I diritti ambientali. L’agenda di Greenpeace per difendere il futuro

Intervista ad Andrea Pinchera, a cura di Alice Grecchi (dal Rapporto sui Diritti Globali 2012)

Alice Grecchi, Rapporto sui Diritti Globali 2012 • 26/8/2016 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali • 609 Viste

(dal Rapporto sui Diritti Globali 2012)

 

 Per contrastare la povertà nel mondo non si può non considerare il ruolo svolto dai cambiamenti climatici e l’importanza della difesa dell’ambiente e delle risorse naturali è più che mai necessaria per il raggiungimento della giustizia sociale. Ed è così che, ad esempio, la protezione delle foreste si collega con la tutela dei diritti umani. O ancora, la questione degli effetti del cambiamento climatico che colpiscono i più poveri e vulnerabili mettendo a rischio la salute e il benessere di milioni di individui. Senza uno sviluppo sostenibile si rafforzano quindi i problemi ambientali, a loro volta causa di situazione di disuguaglianza e ingiustizia sociale. Ne parliamo qui con Andrea Pinchera, direttore Comunicazione e Raccolta fondi di Greenpeace Italia.

 

Redazione Diritti Globali: Che relazione intercorre fra i diritti umani e i diritti ambientali?

Andrea Pinchera: È facile rispondere con le parole del direttore esecutivo di Greenpeace International, il sudafricano Kumi Naidoo. Nel 2009, nel momento in cui entrava in carica, così si esprimeva sul punto: «Dopo diversi anni di lavoro nel movimento contro la povertà, sono arrivato a comprendere come la lotta contro la povertà e la lotta contro i cambiamenti climatici siano indissolubilmente legate. La mia esperienza di lavoro, con l’anti-apartheid e con i movimenti di giustizia sociale, mi ha insegnato che quando l’umanità deve affrontare una sfida importante, una grande ingiustizia, è solo quando uomini e donne onesti sono disposti a resistere e lottare che il cambiamento accade realmente. Credo che Greenpeace sia un’organizzazione che può fare la differenza, che aiuti gli uomini e le donne di tutto il mondo a trovare una voce, ad alzarsi e a cambiare».

Naturalmente, Greenpeace non ha atteso l’arrivo del nuovo direttore per arrivare a simili conclusioni. Anzi, si può dire che il suo incarico sia in parte conseguenza del lavoro già svolto in questo campo, anche in collaborazione con altri importanti ONG mondiali, da Amnesty International a Oxfam fino a Medici Senza Frontiere. D’altra parte, è abbastanza evidente, nella lunga fila dei cosiddetti “diritti collettivi”, la presenza di principi come il diritto all’accesso a risorse naturali fondamentali (vedi l’acqua) e/o la tutela dal saccheggio delle risorse ambientali.

A questo ultimo principio Greenpeace ricorre con una certa frequenza. Per esempio, in relazione alla Campagna Foreste, nell’ambito della quale l’organizzazione promuove strumenti come le “stazioni di resistenza forestale”, dove la difesa dell’ambiente naturale incontra il diritto delle popolazioni native a non vedere saccheggiato il proprio territorio. È così che la protezione delle ultime foreste primarie della Terra – in Amazzonia, in Africa, in Papua Nuova Guinea – si fonde con i diritti umani. Un’esperienza molto importante è stata la collaborazione con la tribù dei Deni – in Amazzonia – che grazie all’uso della tecnologia GPS, appresa da Greenpeace, è stata in grado di delimitare e vedere riconosciuto legalmente la propria riserva forestale.

Esempi simili potrebbero essere citati per la Campagna Energia e clima (i diritti degli Inuit nell’Artico o degli Stati-isola del Pacifico) oppure per quella Mare/Oceani.

Ma un’altra relazione stretta è quella che intercorre tra i diritti ambientali e il diritto al benessere, come la tutela in caso di situazioni di povertà. Siamo nell’ambito di quei diritti che vengono definiti “economico-sociali”, e che sono stati ricordati espressamente da Kumi Naidoo nella citazione iniziale. Il legame tra ambiente e povertà è molto profondo: uno sviluppo insostenibile e di corto raggio ha creato i problemi ambientali che oggi ci troviamo ad affrontare, spesso grazie a condizioni di ineguaglianza e ingiustizia sociale, che vengono a loro volta peggiorati come effetto di ritorno. I cambiamenti climatici ne sono un classico esempio: «Le persone già colpite dalla povertà sono quelle che pagano il pedaggio maggiore verso gli impatti dei cambiamenti climatici», sostiene il direttore di Greenpeace International. Molti di loro si aggiungono ogni anno alle schiere di migranti che tentano la fortuna lontano dalle proprie terre rese sempre più inospitali.

