Dall’ecologia della liberazione ai movimenti globali: l’alternativa è possibile

Intervista a Giuseppe De Marzo, a cura di Alice Grecchi (dal Rapporto sui Diritti Globali 2012)

Alice Grecchi, Rapporto sui Diritti Globali 2012 • 25/8/2016 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali • 971 Viste

(dal Rapporto sui Diritti Globali 2012)

 

 

Seattle e Porto Alegre hanno rappresentato due fasi di maturazione dei movimenti sociali mondiali. Dalla denuncia di Seattle si è passati alla creazione di un nuovo pensiero da contrapporre al neoliberismo ed ecco che è nato il primo Forum Sociale Mondiale a Porto Alegre, uno spazio di incontro e di confronto a cui partecipano migliaia di delegati di associazioni, movimenti, ong e alcune forze politiche provenienti da tutto il mondo. Oggi l’attuale modello di sviluppo non è più sostenibile e la crisi del paradigma di civilizzazione occidentale mostra la necessità di un cambiamento di rotta. La crisi ambientale e quella sociale sono le prove del fallimento di questo modello di sviluppo. Oggi più che mai vanno quindi ricongiunti i diritti con le responsabilità, lo sviluppo con i limiti del pianeta, il consumo con la giustizia ambientale e sociale, la tecnologia con i diritti della natura e la cooperazione. Non esistono, infatti, diritti umani senza i diritti dell’ambiente. Evitare di comprendere nel concreto questo legame significa continuare a tenere separate due cose che invece devono essere affrontate insieme, pena il rischio di veder continuamente violati gli uni e gli altri. Di tutto ciò ci dice Giuseppe De Marzo, portavoce dell’Associazione A Sud.

 

Redazione Diritti Globali: Da Seattle a Porto Alegre e di nuovo in Brasile in attesa di Rio2012 com’è cambiato il World Social Forum e quali nuovi movimenti stanno emergendo?

Giuseppe De Marzo: Il FSM ha accompagnato, scandito e contribuito a determinare i cambiamenti politici, sociali, culturali ed economici dei movimenti e di una parte della politica nel mondo.

Seattle e Porto Alegre rappresentano non solo due città molto diverse ma due fasi di maturazione e analisi politica molto differenti tra loro. La protesta di Seattle contro il WTO a dicembre del 1999 segna la nascita in termini mediatici di una nuova società in movimento nata a partire dalle lotte per la giustizia ambientale e sociale. Un nuovo campo mondiale che si andava costituendo come risposta all’ultima espansione della frontiera capitalista. La necessità da parte del modello dominante di garantirsi il controllo sulle risorse naturali ed energetiche ha portato un aumento esponenziale dei conflitti ambientali per la difesa di territori, risorse, culture e economie. L’aumento dei conflitti, in particolar modo nei Sud del mondo ricchi di risorse e biodiversità, ha agevolato la nascita di nuove soggettività della politica che hanno costituito un campo definito “ecologismo dei poveri”, o “ecologia della liberazione”. Soggetti che non avevano niente a che fare con l’ambientalismo del Nord del mondo e in molti casi privi di esperienze politiche precedenti, sono stati “costretti” a lottare e organizzarsi per difendersi e difendere le risorse necessarie alla loro sopravvivenza. Questi nuovi soggetti hanno compreso come il modello capitalista stesse compiendo un’accelerazione, accumulando potere decisionale e di controllo al di fuori degli Stati in organismi sovranazionali capaci di imporre una politica economica liberista su scala globale: la cosiddetta globalizzazione neoliberista. Privatizzazioni, militarizzazione dei territori per controllare le risorse e per realizzare megaprogetti, distruzione dello Stato sociale e delle politiche di welfare, flessibilizzazione del lavoro (quella che ha reso possibile l’attuale precarizzazione del lavoro), rifiuto del multilateralismo, finanziarizzazione dell’economia e politiche di aggiustamento strutturale, sono alcune delle ricette imposte a partire da quegli anni. E sono proprio queste misure che determineranno la crisi esplosa nel decennio successivo, quella strutturale e sistemica in cui siamo immersi tutti oggi. Quella protesta a Seattle denunciava per la prima volta la perdita di potere e di intervento degli Stati davanti a un nuovo pensiero egemonico globale che con la caduta del Muro di Berlino si costituisce di fatto come “pensiero unico”.

