I diritti umani. Tra povertà, calamità, emergenze e conflitto

Intervista a Bijay Kumar, a cura di Alice Grecchi (dal Rapporto sui Diritti Globali 2012)

Alice Grecchi, Rapporto sui Diritti Globali 2012 • 27/8/2016 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali • 677 Viste

(dal Rapporto sui Diritti Globali 2012)

 

La povertà è per ActionAid una condizione che insorge a causa di emarginazione e discriminazione e che spesso si associa a una perdurante violazione dei diritti umani. Inoltre, esiste una comprovata interdipendenza tra povertà e vulnerabilità che fa sì che in caso di una situazione di emergenza a essere più colpiti siano i poveri e gli esclusi e che la probabilità di negazione dei diritti delle persone sia maggiore per coloro che vivono in condizioni di povertà. Lo si è visto ad esempio con il terremoto che ha colpito due Paesi dell’America Latina: quello ad Haiti ha avuto conseguenze ben più tragiche di quello cileno, anche se quest’ultimo è stato di intensità maggiore. Tuttavia, è possibile ripartire proprio da queste emergenze per affrontare le disuguaglianze e le relazioni di potere che possono aver negato i diritti delle comunità in passato. Per questo motivo una strategia di prevenzione e risposta alle emergenze deve andare di pari passo alla strategia di lungo termine di sradicamento della povertà. Ne parliamo con Bijay Kumar, responsabile per ActionAid dell’International Emergencies and Crises Team.

 

Redazione Diritti Globali: Ogni anno oltre 300 milioni di persone sono colpite da disastri. I più poveri ed emarginati sono spesso i più colpiti. Per quale ragione?

Bijay Kumar: Dobbiamo prima di tutto considerare che esiste un rapporto di interdipendenza tra povertà e vulnerabilità, per cui la probabilità di negazione dei diritti delle persone è maggiore, in caso di calamità, per coloro che vivono in condizioni di povertà. Talvolta si sostiene che la vulnerabilità è il risultato della posizione delle persone e della potenziale esposizione a pericoli quali inondazioni, uragani, tempeste e terremoti, o la loro vicinanza geografica al conflitto e zone di guerra. In realtà, vi è ampia evidenza che non è del tutto veritiero. Si può presumere che uno tsunami avrebbe ucciso chiunque sul suo cammino. In realtà, con lo tsunami del 2004 hanno perso la vita più donne e ragazze rispetto agli uomini e ragazzi. Anche guardando ai sopravvissuti vediamo che i più toccati e coloro che hanno subito più perdite o che hanno impiegato più tempo per riabilitarsi sono state le persone di sesso femminile. Inoltre, nel 2010, la morte e la distruzione sono state decisamente più gravi nel terremoto che ha colpito Haiti (con più di 250.000 decessi registrati) rispetto a quello del Cile (con circa 100 morti). Il tutto nonostante l’intensità del terremoto cileno sia stata sei volte maggiore. Anche se le ragioni di questa disparità sono riconducibili a molti fattori, il ruolo svolto dalla cronica povertà di fondo – Haiti è il Paese più povero dell’emisfero occidentale – non può essere sottovalutato. L’esperienza indica che i poveri hanno una capacità limitata per far fronte e superare una situazione di emergenza, e ci vuole molto più tempo per recuperare l’impatto dei disastri, soprattutto perché mancano le misure di sicurezza sociale e di supporto di cui godono i soggetti o i Paesi più benestanti.

Il ripetersi di tali catastrofi è indissolubilmente legato alla mancata possibilità, per i poveri e gli esclusi, di poter accedere e controllare le risorse che potrebbero mitigare l’impatto dei crescenti rischi (causati dall’uomo o da eventi naturali), determinando in tal modo povertà, maggiore vulnerabilità e, infine, catastrofi. L’esperienza suggerisce che i disastri sono il risultato visibile di tentativi falliti di sviluppo, la perpetuazione di esclusioni sociali e di processi di emarginazione, la mancanza di governance giusta ed equa e il fallimento di un giustizia redistributiva in materia di agricoltura sostenibile e mezzi di sostentamento. Questi fattori, tra gli altri, aumentano la vulnerabilità delle popolazioni povere rendendole esposte a vari rischi e pericoli.

 

RDG: Qual è l’approccio che ActionAid ha utilizzato nella gestione della recente crisi del Corno d’Africa?