E questo è vero anche da un punto di vista macroeconomico: basti pensare alle soluzioni tecniche che una nazione come i Paesi Bassi può contrapporre all’innalzamento del livello dei mari, e confrontarle con l’assenza di strumenti del Bangladesh o delle piccole isole del Pacifico, indifese di fronte all’acqua che avanza. Oppure alle gravi siccità, che diventano le premesse di carestie mortifere se si verificano nel Corno d’Africa o in altre lande povere; mentre rimangono problemi ambientali ai quali si può dare una soluzione (almeno in termini socio-economici) grazie al commercio globale nel caso di Paesi a un livello superiore di sviluppo. «Quando solo le nazioni ricche sono in grado di pagarsi una via di fuga dagli impatti dei cambiamenti climatici», commenta ancora Naidoo, «questo significa che viviamo in una specie di “apartheid climatico”, una odiosa combinazione di ingiustizia ambientale e sociale».

Molti altri esempi potrebbero essere fatti, considerando altre emergenze ambientali: ogni volta che potenti multinazionali usano la leva economica nei confronti dei Paesi in via di sviluppo, sfruttando le loro risorse naturali e lasciando solo devastazione dietro di loro, queste stanno creando le condizioni per maggiore povertà e maggiore ingiustizia sociale. Esiste una connessione ancora più profonda nel modo in cui diamo valore alle cose, e riguarda i nostri valori come persone e società: proprio come nessun bambino dovrebbe patire la fame, nessuna specie dovrebbe essere cacciata o minacciata fino all’estinzione. Bisogna pensare in termini di futuro, ai nostri figli e ai figli dei nostri figli e proteggerli, nutrirli, educarli, e allo stesso modo dobbiamo guardare al mondo naturale, per conservarlo, proteggerlo e permettergli di prosperare.

 

RDG: Spesso, a fare le spese degli effetti del cambiamento climatico sono i Paesi meno avanzati o in via di sviluppo. A Copenaghen i politici avevano un fondo di 100 miliardi di dollari per aiutare i Paesi più poveri ad adattarsi ai cambiamenti climatici. Quali passi in avanti sono stati fatti a Durban?

AP: Nessuno, purtroppo. A Durban i negoziati sul clima delle Nazioni Unite sono finiti proprio come erano cominciati: con un fallimento. L’accordo per un nuovo trattato internazionale per la protezione del clima, infatti, non è stato raggiunto e i governi hanno fornito ulteriore prova di dare ascolto a chi inquina e non ai cittadini.

Naturalmente, il sostanziale fallimento di Durban non era inatteso, in quanto preceduto da anni di sostanziale inerzia. L’esempio principe è proprio la Conferenza di Copenaghen, del 2009, sulla quale si erano addensate molte aspettative, largamente disattese. Ciononostante, i politici avevano promesso di istituire un fondo di 100 miliardi di dollari per aiutare i Paesi più poveri ad adattarsi ai cambiamenti climatici e mitigare i disastrosi effetti sulle popolazioni più indifese. Questo fondo ha attraversato prima la Conferenza di Cancún (2010) e poi quella di Durban (2011) senza che venisse stabilito un modo per raccogliere e distribuire questi soldi.

I dettagli di quanto discusso a Durban, e nel corso dei vertici precedenti, possono essere complessi e discussi a lungo. Ma la verità è semplice: siamo distanti anni luce da dove dovremmo essere per evitare i catastrofici effetti dei cambiamenti climatici. È significativo ricordare che gli scienziati sostengono che è necessario impedire che l’innalzamento delle temperature globali superi i 2 gradi complessivi (ora siamo a +0,7 gradi), per evitare i peggiori impatti dei cambiamenti climatici. E che per ottenere quest’obiettivo è fondamentale far sì che le emissioni di gas serra (quelli che alterano l’effetto serra naturale e il clima del Pianeta) raggiungano il picco nel 2015, per poi iniziare a declinare.

