Rompere i recinti del sociale e costruire un’altra agenda per dare spazio agli ultimi

Rompere i recinti del sociale e costruire un’altra agenda per dare spazio agli ultimi

Intervista a Armando Zappolini, presidente nazionale CNCA, a cura di Susanna Ronconi (dal Rapporto sui Diritti Globali 2013)

Chi di “sociale” si occupa da sempre, dal “sociale” sa di dover uscire. Non per abbandonare temi, persone, diritti lesi o povertà, ma per la consapevolezza che settorializzare – così come iperspecializzare – serve solo a mettere nell’angolo questioni che sono, invece, trasversali: è la qualità della vita, la coesione sociale, come si vive in una città, cosa si mangia e che aria si respira a essere in gioco, la forma stessa delle relazioni sociali, della convivenza. Uscire dall’irrilevanza è un compito arduo, di questi tempi, ma inevitabile: per i movimenti, che non stanno “mordendo” la crisi e sono deboli sulle alternative; per le associazioni, che non possono finire con il fare un welfare della beneficienza; per gli operatori, che se non stanno dentro la complessità sociale possono al più fare una sorta di “manutenzione” dell’esistente. E l’esistente non è un gran che. Le sfide del sociale sono dunque non solo molteplici, ma radicali. Secondo don Armando Zappolini, presidente nazionale del CNCA, tutto il Terzo settore deve cambiare sguardo, tenendo i piedi ben dentro le tante realtà di cui si occupa, ma al tempo stesso deve «uscire dai recinti», come recita uno slogan dell’associazione, per occuparsi della qualità della vita sociale, della convivenza, del benessere di tutti.

 

Redazione Diritti Globali: La corsa del “governo dei tecnici” si è conclusa, ma sembra aver lasciato dietro di sé il consolidamento di un sistema in decisa e forse definitiva controtendenza rispetto a quel “modello europeo” a cui ci si riferisce quando si pensa allo Stato sociale. Uno dei passaggi cruciali dell’approccio dell’Europa alla grande crisi esplosa nel 2008 è stato il fiscal compact, entrato nel silenzio più totale e con l’avallo del centrosinistra nella nostra Costituzione. Il risultato è che per 20 anni l’Italia dovrà “rientrare” di 40 miliardi ogni anno, e questo vuol dire continui e pesanti tagli alla spesa pubblica. Ritieni che rispetto all’obiettivo di rilanciare un welfare efficiente e motore di sviluppo, l’anno di Mario Monti abbia segnato un momento di non ritorno? Oppure nutri fiducia nella forza e nell’intelligenza dei movimenti e delle alternative che circolano e si organizzano nella società?

 

Armando Zappolini: Il governo Monti, per quanto riguarda il welfare e, più in particolare, l’ambito delle politiche sociali, ha continuato la linea del precedente esecutivo: una riforma delle pensioni che riduce ulteriormente il perimetro dei diritti – e delle somme che verranno percepite dai pensionati in futuro –, una diminuzione ulteriore dei Fondi nazionali per le politiche sociali (già ridotti al lumicino), nessuna determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni sociali né introduzione del reddito minimo di inserimento – che pure il ministro Elsa Fornero aveva citato come innovazione possibile –, nessun provvedimento per la non autosufficienza. Più in generale, si è percepita chiaramente la scarsa sensibilità di questo esecutivo per le politiche sociali, schiacciate dall’economia e dai suoi diktat. Insomma, la questione sociale appare più un impiccio, un problema appunto, da affrontare se e quando ci saranno le risorse, piuttosto che un ambito di innovazione, di sviluppo, di creazione di benessere sociale.