Ma i movimenti a Seattle denunciano allo stesso tempo la crisi della democrazia rappresentativa e delle forze classiche della politica, criticate per la loro incapacità o arretratezza nell’analisi di fase. Se, da un lato, il sistema media-politico classico trasmette l’idea che “there is no alternative”, non c’è nessuna alternativa al neoliberismo, i movimenti emersi a Seattle raccontano dei disastri prodotti dalla globalizzazione capitalista e iniziano un lavoro di ricostruzione di critica radicale al modello. Ed ecco il passaggio di maturazione dei nuovi movimenti: non basta la denuncia e il conflitto radicale espresso visivamente anche con gli “assedi” ai vertici degli organismi sovranazionali della globalizzazione neoliberista, FMI a Praga, G8 a Genova, WEF a Davos, WTO a Seattle e così via. Bisognava costruire un immaginario forte e autonomo per contrapporre al neoliberismo un pensiero altrettanto forte capace di unire il particolare all’universale. Questo il salto di qualità prodotto con la nascita del primo Forum Sociale Mondiale (FSM) a Porto Alegre. A mio avviso rimane questa l’invenzione politica più utile degli ultimi trent’anni. Innanzitutto, perché consente un salto in avanti non solo sul piano della denuncia ma su quello della possibilità di intrecciare e costruire reti capaci di generare conflitto sui territori ovunque nel mondo. Lo spazio del FSM è soprattutto uno spazio di incontro fisico in cui decine di migliaia di delegati di associazioni, movimenti, comitati, sindacati, ong, forze sociale, media attivisti, intellettuali e anche forze politiche di tutto il mondo si incontrano per confrontarsi e costruire attività comuni. Ma non solo. Il FSM diventa il luogo in cui si elaborano alternative, proposte e si inizia a costruire una nuova teoria dell’emancipazione sociale. È il luogo teorico, oltre che fisico, in cui si produce la più approfondita critica della globalizzazione neoliberista e dove si forniscono il maggior numero di soluzioni possibili e di alternative praticabili. Non c’è un altro luogo del mondo o forza politica che abbia svolto questa funzione in questi trenta anni.

Nel corso degli anni la pratica del FSM si è andata consolidando tra i movimenti di tutto il mondo, diventando l’evento politico e sociale più rilevante per ogni Paese o continente che lo ospiti. Ma in questi anni anche il FSM si modifica, essendo influenzato dalle contingenze del mondo. Credo che il FSM sia stato maggiormente sfruttato dai movimenti latinoamericani, considerando che quasi tutti i presidenti dei governi sudamericani vengono proprio dall’esperienza del FSM. Basti pensare all’ex presidente metalmeccanico amico dei movimenti senza terra del Brasile, Lula, oppure al presidente indigeno della Bolivia, Evo Morales, o al presidente e prete della teologia della liberazione presidente del Paraguay, Fernando Lugo, o a tutti gli altri esponenti all’interno dei governi progressisti latinoamericani provenienti dalle lotte per la giustizia ambientale e sociale. In questi anni c’è stata una dialettica continua tra FSM e le forze politiche di sinistra, sicuramente con fasi anche di critica aspra ma sempre efficace nei risultati. Altrettanto non si può dire in altri continenti dove l’esperienza del FSM non è servita per aprire un dialogo e un confronto, anche dialettico, tra movimenti e forze classiche della politica. Anzi, in Europa spesso le sinistre istituzionali hanno addirittura visto come un possibile problema il protagonismo dei movimenti e come pericolose le novità teoriche prodotte da questa nuova fase. Questo per certi versi spiegherebbe perché il Forum Sociale Europeo sia praticamente scomparso proprio nella fase in cui il capitalismo è in crisi in Europa più che in qualsiasi altro luogo e dove quindi maggiormente attecchirebbero le alternative al modello dominante. Paradossalmente, nonostante il momento storico propizio per il cambiamento, proprio oggi manca una spinta unitaria tra movimenti e forze politiche progressiste. Non si è costruita nel tempo una dialettica positiva e ci si è rapportati su categorie più basate sul posizionamento e il tatticismo che sull’approfondimento e sulla costruzione di alternative.

Oggi il FSM è chiamato a innovarsi e allo stesso tempo a rimanere uno strumento efficace sul piano della concretezza. Siamo in un’ulteriore nuova fase della crisi di sistema, in cui si segnala il divorzio tra liberali e capitalismo. La democrazia rappresentativa non funziona più e la perdita di diritti inizia a colpire le fasce sociali vicine al pensiero liberale, ormai orfane di punti di riferimento politico. Il neoliberismo in questa nuova fase arriva alla sua maturazione massima: il capitalismo finanziario. Sbagliano quanti pensano che il turbo capitalismo finanziario sia un incidente di percorso. La finanziarizzazione dell’economia è la fase inedita e terminale del modello capitalista che arriva persino a “sussumere” la politica, a farne a meno. La democrazia viene vista con sospetto da coloro che guidano questa ultima fase e che, non a caso, si sono insediati senza passare per le elezioni in diversi luoghi. Basti pensare al governo attuale greco e italiano: due tecnici che hanno contribuito a costruire l’attuale architettura del modello economico e finanziario oggi dirigono senza aver vinto le elezioni due dei Paesi fondatori della UE. È emblematico che nei Paesi dove è nata la democrazia e il diritto si stiano liquidando i diritti e la partecipazione democratica dei cittadini alle scelte. Per questo il FSM si trova in una fase ancora nuova.

