Comunicare il sociale, un problema di fonti e di approccio

Intervista a Stefano Trasatti  a cura di Susanna Ronconi (dal Rapporto sui Diritti Globali 2012)

Susanna Ronconi, Rapporto sui Diritti Globali 2012 • 22/8/2016 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali • 420 Viste

(dal Rapporto sui Diritti Globali 2012)

 

I temi del sociale hanno bisogno di particolare cura se vogliono entrare nella grande comunicazione senza portarsi dietro retoriche e sensazionalismi, e al tempo stesso il mondo del sociale ha bisogno di comunicare e di raccontarsi, di innovare linguaggi e immagini nel rappresentare realtà complesse e in movimento. Il web ha ampliato in modo incommensurabile la circolazione delle notizie, non è più l’accesso, il problema, ma la qualità dei contenuti e l’efficacia della comunicazione. Ci sono, sul tappeto, problemi di formazione dei giornalisti, problemi di “intelligenza del sociale” nell’attivare informazione e comunicazione, problemi relativi al mestiere di giornalista che, schiacciato da precarietà e discontinuità, rischia di disperdere per necessità di vita un patrimonio accumulato di competenze e capacità.

Sulla comunicazione del e nel sociale parliamo con Stefano Trasatti, direttore dell’agenzia stampa Redattore Sociale (www.redattoresociale.it) che da undici anni lavora a costruire un’informazione sociale corretta, approfondita e credibile, gettando un ponte tra i mondi del sociale e mass media, spesso assai distanti.

 

Redazione Diritti Globali: Partiamo dalla crisi globale: negli ultimi anni ha in qualche modo concorso a “sbattere il sociale in prima pagina”, si sono moltiplicate informazioni sugli esiti sociali della crisi stessa, dai nuovi poveri ai cassaintegrati, dalle file alle mense ai suicidi per disoccupazione. Più visibilità, in un certo senso, ma se ne è parlato in modo diverso o innovativo? Oppure si è rimasti alla regola del sensazionalismo più o meno empatico senza alcuna traccia per la comprensione e la riflessione sui fenomeni?

Stefano Trasatti: Dipende da cosa consideriamo “sociale”. Se includiamo per esempio il tema del lavoro in senso ampio, certo, se ne è parlato molto, dalla cassa integrazione ai suicidi degli imprenditori. Si è parlato anche dei fenomeni più evidenti, come l’impoverimento, pensiamo alla rilevanza data alle diverse tornate di dati ISTAT. Tuttavia, la mia impressione è che ancora su questi fenomeni non vi sia una capacità di lettura assidua, da un lato, ed efficace, dall’altro; una lettura “sul campo” in grado di restituire davvero una analisi della realtà. E la causa di questo limite a mio avviso è sempre la stessa: l’informazione italiana è sclerotizzata nell’uso delle fonti, continua ad andare molto a rimorchio della politica e a ciò che ad essa è contiguo. Pensiamo proprio alla riforma del mercato del lavoro: i media si riferiscono alla politica e alle parti sociali, ma il cuore del problema è l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, sono loro i protagonisti, e la loro precarietà. Si sentono Sindacati e Confindustria e tutto il resto rimane in ombra. È un vizio storico dell’informazione italiana, farsi dettare l’agenda dalla politica e non il contrario, come accade altrove; penso al giornalismo anglosassone e a quello del Nord Europa, e mi viene da metterlo a confronto con le sfilate di politici che vediamo nelle nostre televisioni, a cominciare da quella pubblica… Mentre è diventato senso comune dire che i partiti sono ormai lontani dalla realtà, poi li ritroviamo come fonte privilegiata sulla realtà. Andrebbero valorizzate altre fonti, che dentro questa realtà ci vivono, anche se è più difficile perché non stanno tutti raccolte dentro un solo palazzo, bisogna andarle a cercare, ma sarebbe uno sforzo necessario se nei fenomeni si volessero individuare delle tendenze e non solo delle notizie. Il Terzo settore è una delle fonti da utilizzare al meglio, è dentro la realtà, è plurale, ma a tutt’oggi manca una sua valorizzazione in questo senso.

 

RDG: I lunghi anni di esperienza di Redattore Sociale hanno fatto del Terzo settore una fonte importante dell’informazione sul sociale; dall’altro lato, lo stesso Terzo settore è un soggetto che ha bisogno di fare comunicazione sociale, al proprio interno e nell’ambito della società e dei territori su cui opera. Pensi che abbia imparato a farlo? Che abbia sviluppato nuove competenze? Oppure è rimasto fermo a una declinazione di comunicazione vista solo come uffici stampa che mandano qualche informazione per lo più autoreferenziale?