Il governo Monti ha accettato un’impostazione di sola austerity, di solo rigore, che sta massacrando non solo l’Italia, ma l’Europa intera. Il fiscal compact è l’esito estremo di questo approccio. Si continua a non capire, nelle sedi del potere, che in questo modo non solo non verremo fuori dalla crisi economica e sociale in cui siamo sprofondati, ma che la stessa Unione Europea uscirà sempre più delegittimata dinanzi a tanti cittadini europei che si stanno chiedendo cosa siano oggi l’Europa e le sue istituzioni. La vittoria di Beppe Grillo in Italia è solo uno dei campanelli di allarme. Mi pare che in tanti – anche tra gli economisti – l’abbiano capito, eppure le politiche non cambiano.

Per quanto riguarda i movimenti, lo scenario è in chiaroscuro. Non c’è dubbio che l’attività di sensibilizzazione, di costruzione di analisi e proposte “altre” sia oggi un aspetto non secondario dell’azione di tante organizzazioni sociali nazionali e locali. Un lavoro prezioso, da non sottovalutare, che opera su tempi lunghi e in profondità. Tuttavia, dobbiamo ammettere che si stenta a capitalizzare tutto questo fermento in iniziative forti di cambiamento. A parte il grande successo nei referendum sull’acqua e il nucleare, non abbiamo avuto in Italia una mobilitazione pari a quanto avvenuto in Spagna né a un fenomeno come Occupy Wall Street. Alcuni tentativi hanno dimostrato un fiato corto. Dunque, tanti rivoli e piccoli bacini di incontro e azione, ma non un fiume in piena capace di incidere profondamente sull’agenda del Paese. Da questo punto di vista, spiace dirlo, Grillo è riuscito a fare molto di più.

 

RDG: L’Agenda stilata dal CNCA in occasione delle elezioni politiche 2013 rilancia il tema del welfare e quello dei diritti, vostri temi da sempre, ma al contempo lo incardina in una visione nuova, dove – per esempio – uno sguardo al Mediterraneo e ai temi dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile hanno più forza che in passato. Qual è il ruolo che può giocare in questi scenari complessi e a volte inediti una grande organizzazione non profit come il CNCA? C’è uno spazio nuovo per nuove azioni che sappia andare in controtendenza a quella “morte del sociale” o dei cosiddetti corpi intermedi che alcuni teorizzano? Come vi state muovendo, in questa prospettiva?

AZ: Questi anni ci hanno fatto capire una cosa con chiarezza: chiudersi nei recinti della “sfiga” è assolutamente perdente. Per prima cosa, dobbiamo parlare a tutti, ai cittadini e agli altri soggetti sociali, rivolgerci all’opinione pubblica per costruire insieme proposte culturali e iniziative di cambiamento.

In secondo luogo, non possiamo limitarci al nostro pezzettino – le “politiche sociali”: dipendenze, minori, prostituzione, sofferenza psichica… – ma, partendo dai nostri ambiti di azione, pensare alla definizione di nuovi stili di vita, di contesti sociali e urbani più solidali e in cui il benessere sociale e la valorizzazione dell’ambiente siano intesi come motore sociale ed economico primario.

Per questo, nell’anno del Trentennale della Federazione, abbiamo scelto come slogan “rompere recinti”. I recinti che erigiamo noi stessi chiudendoci nelle nostre cose, nelle nostre specializzazioni, nelle reti che già abbiamo attivato, senza alzare così lo sguardo sulla città, sull’ambiente in cui viviamo, sul mondo che vogliamo costruire per noi e le generazioni future. Dobbiamo mettere insieme soggetti e cittadini che operano in ambiti diversi, che hanno competenze differenti, che spesso non sono legati a questo o quel “settore di intervento”, ma che hanno a cuore il loro territorio e la loro comunità, la qualità della vita, un progetto di società. Cercando così di parlare anche a chi non si occupa di politiche sociali, non è un operatore, ma vuole un mondo diverso. È un cambio di prospettiva importante e difficile.

Coerentemente con questa impostazione, vorremmo che tutte le organizzazioni aderenti al CNCA si percepissero oggi non solo come soggetti che danno aiuto agli “ultimi”, ai più deboli, ma anche come promotori di nuova socialità e di una nuova economia. In questo modo credo che saremo anche più capaci di intercettare istanze forti presenti nella collettività, ma che fatichiamo poi a incontrare e mobilitare.

