Beni comuni, giovani, cittadinanza, democrazia. L’agenda di movimenti e Terzo settore

Intervista a Paolo Beni a cura di Susanna Ronconi (dal Rapporto sui Diritti Globali 2012)

Susanna Ronconi, Rapporto sui Diritti Globali 2012 • 20/8/2016 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali • 583 Viste

(dal Rapporto sui Diritti Globali 2012)

 

I “beni comuni” stanno conquistando anche il “senso comune”: lo dice l’esito del referendum sull’acqua, ma anche la crescita di un movimento che va dritto al tema del modello di sviluppo e lo fa con pratiche sempre più diffuse e capillari nel corpo sociale. Altri consumi, autorganizzazione mutualistica, sensibilità ecologica, cura del territorio: una rete fitta di pratiche sociali che sono anche “discorso” politico, un orizzonte. Insieme, nella crisi, una nuova attenzione ai diritti, anche a quelli dei più fragili: la campagna per la cittadinanza ai giovani stranieri nati in Italia ha avuto grande riscontro tra gli italiani, investendo in modo significativo anche gli ambiti istituzionali, dalla Presidenza della Repubblica ai Comuni. Di contro, la caduta del governo Berlusconi e i primi mesi del “governo dei tecnici” hanno segnato una discontinuità fatta più di “stile” che di sostanza, e l’associazionismo pare passato senza soluzione di continuità tra le due epoche, a fronteggiare liberalizzazioni dei servizi, scarse garanzie per i più giovani, l’imperativo di fare cassa ai danni del territorio e dell’ambiente. In questa tenaglia tra crescita della consapevolezza e dell’autonomia sociale e “stretta” liberista si sta costruendo il futuro anche del rapporto con la politica e con le forme della democrazia. Di questo parliamo con Paolo Beni, presidente dell’ARCI nazionale.

 

Redazione Diritti Globali: Come ARCI vi siete particolarmente impegnati sul tema dei beni comuni, sull’acqua, per cominciare, ma anche su beni immateriali, quali la conoscenza, la cultura, la comunicazione. La vittoria del referendum sull’acqua pubblica conosce oggi una nuova sfida, simboleggiata da quella campagna di “obbedienza civile”, come l’avete chiamata, che si sta impegnando perché lettera e spirito di quel referendum siano rispettati. La spinta verso le liberalizzazioni impressa dal governo Monti è carica di ambiguità, sotto questo profilo, e d’altra parte le posizioni della stessa sinistra italiana e di molti sindaci non vanno decise verso la condivisione con il movimento del concetto stesso di “bene comune”. Che giudizio dai del governo Monti sul piano della continuità o discontinuità con il governo Berlusconi in questo campo? E che previsioni fai per quanto attiene la carta della liberalizzazione dei servizi pubblici che molte città sono tentate di giocare per uscire dal cappio che stringe i loro bilanci?

Paolo Beni: La vittoria del referendum per l’acqua pubblica è stata uno degli eventi italiani più significativi del 2011, a conferma della portata decisiva che oggi assume il tema dei beni comuni: se la rapina dei beni comuni in nome del profitto è all’origine del disastro liberista, è la lotta per la riappropriazione dei beni comuni il terreno su cui si possono costruire dal basso le possibili alternative. Ma quel risultato referendario è stato clamorosamente disatteso. Da subito il governo Berlusconi e i poteri che lucrano sulla privatizzazione dei servizi pubblici hanno tentato di aggirarlo e ancora oggi niente si è fatto per dar corso alla volontà degli elettori. Il 95% degli italiani aveva votato per abrogare la norma che consente ai gestori di caricare sulle bollette anche la remunerazione del capitale investito, affermando che sull’acqua non si devono fare profitti. La Corte costituzionale aveva sancito che l’effetto di tale scelta fosse immediatamente operativo, ma dopo otto mesi ancora nessun gestore sta applicando la riduzione delle tariffe. Allora, se non lo fanno le istituzioni devono essere i cittadini a far rispettare l’esito del referendum eliminando il profitto dalle bollette. Obbedienza civile appunto, per reagire alla disobbedienza delle istituzioni: una campagna di alto impatto simbolico, che può riapre la discussione e riportare al centro del dibattito pubblico una fondamentale questione di democrazia.