Non è dunque casuale che il prossimo FSM si tenga nel Maghreb. Il Mediterraneo, con la crisi europea e degli Stati sovrani, e le Primavere (strozzate) arabe nel Sud, costituisce uno scenario geopolitico e biopolitico di fondamentale novità sul quale bisogna necessariamente indagare, oltre che esserci. Da questo punto di vista, teoria e prassi devono continuare ad autoalimentarsi, guidandosi vicendevolmente per confermarsi. Questo l’obiettivo straordinariamente alto, e allo stesso tempo straordinariamente utile del FSM. I cambiamenti nelle prospettive, nelle analisi e nelle pratiche dei movimenti sono la conseguenza di questo processo.

L’ultima riflessione sul processo messo in moto in questi anni è legata all’introduzione di un nuovo linguaggio e di nuove pratiche nelle forme della partecipazione. Sono queste novità necessarie per qualsiasi progetto di trasformazione. I movimenti rispetto al passato hanno saputo innovarsi tanto nelle pratiche quanto nel dizionario utilizzato. Autogoverno, democrazia partecipata e comunitaria, finanza etica, commercio equo, giustizia ambientale e sociale, difesa dei beni comuni, riconversione ecologica delle forze produttive, democratizzazione dello sviluppo, buen vivir, democrazia della terra, sono concetti e pratiche che provengono dal processo generato grazie al FSM. Dunque, non solo la sostanza ma anche le forme dei movimenti sono andate cambiando in questi anni. I movimenti oggi per essere utili e crescere nel processo di accumulazione di forze sociali dovranno agire dentro la crisi, analizzandone le cause e allo stesso tempo dovranno essere capaci di dispiegare un orizzonte fatto di pratiche e linguaggi completamente differenti rispetti al passato.

 

RDG: In che modo i diritti umani si possono relazionare con i diritti ambientali?

GDM: Non esistono diritti umani senza i diritti dell’ambiente: questo il punto. Comprendere questa relazione è fondamentale per rispondere alla crisi ecologica e economica allo stesso tempo, altrimenti si continuerà a tenere separate due cose che separate non sono, con l’unico esito di non garantire né i diritti umani né quelli della natura. La questione su cui riflettere è: c’è una relazione tra l’attuale modello di sviluppo e la distruzione dell’ambiente e l’aumento della povertà? La risposta è sì. Questo modello danneggia l’ambiente e gli uomini. Tra l’altro, sul piano scientifico siamo ormai tutti consci del fatto che non può esistere economia senza ecologia. Noi tutti dipendiamo dalla capacità della Terra di generare le risorse necessarie alla nostra vita. Noi tutti dipendiamo dalla capacità di autorigenerazione della Terra, dalla sua capacità di assorbire rifiuti e inquinanti e, soprattutto, dalla capacità di garantire quei servizi ambientali gratuiti che continua a donarci dalla notte dei tempi. Basti pensare al ciclo del clima, delle acque, dei minerali, dell’azoto, ecc… Se alteriamo questi cicli e incidiamo negativamente sulle possibilità di autorigenerazione del pianeta la conseguenza è quella sotto gli occhi di tutti: impoverimento, distruzione ambientale, caos climatico, decine di milioni di migranti ambientali, precarizzazione del lavoro, conflitti sociali. Dunque, i temi sono connessi. Legare i diritti umani a quelli ambientali ci consente di fornire maggiori analisi e alternative all’attuale stato di cose, perché ci impone di pensare a un modello di sviluppo che sia in grado di preservare diritti umani e ambientali allo stesso tempo. Questo significa lavorare avendo come assi di riferimento la giustizia ambientale e sociale.

 

RDG: Quali sono, a suo avviso, le realtà o i Paesi che più stanno facendo passi in avanti verso il raggiungimento della giustizia sociale ambientale?