 

RDG: Nel 2013 il CNCA parla di diritti civili, in passato si enfatizzava maggiormente la battaglia per quelli sociali, visti nella loro natura di diritti esigibili sulla base di uno Stato sociale vigente e funzionante. Questa sottolineatura sembra la spia di un arretramento avvenuto sul piano di diritti che attengono alla cittadinanza, diritti dati per scontati a lungo e che nel tempo hanno invece mostrato fragilità, limiti ed esclusioni: la questione immigrata ne è prima, ma non unica, evidenza. Qual è la tua declinazione, oggi, di diritto civile? E quali le emergenze da mettere al centro di una azione di mobilitazione?

AZ: È così, nel nostro documento Un’altra Agenda abbiamo sottolineato con forza l’importanza oggi dei diritti civili. La ragione è semplice: in un mondo che si impoverisce e in cui crescono le tensioni sociali e con esse le paure, alcune conquiste che parevano acquisiste diventano a rischio. La tentazione di scavare ulteriormente il fossato tra “noi” e “loro” (gli immigrati, i marginali, i musulmani e chissà chi altro), deprivandoli di diritti fondamentali può rafforzarsi pericolosamente.

Inoltre, nel nostro Paese dobbiamo fare i conti con alcune leggi criminogene che hanno prodotto danni sociali e personali enormi: la legge Bossi-Fini sull’immigrazione, la legge Fini-Giovanardi sulle droghe e la legge ex-Cirielli che ha inasprito le condizioni per accedere alle misure alternative per i soggetti più deboli. Tre normative che hanno riempito le carceri di persone che non sono dei criminali, ma solo uomini e donne venuti in Italia per avere una chance di vita migliore, o tossicodipendenti che hanno piuttosto bisogno di aiuto.

Per noi, tutto questo è una priorità assoluta, ne va della qualità stessa della nostra democrazia, ma anche e soprattutto della vita di tantissimi esseri umani.

Abbiamo promosso insieme ad altri soggetti importanti della società civile una campagna in favore di “Tre leggi per la giustizia e i diritti”. Tre proposte di legge di iniziativa popolare per introdurre il reato di tortura nel nostro ordinamento e per eliminare gli aspetti più nocivi delle tre leggi criminogene che citavo prima. Dobbiamo raccogliere 50 mila firme in sei mesi. Ce la dobbiamo fare.

Vedremo cosa deciderà in merito il nuovo governo, ammesso che si riesca a metterlo in piedi.

 

RDG: Il 2012 non è stato un anno facile per il Terzo Settore: alcune minacce sono rientrate, forse anche grazie al bisogno di consenso in fase pre-elettorale, come l’innalzamento dell’IVA per le cooperative, solo momentaneamente sospesa, o la mai risolta stabilizzazione del 5×1000. Senza parlare dell’accetta che è calata su organismi che dovrebbero avere compiti sia di indirizzo, sia di controllo, sia di partecipazione: sono stati falcidiati, nell’impeto da spending review, Agenzia del Terzo settore, Comitato per i minori stranieri, Consulta per i problemi degli stranieri immigrati, Commissione di indagine sull’esclusione sociale e Osservatorio di promozione sociale. Che giudizio dai, da questo punto di vista, del rapporto intercorso tra politica e non profit, nel 2012? E quali i punti di maggior discontinuità da ricercare?

AZ: Il nodo è quello che dicevo prima. Se pensi che “il sociale” sia una questione di serie B, anche gli organismi sociali diventano soggetti più o meno trascurabili. I corpi intermedi sono “pesati” in termini di potere, non per la capacità che hanno di intercettare bisogni e domande, di elaborare – anche imperfettamente – delle proposte. Abbiamo visto alle ultime elezioni cosa ha significato questa miopia. La politica e le istituzioni hanno perso contatto con la società civile. Al massimo si relazionano con le lobby più forti.