Tra quelli che hanno impedito il successo dei negoziati, il primo posto in classifica spetta agli Stati Uniti, che hanno chiaramente agito agli ordini delle potenti lobby del carbone. Gli altri “attori” importanti, come l’Europa, la Cina e l’India, avrebbero dovuto chiedere agli Stati Uniti di farsi da parte e unire le forze al fianco dei Paesi più deboli per raggiungere dei progressi reali. Ma questo non è avvenuto, purtroppo.

Netto il commento del direttore di Greenpeace International, Kumi Naidoo: «I governanti che hanno lasciato la conferenza dell’Onu dovrebbero vergognarsi. Ci chiediamo come, una volta tornati a casa, potranno guardare negli occhi i propri figli e nipoti. Ci hanno deluso e il loro fallimento sarà misurato con le vite dei più poveri, i più vulnerabili e i meno responsabili del caos climatico».

 

RDG: A poco meno di tre anni di distanza dal target fissato per il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio a che punto siamo in particolare per quanto riguarda il Settimo Obiettivo, assicurare la sostenibilità ambientale?

AP: Ancora ben lontani, purtroppo: basti pensare che – tra questi obiettivi – ci sarebbe l’attenuazione «del processo di annullamento della biodiversità, raggiungendo, entro il 2010, una riduzione significativa del fenomeno».

Greenpeace non si occupa di tutta l’agenda, ma può esprimersi su alcuni punti:

  1. principi di sviluppo sostenibile: salvo eccezioni, l’inserimento di “principi di sviluppo sostenibile” nelle politiche e nei programmi dei Paesi non è andato al di là di qualche generico enunciato;
  2. risorse ambientali: l’inversione di tendenza nella perdita delle risorse ambientali è lungi dall’essersi verificata;
  3. riscaldamento globale e clima: della mancata corrispondenza degli impegni internazionali alle necessità per fronteggiare i cambiamenti climatici (in primis, naturalmente la riduzione delle emissioni dei gas serra), abbiamo detto nella risposta alla seconda domanda;
  4. foreste: la deforestazione mondiale, e in particolare la conversione di foreste tropicali in terra agricola, è diminuita nel primo decennio del nuovo millennio, ma continua a tassi allarmanti in molti Paesi; secondo la FAO, infatti, circa 13 milioni di ettari di foresta sono stati convertiti ad altri usi o persi per cause naturali ogni anno tra il 2000 e il 2010, contro i circa 16 milioni all’anno del decennio precedente;
  5. risorse ittiche: gli sforzi per recuperare gli ecosistemi marini e le regioni di pesca sono in corso, e in alcune aree si è recentemente assistito a un declino del tasso di sfruttamento medio delle risorse; tuttavia, circa il 63% degli stock di pesca valutati a livello mondiale hanno bisogno di ulteriori interventi, e una forte riduzione dello sfruttamento è necessaria per impedire il collasso di specie vulnerabili.

 

RDG: Che scenario possiamo ipotizzare in termini di riscaldamento globale e climate change nei prossimi anni?

AP: Greenpeace non ha scenari “propri”, ma si fonda sul lavoro degli scienziati in tutto il mondo, e sui rapporti dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change). Quest’ultimo è un comitato di esperti, coordinato dall’ONU, che si occupa di monitorare la ricerca a livello mondiale e di fornire ai politici il background tecnico a proposito dell’andamento del riscaldamento globale, dei suoi effetti sul clima e in genere sul Pianeta, e delle soluzioni per ridurlo o mitigarne gli effetti.

Il riscaldamento globale è una realtà: il 2010, seguito da 2005 e 1998, è stato l’anno più caldo da quando si effettuano misurazioni scientifiche globali (metà Ottocento). E lo stesso vale per il decennio 2001-2010, che ha visto le più alte temperature dei tempi moderni, superando l’ultimo decennio del Ventesimo secolo. Il riscaldamento è stato particolarmente forte in Africa, in alcune aree dell’Asia e dell’Artico, dove alcune regioni hanno assistito a un rialzo termico tra 1,2 e 1,4 gradi rispetto alla media storica. Nel dicembre 2010, la banchisa polare artica ha raggiunto il minimo mensile storico con una superficie di 12 milioni di chilometri quadrati, 1,35 milioni sotto la media di dicembre del periodo 1979-2000.

