pubblico impiego

Contratti, 8 milioni di lavoratori in attesa

Il nodo metalmeccanici e i fondi ridotti per gli statali. I sindacati chiedono aumenti per sette miliardi in tre anni

Enrico Marro, Corriere della Sera • 15/8/2016 • Copertina, Lavoro, economia & finanza • 532 Viste

ROMA Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, qualche mese fa, a sorpresa, ha deciso di recuperare il rapporto con i sindacati, fino a quel momento ignorati. È partita così una trattativa ad ampio raggio con Cgil, Cisl e Uil su pensioni e mercato del lavoro e lo stesso Renzi ha fatto importanti aperture.

Dalla promessa di «più denari» per il rinnovo dei contratti pubblici dopo «sette anni senza aumenti di stipendio» all’affermazione, nei giorni scorsi, della necessità di trovare più risorse da mettere sulle pensioni «a partire dalle minime». Solo che ricucire costa moltissimo, anche facendo la tara ai sindacati che vorrebbero almeno 2,5 miliardi di euro di stanziamenti per le pensioni e non meno di 7 miliardi in tre anni sui contratti pubblici.

I maligni dicono che il premier è in campagna elettorale, tuttavia, a prescindere dal referendum sulla riforma della Costituzione, il governo avrebbe comunque dovuto affrontare i contratti pubblici e la flessibilità in uscita sulle pensioni. Sui primi c’è addirittura una sentenza della Corte costituzionale (la 178 del 24 giugno 2015) che impone il rinnovo. Sulla seconda sono i fatti a premere per consentire le uscite anticipate, come del resto il governo ha già deciso per i bancari (fino a 7 anni prima), per gestire meglio le ristrutturazioni aziendali, tanto più che dal 2017 non ci sarà più l’indennità di mobilità.

La questione del rinnovo dei contratti pubblici si trascina dalla fine del 2009 quando è scaduto l’ultimo rinnovo. Dopo la sentenza della Consulta, il governo ha stanziato la cifra simbolica di 300 milioni. Il rinnovo dei contratti riguarda circa 3 milioni di lavoratori accorpati, in seguito alla riforma Brunetta, in 4 comparti (prima erano 11) più la presidenza del Consiglio: 1) Enti centrali (ministeri, agenzie fiscali, enti pubblici non economici); 2) Autonomie locali (Regioni e province); 3) Sanità; 4) Conoscenza (scuola, ricerca e università). «Le piattaforme unitarie sono pronte — spiega il segretario della Funzione pubblica Cisl, Giovanni Faverin — e prevedono in media un aumento per il triennio di circa 150 euro, comprensivo di tutto», cioè «tenendo conto che i dipendenti pubblici, solo in rapporto all’Ipca, l’inflazione al netto dei beni energetici importati, hanno perso più del 10% negli ultimi 7 anni», dando un contributo forte al taglio della spesa pubblica, come afferma anche il Def (Documento di economia e finanza) dove il governo spiega che la spesa per i dipendenti pubblici è calata tra il 2009 e il 2015 di 10 miliardi, sia per il blocco dei contratti sia perché il numero dei lavoratori è sceso di 110 mi la (blocco del turn over).

Faverin sostiene che per un rinnovo integrale dei contratti pubblici sono necessari, «nel triennio, fra i 7 e gli 11 miliardi». Il presidente della Commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano (Pd), è prudente: «Servono nuove risorse perché con 300 milioni non si fa nulla, ma scaglionate. L’importante è aprire il tavolo, poi si può partire dalle questioni normative, inquadramenti, scatti di anzianità e quindi affrontare la parte economica».

Tradotto: nel primo anno può bastare poco ma comunque nel triennio ci vogliono alcuni miliardi. Una bella grana per il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan. La collega della Pubblica amministrazione, Marianna Madia, ha promesso che a settembre si partirà, ma la questione dei contratti rischia di diventare incandescente anche perché si sta inceppando pure il meccanismo di rinnovo dei contratti privati. La vertenza simbolo, quella dei metalmeccanici, si è incattivita e si preparano altri scioperi. L’Istat ha certificato a giugno in 50 i contratti in attesa di rinnovo relativi a 8,2 milioni di lavoratori, compresi quelli pubblici. La Uil ha calcolato che, coi contratti che scadranno nei prossimi mesi, il totale salirà a 12 milioni. Il meccanismo si è inceppato perché con la deflazione (prezzi in calo) le aziende sostengono che il potere d’acquisto è tutelato e non c’è ragione di dare aumenti di salario per questa voce mentre sarebbe logico darli solo in azienda in relazione alla produttività. Ma i sindacati non vogliono rinunciare al contratto nazionale. Il 1° settembre ci sarà un vertice tra il presidente della Confindustria, Vincenzo Boccia, e i leader di Cgil, Cisl e Uil, Susanna Camusso, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo. Si partirà da qui.

Enrico Marro

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