Augé, Žižek e la vecchia polemica su multiculturalismo e stili di vita

Terrorismo/Immigrazione. In Italia, “i nostri valori” sono ben esemplificati, sia pur in forma estrema, da quel campione di tolleranza e rispetto del genere femminile che è Matteo Salvini

Annamaria Rivera, il manifesto • 9/8/2016 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi, Immigrati & Rifugiati, Libri & culture • 877 Viste

Con gli attentati terroristici è tornata in auge la condanna del “politicamente corretto”, del relativismo culturale, soprattutto del multiculturalismo. Vituperato, quest’ultimo, non solo da qualche studioso britannico (et pour cause), ma anche da alcuni intellettuali francesi, fra i quali l’illustre Marc Augé, in un’intervista rilasciata il 16 maggio scorso a Luca Mastrantonio.

Eppure Augé è antropologo assai raffinato, sicché non dovrebbe sfuggirgli che il modello detto multiculturalista è estraneo alla tradizione francese, che gli ha sempre preferito quello assimilazionista, almeno in teoria. Meno che mai c’era d’aspettarsi, dal teorico dei nonluoghi e della surmodernité, il riferimento, frusto e banale, al “nostro stile di vita”. Eppure, in rapporto alla strage del Bataclan, egli risponde in quell’intervista che «I terroristi hanno voluto colpire lo stile di vita dei parigini». Volendo fare dell’ironia, si potrebbe obiettare che, tra gli stili di vita parigini, assai visibile ormai è quello dei senzatetto, sempre più numerosi anche negli arrondissements più centrali; e che fra loro non sono pochi i francesi de souche.

Qualcun altro, si spinge fino a dare per scontato che il modello multiculturalista sia stato applicato “negli ultimi decenni” nell’intera Europa, quando dovrebbe essere ben noto che i cosiddetti modelli d’integrazione sono assai variabili da paese a paese. Correndo il rischio d’essere didascalica, ricordo che il modello multiculturalista è prevalente nel Regno Unito, in Svezia e in Olanda. Indicato anche come “d’integrazione collettiva” poiché riconosce alle minoranze diritti collettivi, anzitutto il diritto all’espressione della cultura d’origine nella sfera pubblica. Tale modello viene solitamente distinto, per opposizione, da quello detto “alla francese”, che in teoria riconosce solo diritti individuali universali. Nella realtà i due hanno prodotto effetti sociali comparabili: discriminazione, emarginazione, segregazione urbana, talvolta stigmatizzazione e conseguenti reazioni identitarie da parte di gruppi minoritari o, come si dice, “di origine immigrata”. E’ noto, per limitarci a un paio di esempi francesi, che nelle procedure di selezione lavorativa basta un cognome arabo per esserne esclusi; e che consueta è la prassi poliziesca dei controlli in base alla facies, con conseguenti “sbavature” repressive: probabilmente è di una di queste che è morto, il 19 luglio scorso, il ventiquattrenne Adama Traoré, fermato in base alla facies, appunto, e uscito cadavere dalla gendarmeria di Persan (Val-d’Oise).

A suo tempo abbiamo criticato abbondantemente e severamente il multiculturalismo, al pari dell’universalismo particolare alla francese (si veda, per es., L’imbroglio etnico, di R. Gallissot, M. Kilani, A. Rivera, la cui prima edizione è del 2001). Ma rispolverare oggi questa polemica, ignari del ventennale e approfondito dibattito sviluppatosi soprattutto in Francia, è funzionale alla tesi per cui i “valori occidentali” andrebbero imposti ai migranti e ai rifugiati, nonché ai loro figli e nipoti. «Lo stile di vita dell’Europa occidentale è il prezzo da pagare per l’ospitalità europea», scriveva Slavoj Zizek alcuni mesi fa . Aggiungendo che i “rifugiati”, non meglio definiti, devono essere educati alla loro libertà, poiché – affermava in un lungo articolo successivo – «vengono da una cultura incompatibile con le nozioni di diritti umani dell’Europa occidentale».