ST: Non ho un giudizio del tutto positivo sull’evoluzione del fare comunicazione nel Terzo settore. Va detto che è un ambito assai variegato, in cui in alcuni casi – penso alle grandi organizzazioni – è indubbiamente cresciuta la capacità di fare comunicazione, e farla in modo efficace; ma sono casi isolati, non è diventata prassi diffusa. Certo, avere strumenti e risorse aiuta, ma è una questione di approccio più che di mezzi, tanto che i buoni esempi non appartengono solo ai grandi gruppi, appartengono a chi ha avuto la capacità di capire che comunicare non è un di più facoltativo, ma una parte costitutiva della propria azione. In parte le difficoltà che si riscontrano sono dovute al rapido cambiamento avvenuto nel Terzo settore in pochi anni; in un recente passato molte delle associazioni di volontariato avevano un leader carismatico, sul cui carisma, appunto, si giocava la possibilità di comunicare, senza tante strategie, ma ora questi leader sono invecchiati, e sono subentrati giovani senza quel tipo di matrice, ma magari più competenze e capacità gestionali, che tuttavia non si sono ritrovati una eredità spendibile su “come” fare comunicazione. Penso poi a tutto il comparto della cooperazione sociale, che in Italia è importantissima, gestisce interi settori del welfare, interviene in una molteplicità di campi, dalla disabilità alla sanità, dall’ambiente alla coesione sociale, ma non fa affatto comunicazione: lavorano, fanno mille cose ma non le comunicano. Resto sempre sconcertato dal fatto che tante competenze e tanti saperi restino non detti, non raccontati, non diffusi.

 

RDG: Proprio su questo aspetto, come Redattore Sociale, come vi siete mossi? Vi siete posti l’obiettivo di attivare e valorizzare il Terzo settore e le sue potenzialità? E com’è andata?

ST: Noi siamo un’agenzia e come tale diamo al Terzo settore una sponda forte, nel momento in cui ne facciamo la nostra fonte privilegiata. Noi ci rivolgiamo pochissimo alla politica nazionale, anche perché se è la tendenza nei fenomeni, e l’innovazione nelle pratiche che ci interessano, questi si trovano a livello locale, sui territori, nei comuni, dove qualcuno ha avuto un’intuizione, ha visto un problema che nessuno ha ancora colto. Per questo noi crediamo di essere un elemento valorizzante per l’associazionismo. Anche se devo dire che non sempre troviamo attenzione, nel Terzo settore, sull’importanza di far passare certe notizie, sul capire come sia importante far arrivare certe informazioni e certe opinioni. C’è ancora un lavoro grande da fare.

 

RDG: Alcune recenti campagne – per esempio quella sull’acqua pubblica o quella sui diritti dei giovani migranti – hanno avuto fortuna anche e non secondariamente per una buona capacità di comunicazione e una informazione mirata e capillare. Quanto è stato importante raggiungere un’eco anche sui grandi media, oltre al tam tam diciamo più per linee interne? E ti pare che si siano trovate modalità nuove e convincenti?

ST: La campagna per l’acqua bene comune è stata un piccolo miracolo, ci sono momenti in cui la concorrenza, non pianificata, tra diversi elementi porta a questi miracoli. Qui c’era come precondizione una maturità degli italiani e una sensibilità che fino alla nascita del movimento e alla raccolta delle firme non era palese, non ce n’eravamo accorti, e se non c’è questo non succede nulla. Ma poi c’è stata una concorrenza di comunicazione moderna, ottimi slogan, la capacità di “de-partitizzare” l’azione, un mix che ha dato quel buon risultato. La campagna “L’Italia sono anch’io”, minore come dimensione ma positiva come eco e adesioni, si è svolta invece molto grazie al Terzo settore, le firme sono state raccolte per lo più in eventi organizzati dalle associazioni, e in poco tempo e solo usando i propri mezzi sono arrivati a 110.000 firme: dunque se vuole il Terzo settore può farlo, e anche senza il contributo dei grandi media che in questo caso non sono stati così incisivi e presenti, e nemmeno la politica. Direi che tra l’assenza di quest’ultima e la poca presenza dei grandi media sul tema possiamo vederci un nesso… Purtroppo è ancora così.

 

RDG: Arriviamo al nodo del pluralismo nell’informazione italiana: siamo sempre relegati nelle ultime postazioni delle graduatorie sulla libertà di informazione, pur avendo una infinità di testate cartacee, video e web. Con il pluralismo c’entra anche il mercato e le sue regole, la possibilità che alcune testate hanno o non hanno di uscire, e in questo la politica e il legislatore rivestono certamente un ruolo. Cosa pensi di quello che sta accadendo in tema di regole per l’attribuzione di contributi all’editoria? E Redattore Sociale ne è coinvolto o potete vantare bilanci in pareggio?