D’altra parte, l’agenda di governo e parlamento sembra andare in tutt’altra direzione. Sotto questo profilo, la fase politica apertasi con l’uscita di scena di Berlusconi delude ampiamente le aspettative di cambiamento che si erano clamorosamente espresse col voto referendario. È vero che si sono abbandonati i toni eversivi del passato e si è ridato decoro alle istituzioni, ma sulle scelte di fondo che riguardano il modello di sviluppo e l’idea di Paese che si propone non vediamo alcun segno di novità, bensì piena continuità con l’impronta liberista del governo precedente.

Non a caso col decreto sulle liberalizzazioni si è provato a far rientrare dalla finestra anche l’affidamento ai privati del servizio idrico, e l’operazione è stata bloccata solo grazie a un’immediata e forte mobilitazione del movimento per l’acqua pubblica. Del resto, ci sono molte ambiguità su questo tema anche fra le forze del centrosinistra, troppo spesso in questi anni vittime dell’ubriacatura liberista e attratte dal fascino della mitologia del mercato. Molti amministratori locali hanno pensato di trovare nelle esternalizzazioni dei servizi la soluzione ai problemi di bilancio. Ma sono sempre più numerosi i Comuni che scelgono un’altra strada, perché è sotto gli occhi di tutti l’evidenza che l’intervento privato – dove si è sperimentato – non ha portato i benefici promessi; ha prodotto solo tariffe più alte, maggiori sprechi e minori investimenti, meno trasparenza e democrazia nella gestione, peggiori condizioni di lavoro e di qualità del servizio. Compito della sinistra è anche quello di dimostrare che una gestione pubblica dei servizi di interesse generale può conciliare la garanzia dell’accesso ai diritti per tutti con l’esigenza di maggiore efficienza ed economicità.

RDG: Siete tra i protagonisti in Italia della promozione di una riflessione critica sul modello di sviluppo, e in particolare, sulla decrescita. Dal tuo osservatorio, si sta creando un “senso comune” su questa strategia? O in altre parole, qual è la temperatura della consapevolezza della base ARCI – nelle sue variegate componenti – attorno alla necessità, alla possibilità ma anche alla desiderabilità di un cambiamento radicale nei consumi e negli stili di vita? Credi vi sia, all’orizzonte, una nuova maturità del discorso culturale e sociale in grado di incidere anche sui singoli, sulle relazioni micro, sugli esperimenti sociali e mutualistici diffusi?

PB: Penso che fra le persone stia maturando una nuova consapevolezza diffusa attorno a temi come i beni comuni, la giustizia sociale, la sostenibilità ambientale. La gente capisce perfettamente che questa crisi non è un maleficio del destino ma il tragico risultato di un modello di sviluppo dissennato che ha svenduto alla logica del mercato il bene della vita, i diritti umani, il futuro del pianeta.

Ci sono tutte le condizioni per prendere atto dell’insostenibilità di quel modello economico e sociale e della necessità di cambiare strada rimettendo in discussione i presupposti dell’idea di sviluppo fin qui perseguita: ripensare i rapporti fra umani e natura, territorio, lavoro, consumi; immaginare un nuovo modo di vivere, produrre, consumare, agire le relazioni sociali. Capire che un’economia compatibile coi limiti fisici del pianeta ci impone di cambiare i modelli di consumo e l’apparato produttivo che li sostiene; che per garantire a tutti una vita dignitosa serve una distribuzione più equa delle risorse, sia a livello sociale che fra Nord e Sud del mondo.

Il problema non è l’alternativa fra crescita e decrescita: la crescita non è l’unica via per uscire dalla crisi, così come la decrescita non è l’unica alternativa per salvare il pianeta. Si può produrre valore economico in modo sostenibile per la società e per l’ambiente, abbandonare il mito sviluppista, puntare sulla diversificazione e sul decentramento delle attività economiche, valorizzare le risorse e le potenzialità di ciascun territorio. Sostituire al primato dei beni materiali quello delle relazioni sociali, dei beni pubblici e dei servizi collettivi; incentivare il controllo sociale su produzione e distribuzione di beni e servizi, i gruppi di acquisto solidale, la capacità di autogoverno dei cittadini; abbandonare la corsa al consumo dissennato di energia, puntare sul risparmio e sulle fonti rinnovabili.