BK: La siccità continua e la crisi alimentare in Africa orientale sono il risultato di una situazione che va oltre la siccità e le deboli precipitazioni delle stagioni delle piogge. Fra le cause vanno ricordate sicuramente l’instabilità e la situazione di conflitto presenti in Somalia, l’aumento dell’inflazione che in questi Paesi ha reso il costo della vita troppo alto (con i prezzi dei prodotti alimentari che in alcune aree sono più che raddoppiati nell’ultimo trimestre) e storici mancati investimenti per lo sviluppo e l’agricoltura. Il cambiamento climatico, inoltre, in tutto il mondo sta contribuendo all’incremento dell’intensità e della frequenza dei disastri naturali, tra cui certamente dobbiamo anche annoverare la siccità che ha riguardato l’Africa orientale intorno alla metà del 2011.

In risposta alla crisi che coinvolto il Kenya, ActionAid ha progettato un programma completo di tre anni con l’obiettivo di rafforzare la capacità di contrasto alla siccità e che mira a sostenere le comunità aiutandole a sopravvivere, a recuperare le perdite subite – in coltivazioni, animali e altri mezzi di sussistenza – e aiutarle a ricostruire le loro vite. Il nostro approccio a lungo termine mira a sostenere le persone facendole diventare meno vulnerabili a eventuali simili crisi future ma non solo. Il nostro intervento vuole ridurre anche altri tipi di vulnerabilità che spesso si accompagnano alle situazioni di emergenza, vale a dire la violenza contro le donne, il conflitto, eccetera

Lavorando a stretto contatto con le organizzazioni partner locali e le stesse comunità colpite dalla siccità, la strategia di risposta di ActionAid alla crisi in Kenya ha di fatto compreso iniziative quali lo sviluppo di un ampio piano triennale, frutto di una serie di consultazioni avvenute con le comunità (in particolare con le donne e le organizzazioni di donne), preceduto da un intervento di prima emergenza che ha consentito di fornire immediato sollievo alle persone vittime della carestia e della siccità attraverso la distribuzione di cibo (erogato attraverso programmi di alimentazione scolastica, distribuzione di generi alimentari supplementari per le donne incinte e in fase di allattamento e per i bambini di età inferiore ai cinque anni e programmi “Food for Assets”, attività in cui i membri della comunità si impegnano in progetti comunitari in cambio di cibo) e acqua (distribuita tramite autobotti e accompagnata da interventi di riparazione delle infrastrutture idriche e dei pozzi). Come la nostra risposta è progredita, abbiamo cercato di sostenere le comunità per recuperare l’impatto della siccità, attraverso iniziative di mezzi di sostentamento (tra cui il ripopolamento del patrimonio zootecnico, la fornitura di sementi e attrezzi agricoli, corsi di formazione sulle buone pratiche agricole), di sensibilizzazione con sessioni sui diritti delle donne e sulla mobilitazione dei giovani, e formazione in materia di PVA (analisi delle vulnerabilità partecipativa, uno strumento attraverso il quale le comunità imparano ad analizzare la propria vulnerabilità, agire per conto proprio per ridurla e avviare lobby locali, regionali e nazionali nei confronti di coloro che hanno il compito istituzionale di porre in essere misure volte a tutelare i diritti umani delle comunità). Per assicurare il miglior coordinamento, nella nostra azione di risposta, ci siamo inseriti nella rete composta dalle agenzie che danno attuazione all’attività di soccorso, dal governo nazionale e dalle istituzioni come la National Drought Management Authority e il Ministry for Development of Northern Kenya and other Arid Lands (MNKOAL).

Fra le attività svolte, abbiamo intrapreso un’azione di ricerca sociale in quattro Paesi (Kenya, Somalia, Tanzania e Uganda) raggruppando e analizzando dati relativi ai legami tra cambiamenti climatici e siccità in Africa orientale, all’impatto sui piccoli agricoltori e pastori (in particolare sulle donne) e sulla preparazione programmatica e politica e la risposta degli attori principali. Grazie ai risultati della ricerca sarà possibile sviluppare un approccio multi-Paese per affrontare le sfide del cambiamento climatico basandosi sul quadro globale di resilienza, il Comprehensive Resilience Framework. Infine, per contribuire ad aumentare la consapevolezza delle criticità sulla crisi legata alla siccità e alla carenza di cibo abbiamo intrapreso attività con i media a livello nazionale e internazionale mettendo in evidenza l’impatto del disastro sui gruppi più vulnerabili. Complessivamente, fino ad oggi abbiamo raggiunto 375.000 persone attraverso i vari interventi descritti in precedenza.