ST: Su questo il mio giudizio è articolato. Da una parte, sono favorevole al sostegno pubblico all’editoria, ma non come si è fatto fino a oggi, perché sono stati finanziati anche dei piccoli feudi di alcuni personaggi che nulla hanno fatto e nulla hanno dato all’arricchimento della nostra cultura; dispiace ovviamente se un giornale chiude per chi ci lavora, per chi si è impegnato con professionalità, ma questo non toglie che in alcuni casi il valore aggiunto sia difficile da scorgere. I fondi vanno mantenuti, ma fuori da logiche di potentati politici, vanno cambiate le regole e vanno trovati i modi per stabilire criteri di meritevolezza. Non ci si può basare sul numero di copie, magari producendo quintali di carta straccia per stare dentro i criteri burocratici, piuttosto andrebbe fatto un discorso sui contenuti, ci sono temi che non riescono a “sfondare”, ad avere “mercato” ma di cui sarebbe importante si parlasse, sarebbe importante, dal punto di vista sociale, culturale e del pluralismo, che circolassero. E poi i contributi andrebbero accompagnati da una conduzione corretta, efficiente, verificabile, perché senza queste precondizioni si rischia di far pagare ad altri i propri insuccessi. Come Redattore Sociale noi lavoriamo “in frontiera” da undici anni, abbiamo dodici giornalisti assunti e regolarmente retribuiti, il nostro bilancio è in pareggio, anche grazie ad attività esterne alla mission istituzionale, servizi resi in ambito di Terzo settore, che ci portano risorse in grado di integrare i ricavi degli abbonamenti all’agenzia. L’anno scorso c’è stato un calo, ma ora abbiamo ripreso con nuovi abbonamenti, e soprattutto non abbiamo debiti.

 

RDG: Facciamo un bilancio sociale di Redattore Sociale a undici anni dall’inizio della sua avventura. Chi sono i vostri clienti, i vostri abbonati? E tramite loro, quali sono gli obiettivi che avete raggiunto?

ST: Il gruppo più consistente dei nostri abbonati è quello di associazioni e sindacati, cooperative e centri per il volontariato. Ci sono poi gli enti pubblici, soprattutto Comuni e amministrazioni locali, e poi naturalmente i giornalisti e le testate. Noi cerchiamo di fare un lavoro che sia buono soprattutto per le testate giornalistiche, sono loro il nostro primo target, su di loro si è giocata la nostra prima partita, che è la sfida della credibilità come agenzia. Non era per nulla scontato, undici anni fa, che una nuova agenzia nazionale, con un editore decisamente atipico, con nessun nome famoso dietro, diventasse una fonte attendibile al pari delle agenzie nazionali più note e accreditate. Noi abbiamo avvertito questo scatto, l’aver vinto la sfida, dopo tre, quattro anni di lavoro; i primi anni, i lanci che colpivano e che venivano ripresi erano spesso seguiti da telefonate con richiesta di verifica, con qualche diffidenza, poi di volta in volta non è più successo e ci siamo resi conto che eravamo “accreditati”, credibili. Questo è il risultato più evidente e anche misurabile. Ma ce n’è un altro, forse meno facile da valutare, ma che ha una sua evidenza, ed è il fatto che nell’agenda dei media ed anche nel linguaggio si è verificato nel tempo un cambiamento, l’ingresso di temi prima esclusi, come il carcere, i rom, la disabilità trattata in un certo modo, e credo che sia frutto anche del nostro contributo. Temi, notizie ma anche approcci e un modo di trattare gli argomenti hanno un eco sui media, li ritroviamo sulle pagine dei giornali, anche le grandi testate magari non abbonate a Redattore Sociale, e poi rilanciati e amplificati sul web. È anche l’effetto della nostra newsletter che raggiunge giornalmente 25.000 indirizzi, giornalisti soprattutto, e questo mette in circolazione in modo efficace i contenuti che trattiamo.

 

RDG: Diventare credibili, hai detto. È certamente una questione di serietà, di competenza, oltre che di innovazione nello sguardo e nel linguaggio. Quanto conta in questo una buona formazione? Come Redattore Sociale organizzate ogni anno appuntamenti formativi aperti a chi vuole trattare il sociale in modo non superficiale; quanto è importante puntare sulle competenze professionali, e quanto si riesce a farlo davvero?

ST: La formazione è fondamentale, nel giornalismo a volte mancano “i fondamentali” nel trattare la materia sociale, mentre io credo che il giornalista del sociale debba avere competenze specifiche, non può essere l’ultimo arrivato che siccome è ancora poco competente va a “fare il sociale”, come fossero temi facili. Serve invece una formazione mirata a conoscere, interpretare – pensiamo a come non sia facile leggere le statistiche, per esempio, senza una sensibilità addestrata – individuare tendenze. È una formazione di cui chi opera nel settore riconosce la necessità, a giudicare dagli oltre 200 giornalisti che ogni anno frequentano il nostro appuntamento formativo a Capodarco, oppure ai diversi seminari che organizziamo in cui sono coinvolti anche gli studenti delle scuole di giornalismo. C’è, insomma, una domanda formativa. Quello che dispiace è che stiamo perdendo una generazione di giornalisti giovani e preparati – sul sociale anche più di quelli con maggiore anzianità – che a causa delle condizioni di precarietà sono costretti a cambiare lavoro. Un fenomeno che rischia di vanificare quella freschezza, quelle competenze, quel ricambio generazionale di cui c’è tanto bisogno nel giornalismo sociale.

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