi europei siamo al di sotto degli standard. Abbiamo in più 250 mila precari nella Pubblica Amministrazione, compresi quelli che lavorano nella scuola. Il datore di lavoro pubblico mantiene molti dei servizi grazie a queste persone. In più è aumentata l’età media dei dipendenti fissi che è molto elevata, tra i 54 e i 55 anni. Il blocco reiterato e immotivato del turn over è stato prorogato fino al 2018 e sta penalizzando i giovani. Al momento, ci sono ipotesi di riforma della ministra Marianna Madia, che ha cercato di recuperare il lavoro del suo predecessore Gianpiero D’Alia, ma siamo ancora agli annunci. Abbiamo bisogno di una legislazione del lavoro pubblico che si liberi dell’ossessione che la PA sia un posto parassitario. Un’amministrazione che funziona è un investimento utile a imprese e cittadini. Può produrre ricchezza e aiutare l’economia del Paese. E invece c’è l’ossessione di ridurre il costo della PA, vengono fatte spending review che nei fatti sono tagli al welfare. Tuttavia, non generalizzo, perché ci sono settori da amministrare meglio, ad esempio quello che gestisce le spese della PA.

 

RDG: In che modo bisogna intervenire e dove?

NN: Serve fare operazioni che costruiscano un’armonizzazione della spesa. C’è poi la riorganizzazione dei ministeri. Come le strutture centrali e periferiche si determinano. Nella sostanza serve la riforma delle partecipate, sapendo che molte delle municipalizzate sono gioielli di famiglia da difendere. Un altro capitolo è quello della politica degli organici e del reclutamento. Bisogna rispettare l’articolo 97 della Costituzione, si entra per concorso. Certo, la PA ha abusato del potere delle Giunte comunali o regionali, dell’uso a sproposito dei precari. Ma oggi c’è bisogno di una normativa che definisca una buona volta per tutte le politiche di ingresso. E i concorsi sono lo strumento. Bisogna riaprirli. Chi ha anni di precarietà alle spalle deve fare un corso-concorso, gli vanno riconosciuti gli anni di lavoro già fatti. È una questione sociale di grande rilevanza e non possiamo più fare finta di nulla. Poi c’è il tema delle riforme costituzionali. Le Province: dove vanno a finire i 65 mila dipendenti? E con l’accorpamento dei tribunali, che fine faranno i dipendenti? Lo stesso per chi lavora nelle prefetture, che interessano il ministero degli Interni. Quale sarà il nuovo ruolo degli enti locali e delle Regioni? Poi viene il problema della dirigenza, che in Italia è troppo subordinata al quadro politico. Una tradizione negativa. Il dirigente dev’essere un alto funzionario che fa l’interesse della PA, indipendentemente dai politici. Deve potere agire in virtù di quello che dice la Costituzione: rispondere agli interessi del Paese e non a quelli di parte. Spesso i dirigenti fanno quest’ultima cosa. O il dirigente dirige rispettando gli interessi generali, oppure forse è meglio cambiarne la funzione.

 

RDG: La nuova riforma dovrebbe intervenire sulla mobilità di questi dirigenti…

NN: Madia e Renzi parlano di spoil system, ma questo sistema non costruisce il dirigente libero che agisce nell’interesse pubblico. Vuol dire che chi vince le elezione si porta i suoi che agiranno non certo nell’imparzialità, saranno dirigenti che faranno gli interessi del partito che gli ha messi in quel posto.

 

RDG: L’area “lavoro e società”, insieme alla FIOM e alla FLC, ha presentato un emendamento al documento congressuale della maggioranza CGIL sul reddito minimo e la riforma Fornero. Crede che le esigenze di una riforma del welfare in senso universalistico saranno raccolte dal sindacato e in quale modo?