 

RDG: Per quale motivo adottare un approccio fondato sul rispetto dei diritti umani è un elemento essenziale anche quando ci si trova a lavorare in contesti di emergenza?

BK: La povertà è per ActionAid una condizione che insorge a causa di emarginazione e discriminazione, associate a violazioni dei diritti umani. Il nostro HRBA – approccio basato sui diritti umani – è un approccio allo sviluppo che si focalizza sul sostegno alle persone che vivono in povertà per fare in modo che si possano organizzare e rivendicare i loro diritti.

Probabilmente, il mancato rispetto dei diritti umani non è superiore durante i disastri. Le calamità e le emergenze hanno un impatto sproporzionato sui diversi gruppi, con i più poveri ed esclusi che soffrono di più le conseguenze. Tuttavia, lo sconvolgimento che deriva da queste emergenze offre grandi opportunità per affrontare le disuguaglianze e le relazioni di potere che possono aver negato i diritti delle persone in passato. Ciò sottolinea l’importanza di garantire che la strategia di risposta alle emergenze di ActionAid vada di pari passo alle strategie di lungo termine di sradicamento della povertà.

In tutti gli interventi di emergenza, ActionAid opera seguendo un approccio basato sui diritti umani. Siamo consapevoli che i bisogni fondamentali che emergono a seguito degli eventi calamitosi (di cibo, acqua, riparo, medicine, eccetera) sono diritti fondamentali che devono essere soddisfatti a breve termine, ma che devono essere collegate a un’azione di più lungo termine (compresa quella più politica e di advocacy) per garantire che i soggetti responsabili si assumano le loro responsabilità nel presente tanto quanto nel futuro.

I punti centrali del nostro approccio basato sui diritti sono: la promozione della partecipazione e della responsabilizzazione attiva di gruppi di poveri ed esclusi colpiti dal disastro nella progettazione, identificazione e attuazione dei programmi di emergenza; il lavoro in partnership e la costruzione di alleanze per far sì che gli Stati, i governi e le istituzioni siano effettivamente responsabili del rispetto, della promozione e protezione dei diritti dei gruppi sociali colpiti da emergenze e calamità; il lavoro con la comunità internazionale e il sistema delle Nazioni Unite per rafforzare la capacità degli Stati nell’essere garanti e nel mantenere le proprie responsabilità nei confronti dei cittadini. È importante notare che i tre aspetti del nostro approccio operano a tutti i livelli (locale, nazionale, regionale, internazionale) e sono fortemente connessi a metodologie partecipative come l’analisi partecipativa della vulnerabilità, che consente alle comunità di identificare le loro vulnerabilità a molteplici pericoli e prendere misure volte ad assicurarsi che i soggetti responsabili ne siano a conoscenza e si stiano attivando per le opportune tutele.

 

RDG: In che modo ActionAid può ridurre il rischio di catastrofi e l’impatto del cambiamento climatico sulle comunità insieme alle quali lavora?

BK: ActionAid può contribuire a ridurre il rischio di catastrofi e gli impatti del cambiamento climatico integrando la resilienza e la capacità di ripresa nel lavoro di risposta alle emergenze, assicurando il rafforzamento dei legami fra i contesti umanitari e di sviluppo. Inoltre, nella nuova strategia ActionAid si impegna a sostenere le comunità per far sì che diventino meno vulnerabili ai disastri sviluppando le conoscenze, le competenze e le capacità per preparare, mitigare, gestire e recuperare il prima possibile dall’impatto dei disastri. E due sono i fattori chiave di questo approccio: la necessità di costruire la resilienza a livello globale e la necessità di agevolare la leadership delle donne.

La riduzione del rischio di catastrofi è un componente fondamentale di tutti i nostri interventi di emergenza. In Kenya, la nostra risposta alla siccità e il programma di resilienza mirano a ridurre l’impatto di future e simili crisi attraverso iniziative concrete, come aiutare le persone a diversificare le loro fonti di sostentamento e attività in modo da renderli meno dipendenti da eventuali nuovi periodi di intense siccità, in combinazione con iniziative di policy e advocacy sulla responsabilità dei soggetti deputati a sostenere gli sforzi in materia (ad esempio, attuare efficaci sistemi di allerta precoce, facilitare la partecipazione della comunità alla gestione dell’acqua e delle risorse naturali, aumentare l’assegnazione e l’utilizzazione efficace delle risorse di sviluppo per le terre aride e semi-aride, eccetera).

