Como: l’illusione di una «voce», la realtà dei controlli

I controlli di polizia in stazione si fanno più serrati. Non solo a Como. Alle stazioni di Monza e Milano centrale la polizia controlla solamente persone di colore pronte a partire in direzione Como o Svizzera

Andrea Cegna, il manifesto • 21/8/2016 • Diritti umani & Discriminazioni, Europa, Immigrati & Rifugiati • 612 Viste

COMO Gira questa voce: «Si passa, in Svizzera si può andare». Sull’onda di questa «certezza» decine di migranti si preparano a prendere un treno e continuare il viaggio. Ma ad accoglierli sui binari ci sono polizia e carabinieri in assetto anti sommossa. «È falso, non si passa» gridano. La tensione sale alla stazione San Giovanni a Como.

Nella notte era girata la voce del successo di almeno 200 persone nel passare il confine, ma la verità è che solo alcuni sono riusciti nell’impresa. Il succo di queste illusioni è che basta una voce, un segnale, una speranza per far saltare gli equilibri. La stanchezza dei migranti è palpabile, così come il sogno di proseguire il cammino. Vietato l’ingresso ai treni, per evitare futuri problemi, nel breve periodo è stato parcheggiato un treno al primo binario della stazione per bloccare l’accesso ai vagoni in transito. Dopo la scelta prefettizia di costruire un campo d’accoglienza nell’ex area Rizzo il clima sembra essere cambiato.

I controlli di polizia in stazione si fanno più serrati. Non solo a Como. Alle stazioni di Monza e Milano centrale la polizia controlla solamente persone di colore pronte a partire in direzione Como o Svizzera. Forse è solo una causalità temporale ma pare che, come successo già altrove, il tentativo sia quello di rallentare o spostare il flusso. Tanto che chi viene fermato a Chiasso viene sempre più trattenuto nelle gabbie al confine anziché essere rimandato a Como. «Abbiamo dovuto abbandonare i nostri paesi perché i nostri diritti umani sono stati violati, o perché siamo stati perseguitati.

Per arrivare in Europa abbiamo dovuto attraversare situazioni orribili: ci siamo scontrati con la morte tante volte, scappando dai nostri paesi, in deserti, montagne, foreste, strade, nelle prigioni in Libia ed, infine, attraversando il Mar Mediterraneo». È quanto hanno scritto i migranti in una lettera indirizzata al prefetto di Como, Bruno Corda, firmata «Donne, uomini, ragazze, ragazzi e bambini dal parco della stazione di Como San Giovanni».

La lettera è stata tradotta grazie al supporto delle centinaia di persone che volontariamente assistono i migranti da fine giugno. «Ci chiediamo perché il tentativo di oltrepassare il confine venga criminalizzato, mentre sia prassi calpestare sistematicamente i diritti umani» hanno scritto.

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