Cambieranno le cose a breve? Vedremo. I primi segnali non sono così incoraggianti. È vero che il Movimento Cinque Stelle ha portato molti cittadini in Parlamento – che rifiutano gli appellativi di “onorevole” e “senatore” – ma è evidente che i processi decisionali interni non sono (ancora?) all’altezza di una società civile matura. Gli altri partiti danno più l’impressione di “metterci una pezza” che di aver capito la lezione. Le elezioni del febbraio 2013 hanno cambiato tutto, ma le burocrazie di partito pensano solo a “passare la nottata”. Un errore che potrebbe essere fatale a loro e, più ancora, alla nostra democrazia.

 

RDG: Tra le discontinuità maggiormente invocate e mancate, quella sulle droghe è la più inquietante, se si pensa alle tante e continue mobilitazioni che hanno attraversato gli ultimi anni, e alle sciagurate evidenze del fallimento dell’approccio à la Fini-Giovanardi. All’inizio del governo dei tecnici si pensava che potesse non essere priorità, ma che, anche in considerazione della provenienza del ministro Andrea Riccardi, prima o poi si sarebbe aperta almeno un’interlocuzione. Così non è stato, e anzi l’immobilismo nel Dipartimento Antidroga e in Parlamento hanno spostato ancor più l’asse delle politiche su droghe e dipendenze verso un proibizionismo anche più marcato: l’Italia si è allontanata dall’Europa e ha fatto alleanza con la Russia di Putin e con la Svezia, campioni dell’iperproibizionismo mondiale, i pochi denari a disposizione sono finiti in azioni di polizia contro i rave e azioni di early detection che portano i genitori a testare i propri figli, mentre servizi, comunità e interventi di prevenzione e riduzione del danno annaspano o chiudono. C’è stanchezza, tra gli operatori, paura per il proprio lavoro e bisogno di trovare nuova voce. Qual è la riflessione e la strategia del CNCA su questo fronte?

AZ: È vero, speravamo in un deciso cambiamento di rotta. Purtroppo, ciò non è avvenuto e qui non c’entrano i vincoli di bilancio. Dobbiamo constatare, ancora una volta, che è mancato il coraggio, la volontà di aprire una nuova prospettiva, fondata non su una diversa ideologia, ma sulle evidenze scientifiche, la sperimentazione e il rispetto delle persone. La classe politica italiana vede la questione droghe ancora come un tabù, un ambito in cui non si può cambiare per paura di essere travolti dalle polemiche e dalla perdita di consenso. Eppure non mancano oggi, nelle stesse élite, le dichiarazioni a favore di un cambiamento radicale nelle politiche, vedi ad esempio la presa di posizione dell’“Economist”.

Per quanto ci riguarda, come dicevo prima, abbiamo deciso di essere ancora più incisivi su questo fronte, con la campagna per le “Tre leggi per la giustizia e i diritti”.

 

RDG: Il CNCA ha promosso nel 2012, insieme ad altre organizzazioni sociali e ai sindacati, la nascita di “Mettiamoci in gioco”, campagna nazionale contro i rischi del gioco d’azzardo. Le ragioni ci sembrano evidenti: il fenomeno è in grandissima espansione e la dipendenza da gioco d’azzardo sta crescendo di pari passo. La lobby dei concessionari di giochi sembra però molto agguerrita…

AZ: È talmente potente che lascia sconcertati anche parlamentari di primo piano. Lo stesso ministro Renato Balduzzi, che ha provato a varare una prima regolamentazione del fenomeno nel decreto Sanità, ha espresso pubblicamente il proprio sconcerto per provvedimenti cambiati nottetempo…

Il gioco d’azzardo è un po’ lo specchio del Paese: un business che cresce su una bolla che prima o poi scoppierà, un altissimo numero di persone che gioca sperando di “svoltare” in mancanza di reali opportunità e di speranze concrete, i più deboli vittime di condizionamenti se non di veri e propri inganni («ti piace vincere facile?»), una politica connivente quando non collusa, la criminalità organizzata che investe senza problemi. I caratteri tipici del BelPaese.