Ma queste trasformazioni non possono arrivare dall’alto, richiedono un grande lavoro culturale e di animazione sociale. Le condizioni per farlo ci sono. A livello popolare sta crescendo la sensibilità su temi come l’acqua, il cibo, i rifiuti, l’inquinamento, la vivibilità delle città. Sempre più persone aspirano a stili di vita più sani, chiedono prodotti biologici, sicurezza alimentare, rispetto dell’ambiente e delle culture locali. C’è spazio per un ragionamento sulla necessità di invertire la rotta e sulla possibilità di guadagnarci in qualità della vita, e l’associazionismo può svolgere un ruolo prezioso in questo senso.

È la convinzione dell’Arci, che nel 2011 ha inaugurato al suo interno un nuovo settore di lavoro con l’intento di coordinare le attività dei circoli impegnati su questi temi. Non si tratta solo di creare occasioni di informazione e dibattito, ma anche di promuovere e valorizzare azioni concrete, gruppi di acquisto solidale, pratiche virtuose di risparmio energetico, consumo responsabile, mobilità sostenibile. Esperienze che contribuiscono a seminare pensiero critico, creare senso comune, diffondere la consapevolezza che è possibile praticare da subito, nell’esperienza quotidiana, un nuovo modo di vivere.

RDG: La vostra è una base giovane, che cerca anche attraverso l’associazionismo e l’aggregazione un suo modo di stare nel mondo, di spendere le proprie conoscenze e capacità, di avere una vita di qualità. Il governo Monti sta delineando la sua ricetta, per le giovani generazioni, tra discontinuità e molte continuità con il governo precedente, e soprattutto in totale coerenza con l’indirizzo europeo. È un governo che sostiene di avere il riequilibrio tra generazioni al centro del suo programma, ma le sue prime mosse hanno scatenato ben più proteste che assensi da parte dei movimenti dei giovani. Che giudizio dai del programma governativo, soprattutto dal punto di vista del sistema di protezione sociale della flessibilità e dello snodo formazione-lavoro?

PB: Il tema generazionale è una delle questioni centrali per le prospettive della società italiana in una fase di grande difficoltà del Paese. Nella crisi di questi anni, che è insieme economica, sociale, culturale e democratica, la condizione giovanile rappresenta forse l’aspetto più allarmante. Siamo un Paese che penalizza i giovani e che sta scaricando su di loro il peso della crisi. Le nuove generazioni vivono il disagio molto pesante delle loro condizioni materiali di vita, la situazione di non lavoro, la precarietà senza prospettive di uscita che diventa condizione permanente di anonimato sociale; ma soffrono anche il disagio culturale, l’invadenza dei modelli veicolati dal mercato, l’esclusione e la subalternità di tanti ragazzi e ragazze privi degli strumenti necessari per formulare e comprendere i messaggi di una società in trasformazione; pagano le conseguenze del disinvestimento che per anni si è fatto nell’istruzione e nella formazione, della regressione della scuola nel suo ruolo di formazione civica.

Siamo un Paese in cui i giovani non hanno voce né potere: che siano oggetto delle mire del mercato o destinatari delle politiche pubbliche, sono pur sempre rappresentati come soggetti passivi. Non trovano spazio il loro punto di vista, i bisogni, le aspirazioni e le potenzialità che esprimono. Bisognerebbe smettere di affermare a parole l’importanza di scommettere sui giovani e favorire davvero, con strumenti concreti, la loro capacità di mettersi in gioco, costruire relazioni, produrre idee, sperimentare soluzioni. Bisognerebbe investire davvero nel diritto allo studio e alla conoscenza, con politiche che sappiano collegare scuola e mondo del lavoro, ma anche con un profondo ripensamento dei sistemi formativi.

A me sembra che si stia andando nella direzione opposta. Anziché diminuire, aumentano le difficoltà economiche e gli ostacoli burocratici che impediscono l’accesso di tanti giovani al mondo del lavoro e frenano chi voglia intraprendere un’attività economica autonoma piuttosto che un’esperienza associativa. Anche la riforma del mercato del lavoro proposta dal ministro Elsa Fornero non contiene misure davvero efficaci per combattere la precarietà, come si sarebbe potuto fare riducendo nettamente le tipologie contrattuali esistenti e rafforzando gli ammortizzatori sociali con misure universalistiche di sostegno al reddito. Si ha quasi l’impressione che si voglia alimentare il conflitto generazionale, accreditando l’idea che per garantire qualche tutela in più ai figli il prezzo da pagare sia la rinuncia ai diritti acquisiti dai padri. Questo non va bene, perché se ha un senso modificare alcune rigidità del mercato del lavoro in direzione di una maggiore flessibilità è per allargare l’accesso a diritti e tutele, non certo per ridurli. In realtà l’unica ratio che sembra ispirare l’azione del governo Monti è ancora una volta – in continuità col governo precedente – quella di cercare la sostenibilità dell’impresa limitando il costo del lavoro e rendendo i lavoratori più soli e ricattabili. In questa situazione i giovani – ormai precari per definizione – sono destinati a pagare il prezzo più alto.