GDM: La Bolivia e l’Ecuador hanno adottato due nuove Costituzioni che sono il frutto dell’azione e della proposte dei movimenti formatisi nei decenni precedenti proprio per la giustizia ambientale e sociale. Non a caso nelle due Costituzioni ci sono nuovi principi fondamentali come il Buen Vivir, i Diritti della Natura, il riconoscimento di altre forme di economia oltre a quella di mercato. Ma direi che questa cultura pregna tutto il continente latinoamericano molto più che i governi che, con sfumature diverse, sono “costretti” a confrontarsi giornalmente con questa nuova cultura. I movimenti hanno “contaminato” con le loro pratiche e il loro immaginario così tanto la società che oggi si parla infatti di “società in movimento”. Quindi più che i governi, che possono sempre cambiare e comunque far discutere o essere ambigui, quello che va riconosciuto e analizzato è il ruolo della società in movimento, fondamentale per la costruzione di pratiche e pensiero egemoni. La nascita di una società in movimento implica anche la costruzione di un nuovo blocco sociale, condizione centrale per il cambiamento. Questi elementi sono molto diffusi e accentuati in America Latina. Ma iniziano a essere diffusi e presenti un po’ ovunque nel mondo grazie ai nuovi strumenti di scambio di cui i movimenti si sono dotati a partire proprio dal FSM.

 

RDG: In che modo la crisi in corso ha evidenziato l’inadeguatezza dell’attuale modello di sviluppo?

GDM: La crisi ambientale e quella sociale sono le prove del fallimento di questo modello di sviluppo. La crisi ecologica esprime la misura dell’inadeguatezza di un modello fondato sulla necessità della crescita economica infinita. Un’idea illogica perché si scontra con il fatto che siamo in un pianeta con risorse finite. Un modello sbagliato perché distrugge vera ricchezza e crea ingiustizia non solo in termini ambientali ma sociali, vista l’interdipendenza e l’interconnessione tra ambiente, suoi cicli e diritti e necessità umane. Ma non solo. Questo modello è fortemente ingiusto anche con le generazioni che verranno, destinate ad avere molte meno possibilità e un ambiente meno sano e più povero rispetto alle generazioni precedenti. Un modello che per andare avanti ha bisogno di troppo energia e materiali, fondato su una centralizzazione incapace a rispondere alla più grave minaccia per l’umanità: i cambiamenti climatici. I vari fallimenti in serie dei vertici delle Nazioni Unite per combattere gli effetti dei cambiamenti climatici e gli appelli inascoltati da parte della scienza di invertire la rotta e ridurre le emissioni, ne sono la testimonianza più lampante. Questo sistema è consapevole che ci porta tutti verso la catastrofe ma non è in grado di cambiare. Per questo va fermato e sostituito con un modello più giusto e compatibile con la nostra casa comune. Basterebbe solo questo aspetto per comprendere l’inadeguatezza del modello e la necessità urgente di promuoverne uno fondato sulla giustizia ambientale e sociale che faccia salvi i limiti del pianeta.

 

RDG: In che cosa consiste il nuovo paradigma di civiltà che oggi troviamo inserito in alcune Costituzioni latinoamericane come ad esempio quella della Bolivia e dell’Ecuador?

GDM: Consiste soprattutto in un modo diverso di intendere la relazione con la vita e quindi la traiettoria di una società: la sua missione civilizzatrice. Se scopo dello Stato è assicurarti il Buen Vivir, questo vuol dire prendere in considerazione aspetti della vita che non investono solo il consumo o lo sviluppo giusto e necessario a cui ogni essere umano ha il diritto di aspirare. Garantirti il buen vivir significa riconoscere altri nessi, altre connessioni, altri bisogni e necessità umane da troppo tempo sottovalutate. Significa affermare una relazione di interdipendenza con la vita e con i viventi intorno a noi. Significa riconoscerne l’esistenza e quindi il valore. Le nuove Costituzioni rompono con l’antropocentrismo che immagina l’uomo al centro di tutto impegnato in una rincorsa infinita nell’accumulazione di beni di consumo, capaci di garantirgli modernità, progresso e felicità. Il fallimento dell’attuale modello di sviluppo e la crisi sistemica del paradigma di civilizzazione occidentale mostrano come questa traiettoria sia completamente sbagliata e oggi rischi di diventare drammatica per tutto il genere umano. Imporci una traiettoria che ricongiunga i diritti con le responsabilità, lo sviluppo con i limiti del pianeta, il consumo con la giustizia ambientale e sociale, la tecnologia con i diritti della natura e la cooperazione, significa riscrivere un nuovo contratto sociale e dar vita a un nuovo paradigma civilizzatorio. In questo nuovo paradigma dobbiamo licenziare l’uomo oeconomicus, così testardo, solo e arrogante con i suoi simili e con gli altri viventi. Solo così potremo finalmente riassumere l’uomo amministratore, capace di gestire al meglio e con senso di responsabilità per se stesso, per i viventi e per le generazioni che verranno, la sua superiorità su questo pianeta.

 

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