Insieme a oltre venti organizzazioni del Terzo settore, del sindacato, delle associazioni di consumatori abbiamo deciso di dare battaglia: troppa gente si rovina con il gioco, troppe persone diventano dipendenti, troppi problemi vengono alimentati (infiltrazioni mafiose, aumento dell’usura, crescita delle separazioni e dei divorzi). La campagna ha presentato un proprio dossier sui costi sociali e sanitari del gioco d’azzardo nel nostro Paese: tra i 5,5 e i 6,6 miliardi di euro, secondo le nostre stime. E un dossier sul rapporto tra politica e concessionari dei giochi, perché si abbiano ben chiari i legami tra i due mondi.

Soprattutto, abbiamo elaborato un documento in otto punti per regolamentare il gioco d’azzardo nel nostro Paese. È un appello alla politica. Vedremo chi vorrà raccoglierlo, in un quadro che certo lascia poco spazio al di fuori dell’emergenza.

 

RDG: Le statistiche rilanciano, anche in Europa e non solo in Italia, la questione minori: anche quest’anno si conferma il trend delle povertà minorili, della prevalenza dell’esclusione tra le famiglie numerose, del nodo dei bambini stranieri non accompagnati e dei loro diritti. In Italia, le condizioni di minori e adolescenti sono gravi soprattutto al Sud, dove si sommano diversi fattori di rischio, dalla disoccupazione dei genitori, alla dispersione scolastica, alla povertà delle famiglie. Il CNCA è anche un osservatorio privilegiato su questa realtà: come sta cambiando? E quali sono le priorità di intervento?

AZ: I bambini poveri contano per le istituzioni quanto le loro famiglie: quasi zero. Vantiamo da tempo un record infamante per numero di bambini poveri, eppure non cambia niente. Possiamo accettare tutto questo? È una vergogna. Tanto più che per un intervento efficace non servirebbero risorse ingenti. Basta un caccia F35, anzi qualche casco dei piloti degli F35…

La priorità è chiara: definire i livelli essenziali per l’infanzia e l’adolescenza. Come per tutti i settori delle politiche sociali. Senza livelli essenziali, non abbiamo diritti esigibili. Tutto è lasciato alla sensibilità di un sindaco o un assessore. Invece, se c’è un diritto devono esserci lo stanziamento corrispondente e i relativi servizi. Con la rete “Batti il cinque!” abbiamo avanzato una nostra proposta in merito. E poi dobbiamo finalmente introdurre nel nostro ordinamento il reddito minimo di inserimento – che è una cosa molto diversa dalla social card. Una misura che non preveda solo uno stanziamento di denaro, ma servizi di aiuto e sostegno al minore e alla sua famiglia. Un intervento promozionale, non assistenziale, che permetta di uscire dallo stato di povertà. Non si può più attendere. A Palermo alcuni nostri gruppi hanno preso in carico bambini e ragazzi che avevano il problema di trovare, ogni giorno, il cibo sufficiente per sopravvivere. In Italia, nel 2013.

Per quanto riguarda, infine, i cosiddetti minori stranieri non accompagnati, i problemi non sono pochi. La fine dell’“Emergenza Nord Africa”, e forse degli stanziamenti connessi, rischia di lasciare scoperti tantissimi ragazzi arrivati in Italia con gli sconvolgimenti della “Primavera araba”. E rimane il nodo di progetti di aiuto che dovrebbero interrompersi con il compimento della maggiore età. Anche su questo avremmo bisogno di una classe politica lungimirante capace di vedere oltre la punta del proprio naso. Anche chi non ha votato la lista di Grillo o si è rifugiato nell’astensione è stanco di attendere risposte che non arrivano da troppo tempo.



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