RDG: Una prima uscita della ministra Elsa Fornero in tema di non profit è stata eloquente: per fare cassa si è annunciata la chiusura dell’Agenzia per il Terzo settore, come fosse un “ente inutile”. Poca sensibilità o un’idea alternativa di come dovrebbe e potrebbe meglio funzionale il rapporto Stato-Terzo Settore? Cosa metteresti in agenda all’attenzione del governo in questo campo?

PB: I primi passi del governo Monti e del ministro Fornero nei confronti del Terzo settore sono del tutto deludenti e suscitano non poche preoccupazioni fra le organizzazioni sociali. In particolare, la decisione di andare alla chiusura dell’Agenzia per il Terzo settore è un pessimo segnale, uno schiaffo al non profit e un grave passo indietro nel rapporto con le istituzioni. Un errore che tradisce sottovalutazione e scarsa conoscenza di questo mondo.

La scelta è poco comprensibile dal punto di vista della razionalizzazione della spesa, visto che il bilancio annuo dell’Agenzia supera appena il milione di euro; ma è ancor più insensata se pensiamo al momento difficile attraversato dal Terzo settore, in difficoltà a causa dei tagli alla spesa sociale e ciononostante impegnato – spesso a costo di enormi sacrifici – a garantire ciò che resta dei servizi di welfare nei territori.

Inoltre, decidere di affidare le competenze dell’Agenzia al ministero del Welfare è una scelta altrettanto sbagliata, che denota una visione parziale, quasi che il Terzo settore fosse solo assistenza sociale, quando invece investe un campo di attività ben più ampio e complesso, dalla protezione civile alla cooperazione internazionale, alle attività culturali e sportive, alla tutela dell’ambiente. Si ha l’impressione che questo governo non riconosca il ruolo dei corpi intermedi: fra Stato e mercato non vede la società, fra governo e cittadini non vede il ruolo di mediazione e di rappresentanza svolto dalle organizzazioni sociali.

È miope non capire che per risollevarsi dalla crisi il Paese ha bisogno di ritrovare senso di comunità e coesione sociale, e sottovalutare il contributo che in questo senso possono dare proprio associazioni, cooperative sociali e gruppi di volontariato. Il Terzo settore è motore di partecipazione, mobilita risorse e competenze, è un argine alla frammentazione e all’egoismo sociale, contribuisce a rafforzare e innovare il sistema di welfare, fa crescere la cultura della responsabilità civica e la qualità della democrazia, è volano di nuovo sviluppo economico. Oggi più che mai andrebbero riconosciuti e sostenuti il ruolo del privato sociale, la sua rappresentatività e la sua autonomia, la sua capacità di avanzare proposte e concorrere alle scelte per il futuro del Paese.

Andrebbero finalmente affrontati nodi da tempo irrisolti che limitano l’azione dei soggetti sociali: il riordino di un quadro normativo e legislativo oggi frammentato e contraddittorio, la revisione delle agevolazioni fiscali, i criteri della rappresentanza e dell’accreditamento nei rapporti con la pubblica amministrazione, la stabilizzazione del 5 per 1000. L’Agenzia, che in questi anni ha svolto un lavoro utile e apprezzato dalle organizzazioni di Terzo settore, potrebbe dare un contributo importante proprio nella sua configurazione di soggetto istituzionale collocato in una posizione di terzietà fra governo e Terzo settore a garanzia di una costante e corretta interlocuzione fra di essi. Abolirla o ridimensionarne il ruolo significa fare una scelta di segno opposto alla valorizzazione del Terzo settore e delle sue potenzialità.