NN: Abbiamo sostenuto l’emendamento sul reddito minimo, cercando di cogliere la fattispecie del pensiero lavoristico. Intendiamo costruire una proposta che per la storia della CGIL è una novità, il reddito fuori dal lavoro. Bisogna fare una grande discussione che continuerà in futuro. I giovani che affrontano un percorso formativo, a un certo punto credo sia giusto che vengano remunerati. La differenza tra reddito e salario è che il reddito viene erogato in forme dirette e indirette. Può essere composto dal servizio di una mensa, dal trasporto, dal contributo per gli affitti e da altre forme che possano aiutare i singoli ma anche le famiglie. Per noi il tema è costruire un welfare che riguardi gli studenti e i lavoratori espulsi da un mondo del lavoro che oggi non dà grandi prospettive di occupazione. Il punto è: rideterminare una remunerazione attraverso una diversa distribuzione della ricchezza del Paese.

 

RDG: Esiste un grande problema di rappresentanza del nuovo precariato e del lavoro autonomo in Italia. Il sindacato ha rappresentato il lavoro dipendente e durante il congresso c’è stato un duro scontro sulle regole della rappresentanza, ma sempre sul lavoro dipendente. In che modo la CGIL intende affrontare questo problema?

NN: Non dimentichiamo che siamo un’organizzazione sindacale frutto della rivoluzione industriale. La contraddizione tra capitale e lavoro abbiamo cercato di strutturarla per determinare, nell’arco di 150 anni in Italia e in tutti gli altri Paesi europei, una rappresentanza dentro questa contraddizione. Il movimento dei lavoratori nasce per organizzare la massa che trae benefici dal lavoro e combatte lo sfruttamento. Oggi buona parte del lavoro non è rappresentata, il tasso di sindacalizzazione non è più alto nemmeno tra i dipendenti. Se il mercato del lavoro è basato sulla precarietà, allora bisogna rimuovere la precarietà che è un danno per il Paese. Condannare all’incertezza intere generazioni è un danno per il Paese e per la democrazia. Per questo bisogna fare una vera riforma del mercato del lavoro. Non quella che vogliono Matteo Renzi o Giuliano Poletti, che viene dal mondo della cooperative, le quali erano nate con un’idea alternativa allo sviluppo capitalistico. La loro riforma rischia, invece, di rappresentare il peggio del modello capitalistico. Siamo convinti che, diversamente, tutto debba passare dalla liberazione dei lavoratori dal processo di subordinazione e dalla precarietà.

 

RDG: Precisamente in che modo si può fare valere la rappresentanza sul lavoro allora?

NN: Facendo votare sempre i lavoratori, compresi i precari, per qualsiasi accordo. L’ultima parola deve essere la loro. Facendo eleggere, in tutti i luoghi di lavoro, i rappresentanti dei lavoratori. Nella PA si possono prevedere tre giorni ogni tre anni dove in tutti i luoghi di lavoro si aprano i seggi elettorali. I sindacati presentino le loro liste e i lavoratori scelgano i loro rappresentanti. In questo modo, le organizzazioni sindacali potrebbero costruire un nuovo modello di democrazia.

 

RDG: Riguardo il decreto Poletti sui contratti a termine il giuslavorista Piergiovanni Alleva, i giuristi democratici, i sindacati di base promettono di ricorrere alla Corte di Strasburgo perché ritengono che il provvedimento violi le normative europee e sia incostituzionale. Ritiene che CGIL possa seguire questa strada?

NN: Sono convinto che bisogna aprire un conflitto molto forte, usando tutti gli strumenti a disposizione del sindacato. Quella del ricorso giuridico è una strada, ma penso anche alla mobilitazione generale contro un mercato del lavoro che condanna intere generazioni alla precarietà. Bisogna costruire tutti i presupposti perché l’opposizione possa diffondersi direttamente tra i cittadini. Ci vuole una mobilitazione di piazza. Dobbiamo passare dalle parole ai fatti. Non lo facciamo dai tempi del governo Monti. Non c’è stata mobilitazione neppure per la riforma delle pensioni. Ora è davvero necessaria una vertenza generale per dare una prospettiva, un nuovo patto sociale per chi lavora.

 

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