Dato che il cambiamento climatico sta contribuendo a un aumento del numero e della frequenza dei disastri legati al clima, è importante che qualsiasi analisi e di azione per ridurre l’impatto dei cambiamenti climatici coniughi conoscenze locali e sapere scientifico.

 

RDG: In che modo l’eliminazione della disuguaglianza di genere e la promozione dei diritti delle donne potrebbero essere la strada da seguire?

BK: È ben documentato che le donne sono sproporzionatamente colpite da calamità e necessitano di maggior tempo per recuperare e uscire dalla situazione emergenziale. Le disuguaglianze preesistenti, la discriminazione strutturale e lo status inferiore percepito dalle donne all’interno di alcune società riguardo a condizioni sociali, economiche, culturali e politiche non fanno che aumentare la loro vulnerabilità alle calamità. Lo status diseguale delle donne in alcune società può portare all’errata convinzione che i loro bisogni e le loro preoccupazioni siano le stesse degli uomini. I loro sforzi notevoli, i bisogni e le preoccupazioni prima, durante e dopo le emergenze tendono quindi a essere invisibili a coloro che sono chiamati e che si impegnano a redigere i programmi di gestione e risposta alle emergenze – di fatto centrati sulle esigenze e sui bisogni prettamente maschili. Allo stesso tempo, le agenzie di risposta di emergenza e le organizzazioni tendono a riprodurre o a perpetuare molte delle disuguaglianze che si trovano in società già frammentate sulla base del genere, casta, classe, religione ed etnia. Di conseguenza, le donne sono spesso escluse dai processi di risposta, preparazione e mitigazione dell’emergenza. Allo stesso tempo, accade spesso che siano proprio le donne le prime persone a svolgere un ruolo positivo di recupero e gestione dell’emergenza all’interno delle loro comunità. ActionAid vede le donne non come vittime inermi che passivamente ricevono assistenza durante le calamità, piuttosto come i principali partecipanti – e a tutti gli effetti delle leader – nella risposta e nel processo di recupero. In tutti i nostri interventi di emergenza i diritti delle donne rappresentano un elemento trasversale, con priorità alle loro esigenze specifiche e promozione della loro protezione. Incoraggiamo la partecipazione attiva di donne e ragazze in tutte le fasi, assicurando che le loro voci siano ascoltate nei principali processi decisionali. Le emergenze sono spesso un periodo di grandi sconvolgimenti sociali ma possono anche essere un punto di partenza e fornire l’opportunità di colmare le disparità esistenti tra uomini e donne, attraverso la convinzione e l’impegno per una concreta trasformazione sociale.

Allo stesso tempo, il nostro approccio per uno sviluppo di lungo termine riconosce che le donne sono importanti fattori di cambiamento sociale per superare una condizione di povertà. Dato il rapporto di interdipendenza tra povertà e vulnerabilità è logico pensare che qualsiasi riduzione della povertà porterebbe anche a una diminuzione degli effetti delle catastrofi in qualsiasi data comunità. Quindi, lavorando con le donne per sradicare la povertà e l’ingiustizia (come facciamo attraverso iniziative in materia di agricoltura, istruzione, diritti delle donne, governance, eccetera) possiamo vedere ridotta la loro vulnerabilità ai disastri.

 

RDG: Quali sono le priorità di ActionAid per i prossimi anni?

BK: ActionAid vuole garantire che, nell’operare in contesti di emergenza, venga sempre seguito un approccio basato sui diritti umani. Le persone che vivono in povertà sono vulnerabili a una serie costante di shock e rischi, e vi deve essere il dovere di mantenere una qualità minima di vita e un livello di sicurezza umana. ActionAid si schiera a fianco delle persone che vivono in povertà e che sono emarginate, vale a dire i più colpiti dalle emergenze. Per i prossimi cinque anni, attraverso la nuova strategia internazionale, ActionAid ha l’obiettivo di fare in modo che le persone che vivono in 5.000 comunità in cui opera siano resilienti e maturino una maggior capacità di assorbire gli shock e recuperare dopo un disastro e che cinque milioni di persone in situazione di conflitto o calamità ricevano un aiuto che sia al tempo stesso rispettoso dei diritti umani, che permetta loro di ripristinare le condizioni di sussistenza e che dia centralità al ruolo svolto dalle donne. Per realizzare questo tutte le comunità saranno aiutate a identificare le diverse vulnerabilità e rischi che devono affrontare e a elaborare piani d’azione per affrontare il problema sui diversi livelli, locale, nazionale e internazionale.

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