 RDG: La fase di “rigore” e assoluta centralità dei bilanci avviata dal governo tecnico sottopone il tema dei diritti sociali allo stress continuo della compatibilità di spesa. Non è una novità, ci facciamo i conti da alcune legislature. Il crollo dei conti dei Comuni, però, sta imprimendo una velocità nuova e drammatica e un rischio più elevato soprattutto per l’esigibilità dei diritti dei più fragili. Le più recenti statistiche mostrano, per esempio, come la crisi abbia lasciato un segno mediamente più pesante sui migranti, per quanto attiene lavoro, reddito, risparmio, abitazione. L’ARCI è un osservatorio importante su discriminazioni e razzismo, e per la promozione di pari opportunità. Come vedi questa fase politica, e che giudizio dai su come si sta muovendo il governo dei tecnici sul fronte dei diritti e dell’accesso al welfare dei migranti?

PB: Per fronteggiare la crisi non bastano le politiche di rigore e di sostegno alla crescita, bisogna anche contenerne gli effetti sul piano sociale, perché la coesione del Paese è minacciata dall’insicurezza, dalla precarietà e dalla vulnerabilità sociale che investe fasce sempre più ampie della popolazione. È l’intervento pubblico che dovrebbe farsene carico, con ammortizzatori sociali e interventi a sostegno delle persone in difficoltà. Invece, la spesa per le politiche sociali in Italia si è drasticamente ridotta fino a cancellare interi servizi. Solo ora si cominciano a vedere gli effetti dei tagli operati con le ripetute manovre del 2011 sui bilanci degli enti locali, che avranno conseguenze drammatiche su servizi essenziali per le famiglie, l’infanzia, gli anziani. Inevitabilmente, a farne le spese per primi saranno le fasce più deboli della popolazione, i soggetti più vulnerabili, e fra questi i migranti.

Dopo la fase drammatica della primavera 2011, caratterizzata dall’ondata di arrivi dal Nord Africa, oggi il tema dell’immigrazione sembra essere scivolato in secondo piano nell’attenzione dell’opinione pubblica, dei media e della politica. Ma i problemi restano tutti irrisolti. Sicuramente da parte del nuovo governo, e particolarmente del ministro Riccardi, c’è discontinuità nel linguaggio e nei gesti, c’è la disponibilità al confronto che era sempre mancata nel precedente governo. È un passo avanti importante, ma non certo sufficiente.

Oggi in Italia sono presenti circa cinque milioni di stranieri residenti che contribuiscono a produrre l’11 % del nostro Pil. Non possiamo più negare a questa parte della nuova Italia il diritto di decidere del futuro comune. Oltre agli immigrati regolari, un alto numero di stranieri irregolari (valutato tra le 600.000 e le 800 mila persone) lavora e vive accanto a noi, privo di diritti, rischiando ogni giorno l’espulsione, e sottoposto in molti casi a condizioni di sfruttamento e vessazione non degni di una società civile. Con il blocco del decreto flussi e l’esclusione dei migranti irregolari da ogni possibile forma di emersione si condannano migliaia di persone a lavorare in condizioni di dumping sociale, in spregio alle direttive europee che prevedono forme protette di emersione dal lavoro nero e dall’irregolarità.

Le nostre leggi condannano la maggioranza degli immigrati a restare stranieri per un periodo lunghissimo, al contrario di quanto avviene in altri Paesi europei e contro ogni ragionevole logica di integrazione. Molte persone sono sottoposte a forme prolungate di detenzione nei Centri di Identificazione ed Espulsione, in contrasto con lo spirito e le norme della direttiva europea sui rimpatri. Sono insufficienti le misure per l’accoglienza e l’integrazione di profughi, richiedenti asilo e persone che hanno diritto alla protezione umanitaria. In questo momento l’Italia ospita migliaia di persone giunte dal Nord Africa o dall’Africa subsahariana in condizioni inadeguate e con costi elevati per la pubblica amministrazione, quando potrebbe invece offrire loro condizioni di regolarizzazione e integrazione nel nostro Paese.

Infine, credo che sia ormai irrimandabile l’esigenza di affrontare le questioni relative alla riforma della legge sulla cittadinanza, così come il riconoscimento del diritto di voto alle elezioni amministrative. Proposte che sono oggetto di due specifiche leggi di iniziativa popolare a sostegno delle quali si sono raccolte decine di migliaia di firme per iniziativa del vasto fronte di organizzazioni sociali, religiose e sindacali che ha promosso la campagna “L’Italia sono anch’io”.

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