Si noti il da una cultura, che riecheggia, forse involontariamente, il «the West and the Rest» di Samuel P. Huntington. Eppure la parte preponderante dei rifugiati attuali è di nazionalità siriana e appartiene soprattutto alla piccola e media borghesia, perlopiù di cultura laica e “moderna”.

In tal modo Zizek condensa il pensiero paternalistico, in fondo reazionario, della superiorità culturale e morale dell’Occidente. Come se il cosiddetto Occidente non fosse un campo assai largo, comprendente tanto i centri della finanza internazionalizzata, per loro stessa natura a-topici, quanto gli sceicchi legati al business petrolifero e gli interessi e strategie che perseguono. E come se il terrorismo jihadista (takfirista, per meglio dire), ben lungi dall’essere l’esito di uno scontro mortale fra due civiltà, non fosse il frutto d’interessi e complicità trasversali, e non avesse a che fare con le dinamiche proprie dell’imperialismo, del neo-colonialismo, della stessa globalizzazione.
Quanto ai “nostri valori” –al primo posto dei quali Zizek colloca, non per caso, il rispetto dei diritti delle donne, che sarebbero vilipesi dagli “altri”, e solo da loro – gli si potrebbe consigliare di soffermarsi sulla violenza sessista e i femminicidi più che quotidiani che si consumano in Italia e non solo. Compiuti, in gran parte dei casi, da cittadini europei de souche e ormai sempre più spesso attuati secondo modalità arcaiche: dalle aggressioni al vetriolo fino agli assassini per fuoco.

In Italia, “i nostri valori” sono ben esemplificati, sia pur in forma estrema, da quel campione di tolleranza e rispetto del genere femminile che è Matteo Salvini: v’immaginate che clamore e quali ben più dure condanne sarebbero seguiti se un qualche altro avesse portato su un palco una bambola gonfiabile, additandola al ludibrio pubblico quale sosia di un’alta carica dello Stato com’è Laura Boldrini?

Cambiando il punto di vista consueto, potremmo dire, con un paradosso, che le stragi dei “lupi solitari” si rivelano, in fondo, una forma d’integrazione nella nostra società: produttrice ed esportatrice di violenza, anche di massa, talvolta perfino di stampo terroristico e nella forma di stragi di popolazioni inermi. Una violenza che spesso è mascherata e banalizzata sub specie di guerra umanitaria, operazioni chirurgiche, droni intelligenti, esportazione della democrazia, guerra all’Isis e via dicendo.
E poi c’è l’assuefazione alla violenza favorita dai media e dall’enorme diffusione del digitale, ma anche dal consumo di massa di videogiochi di brutalità estrema. Il sociologo e antropologo Georges Balandier già in un libro del 1988, tradotto da Dedalo nel 1991 (Il Disordine. Elogio del movimento, introdotto e curato da chi scrive), sosteneva che il terrorismo, nelle sue forme attuali, può darsi un’esistenza politica ed espandersi soprattutto grazie all’enorme capacità di comunicazione e drammatizzazione spettacolare consentita dalle reti mediatiche. Esso è anche, soggiungeva Balandier, una proclamazione di nichilismo che si pasce del vuoto della società moderna e prospera nello spazio urbanizzato privo di qualsiasi sponda.

E’ questa condizione di solitudine e connessione, si potrebbe dire, per certi versi già descritta da Guy Debord ne La società dello spettacolo, che concorre a favorire il processo che conduce le personalità disturbate, ma spesso secolarizzate, di attentatori più o meno isolati, a trovare in Daesh l’unico codice che possa “dire” e far agire il proprio risentimento. Quasi estinta o almeno svigorita l’utopia del riscatto collettivo mediante lotte e rivendicazioni di massa, l’unico mito millenaristico accessibile su scala planetaria resta quello funesto e mortifero, criminale e totalitario, del sedicente Califfato.

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