Ancora più importante di questi record annuali è un altro dato: rispetto alla fine dell’Ottocento la Terra è oggi più calda di circa 0,7 gradi. Mai, almeno nei tempi recenti, una simile variazione è avvenuta in così breve tempo. E nessuno dei meccanismi naturali sembra in grado di spiegare un simile riscaldamento. Ancora peggio: ai ritmi attuali, la crescita delle temperature nei prossimi anni potrebbe essere di 0,2 gradi per decennio, e forse più, e raggiungere tra 1,8 e 4 gradi centigradi di aumento globale alla fine del Ventunesimo secolo. Sarebbe il picco più alto degli ultimi due milioni di anni, un livello tale da comportare l’estinzione di molte specie animali e vegetali e lo sconvolgimento dell’assetto climatico così come lo conosciamo.

Ma gli effetti dei cambiamenti climatici si stanno facendo sentire già oggi. Dagli Inuit nel Polo Nord alle popolazioni che abitano le isole del Pacifico, molte persone stanno già subendo l’aumento delle temperature, con i suoi effetti sulla fusione dei ghiacci e sul livello dei mari, e milioni di individui sono minacciati dalla fame, da malattie infettive, alluvioni e scarsità idrica. Mai prima d’ora l’umanità ha dovuto affrontare una crisi ambientale di questo tipo. L’Italia è uno dei Paesi europei più a rischio per il semplice motivo che la penisola si estende nel mezzo del Mediterraneo, un’area che sarà duramente colpita da fenomeni di desertificazione e scarsità idrica.

 

RDG: Quale strategia e quali le priorità di Greenpeace per il prossimo futuro?

AP: Greenpeace rivendica di esistere perché il nostro fragile Pianeta merita di avere una voce. Per storia, attitudine e necessità (è indipendente, e non accetta donazioni da aziende, governi, istituzioni…), si concentra su poche campagne, a carattere globale, individuando i principali problemi ambientali e le possibili soluzioni. Da anni, ha identificato nei cambiamenti climatici la minaccia principale per l’umanità: di conseguenza, la Campagna “Energia e clima” rappresenta la priorità per l’organizzazione in questi anni e, presumibilmente, per quelli a venire.

Queste, in poche parole, le descrizioni delle principali campagne attive anche in Italia:

Salvare il clima. Le temperature globali aumentano. I segnali di cambiamento climatico si moltiplicano, dalla fusione dei ghiacci alla desertificazione, fino all’inasprirsi degli eventi estremi. È necessario un percorso che ci porti subito fuori dal regno dei combustibili fossili, verso le fonti rinnovabili. Una rivoluzione energetica pulita è possibile.

Deforestazione Zero. Greenpeace si batte per proteggere le ultime grandi foreste primarie del pianeta, le piante, gli animali e le comunità che le abitano. Per questo indaga sul commercio di legno di provenienza illegale e preme su governi e imprese perché mettano fine alla deforestazione. Inoltre, promuove alternative reali, come la carta riciclata e i prodotti certificati FSC.

Difendere mari e oceani. Greenpeace difende la salute dei mari del Pianeta e del Mediterraneo in particolare. Il Mare nostrum ospita una ricca biodiversità, minacciata però dallo sfruttamento eccessivo delle risorse e dalla pesca illegale. Proteggere la vita marina comporta benefici per le comunità costiere, per un turismo sostenibile e per la pesca tradizionale.

Agricoltura e OGM. Il rilascio nell’ambiente di Organismi Geneticamente Modificati (OGM) comporta rischi imprevedibili e sconosciuti. Greenpeace fa campagna per salvaguardare la biodiversità e sviluppare un’agricoltura sostenibile, l’unica strada per garantire nel tempo cibo per tutti e la salute della Terra.

Liberi da sostanze tossiche. L’obiettivo è eliminare gradualmente la produzione e l’uso di sostanze pericolose che sono fonte di contaminazione del suolo, dell’acqua, del cibo e degli organismi viventi. Come? Promuovendo l’impiego di sostituti più sicuri per l’uomo e per l’ambiente e chiedendo alle aziende una politica orientata al ritiro e al recupero dei prodotti a fine vita.

Fuori dal nucleare. Greenpeace ha sempre combattuto con forza l’energia nucleare perché rappresenta un rischio inaccettabile per l’ambiente e l’umanità, costa troppo, e non dà indipendenza energetica. Dopo la vittoria nel Referendum del 2011, la priorità in Italia della Campagna Nucleare è bassa, ma l’attenzione al tema è sempre molto alta.

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