Debiti della Pa e bassa crescita: la manovra sempre più in salita

Governo. La Cgia di Mestre contesta i dati di Padoan. Lunedì vertice a Ventotene con Merkel e Hollande. A rischio i margini per la richiesta di nuova flessibilità alla Ue: come centrare l’obiettivo di favorire il Sì al referendum

Antonio Sciotto, il manifesto • 20/8/2016 • Europa, Lavoro, economia & finanza, Politica & Istituzioni • 497 Viste

Gli occhi sono tutti puntati sul vertice di lunedì a Ventotene: il premier Matteo Renzi ospiterà il presidente francese François Hollande e la cancelliera tedesca Angela Merkel per affrontare le questioni più delicate legate alla politica internazionale, dall’immigrazione al contrasto al terrorismo, fino alle conseguenze del dopo Brexit. Il nodo della flessibilità sul deficit che l’Italia si prepara (anche quest’anno) a chiedere alla Ue non sarà all’ordine del giorno, ma verrà certamente messo sul tavolo in modo informale. Il capitolo economico, soprattutto dopo i dati sul secondo trimestre (con il Pil a crescita zero) preoccupano Renzi, che non a caso due giorni fa si è attaccato al salvagente dell’abbassamento delle tasse, tornando a promettere mirabolanti tagli fiscali.

Le imprese però non sono tranquille: ieri la Cgia di Mestre ha contestato l’analisi del ministero dell’Economia (Mef) sullo stato del pagamento dei debiti della pubblica amministrazione: la burocrazia è ancora troppo lenta e i crediti fino a questo momento non riscossi – circa 65 miliardi di euro – ingolfano ulteriormente la ripresa.

Secondo i tecnici del ministero guidato da Pier Carlo Padoan, i tempi medi di pagamento per i beni e servizi acquistati dalla pubblica amministrazione si sono ridotti da 82 giorni (nel periodo 1 giugno 2014-31 maggio 2015, cioè prima dell’obbligo della fattura elettronica) a 54 giorni (dato dall’1 giugno 2015 al 31 maggio 2016). La fatturazione digitale introdotta dal governo Renzi, insomma, avrebbe quasi dimezzato l’attesa del cash da parte dei fornitori, uno dei mali atavici del nostro sistema-Paese, che a ricasco impone ristrettezze, chiusure e licenziamenti anche ai fornitori dei fornitori, e così via.

Ma a parere della Cgia di Mestre – osservatorio privilegiato delle piccole e medie imprese artigiane – il quadro è ben meno roseo rispetto a quello tratteggiato dagli esperti di Padoan: «Ma come – si chiede il coordinatore della Cgia Paolo Zabeo – grazie alla fatturazione elettronica il Mef ha la possibilità di monitorare tutte gli acquisti della nostra amministrazione pubblica e ci forniscono solo il 50% dei pagamenti senza dirci a quali importi si riferiscono? Nella prassi sta succedendo che vengono pagate in tempi ragionevolmente brevi le fatture di importi minori, mentre si stanno allungando i tempi delle fatture di importi con cifre importanti».

«Se sono diventati cosi bravi nei pagamenti – rincara Paolo Zabeo – perché non ci dicono a quanto ammonta complessivamente il debito della Pubblica amministrazione nei confronti dei propri fornitori, cosa che chiediamo da anni senza avere una risposta?». La stima dei 65 miliardi, infatti, non viene direttamente da fonte ministeriale, ma è ricostruita mettendo insieme i calcoli dei principali centri studi delle associazioni con i dati forniti periodicamente dalla Banca d’Italia.

«Abbiamo l’impressione – conclude la Cgia di Mestre – che su questa vicenda il ministero dell’Economia sia in evidente difficoltà. Infatti, se fossero diventati cosi virtuosi come dicono, perché mai la procedura di infrazione della Ue contro l’Italia per i ritardi con cui la nostra Pubblica amministrazione salda le fatture non è stata ancora ritirata?».

Il fardello dei crediti ancora inesatti dai fornitori della Pubblica amministrazione è solo una delle zavorre che appesantiscono il nostro debito pubblico, messo ancora più a rischio (di aumento) dal rallentamento del Pil. L’ultima previsione del governo, quella di aprile scorso, parla di una crescita prevista per quest’anno all’1,2%, con il deficit al 2,3%: questo dato permetterebbe margini di flessibilità con la Ue, perché piuttosto distante dal 3%. Miliardi utili per gli investimenti e la crescita, e in particolare per una legge di Bilancio che inviti gli italiani a votare Sì al referendum costituzionale: dai pensionati/pensionandi ai dipendenti pubblici, fino alla generalità dei lavoratori delle imprese private (per non parlare poi degli autonomi o dei disoccupati), tutti aspettano un “segno” che il premier vorrebbe dare alla sua manovra. Ma se il Prodotto interno continuasse a crollare, ce ne vorrebbe piuttosto una correttiva.

Ecco quindi che gli scenari ipotizzati dallo stesso Def – ieri il Corriere della sera tratteggiava ad esempio quelli peggiori – vedrebbero schizzare il deficit al 2,9% se quest’anno la crescita si attestasse allo 0,7% (stima non distante da quelle di associazioni di impresa e analisti), e poi il debito oltre il 134%, nel 2017, se l’anno prossimo si rimanesse sotto l’1%. Un quadro fosco, praticamente con zero margini da rivendicare a Bruxelles: e tutto questo nonostante le previste privatizzazioni di Fs o Poste (seconda tranche) puntino, nei piani di Padoan, a colmare la voragine dei nostri conti.

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