Erdogan ritratta: «Gulen non l’Isis dietro la strage»

Turchia. Il presidente turco smentisce anche l’ipotesi iniziale dell’attentatore adolescente

Chiara Cruciati, il manifesto • 23/8/2016 • Guerre, Armi & Terrorismi • 585 Viste

Un giorno di festa trasformato in un cimitero, un matrimonio devastato da una carneficina. Domenica sera molte delle vittime dell’attentato di sabato notte perpetrato dallo Stato Islamico a Gaziantep erano già state seppellite: 54 morti, 29 di loro avevano meno di 18 anni, 22 meno di 14. Erano bambini che correvano incontro agli sposi, tra loro anche il kamikaze. Che pare non si sia fatto saltare in aria, ma sia stato fatto esplodere da un telecomando a distanza.

Se, come affermato in un primo momento dalle autorità turche che ieri sera non erano più sicure, si è trattato di un bambino tra i 12 e i 14 anni forse i suoi aguzzini hanno temuto che alla fine non compisse il massacro per cui era stato mandato. Non è la prima volta che un minore viene utilizzato per simili azioni: secondo un rapporto del Combating Terrorism Center dello scorso febbraio, sarebbero almeno 1.500 i minorenni miliziani Isis, di cui la stragrande maggioranza di cittadinanza irachena e siriana.

Uno di loro avrebbe devastato il quartiere Beybahce a Gaziantep. La città a maggioranza kurda, nel sud della Turchia, dista poca distanza dal confine con la Siria tanto da essere diventata uno dei principali centri di accoglienza di molti rifugiati siriani. Aleppo è a meno di 100 chilometri. Una frontiera che nonostante le millantante operazioni di pulizia di Ankara resta porosa al passaggio di miliziani e armi.

Già domenica mattina, poche ore dopo la strage, il presidente turco Erdogan aveva puntato il dito contro lo Stato Islamico. Poi nel calderone del terrorismo ha finito per mettere anche i veri nemici del governo di Ankara: l’imam Gulen e il Pkk.

Peccato che le vittime dell’Isis siano kurdi, peccato che il movimento di Gulen abbia sempre visto nei combattenti kurdi una minaccia. Addirittura Yasin Akyay, il portavoce dell’Akp, il partito di governo del presidente Erdogan, ha detto che «prove» della colpevolezza dell’Isis non ce ne sono e che al contrario il Pkk sarebbe dietro l’attentato: «A volte incidenti che favoriscono il Pkk vengono delegati a elementi di Daesh. Non c’è differenza tra Pkk e Daesh». Invece c’è. E in ogni caso è impensabile attribuire al Partito Kurdo dei Lavoratori una strage contro una comunità kurda. Lo sanno bene a Gaziantep: domenica all’arrivo di funzionari dell’Akp sul luogo dell’attacco, la gente ha protestato gridando slogan contro il presidente Erdogan e a favore del leader kurdo Ocalan.

Ma ieri il premier Yildirim ne ha approfittato per isolare ulteriormente il partito di sinistra pro-kurdo Hdp, da subito escluso dalla riconciliazione nazionale in cui il governo ha coinvolto le opposizioni di Mhp e Chp: «L’Hdp sostiene il Pkk. Come lo so? Perché non condanna i suoi atti di terrore».

Pare che una voluta confusione regni sovrana nelle stanze governative dove l’importante resta usare le stragi per rafforzare l’autoritarismo interno. Eppure domenica il premier Yildirim aveva individuato nella ragione dell’attacco il riavvicinamento tra la Turchia e la Russia e il conseguente (per ora solo annunciato) cambio di strategia nei confronti della guerra civile siriana: Ankara ha per la prima volta parlato della possibilità di un compromesso sul destino del presidente Assad. Non che possa restare al suo posto, ha specificato nei giorni scorsi lo stesso Yildirim, ma potrebbe partecipare alla prima fase dell’eventuale transizione politica.

Ieri gli ha fatto eco il ministro degli Esteri Cavusoglu: «Abbiamo 55mila persone nella lista nera e abbiamo deportato oltre 4mila foreign fighter». Ha poi ribadito la determinazione del suo paese a combattere lo Stato Islamico e a fornire alla coalizione internazionale tutto il sostegno possibile per «ripulire completamente» la frontiera con la Siria dalla presenza di estremisti.
E se non è possibile ancora sapere se l’attentato sia stato opera di una cellula islamista turca o da uomini provenienti dalla Siria, di certo si sa che il tipo di ordigno usato (una bomba riempita di chiodi e pezzi di metallo) è molto simile a quella utilizzata il 20 luglio 2015 a Suruc, contro una delegazione di attivisti turchi in partenza per Kobane.

Elementi che fanno pensare che si sia trattato piuttosto di una vendetta contro la comunità kurda: appena una settimana fa le forze di difesa kurde di Rojava, le Ypg, hanno liberato alla testa delle Forze Democratiche Siriane la città di Manbij, durissimo colpo per la strategia militare dello Stato Islamico che la usava come punto di transito dei rifornimenti dalla Turchia.

Di certo per i kurdi si sta aprendo una nuova fase, molto più temibile delle precedenti: con Ankara e Mosca di nuovo strette alleate e l’Iran pronto a dare il suo contributo, le ambizioni di indipendenza kurde saranno vittime dell’asse mediorientale che si sta venendo a creare. Non a caso ad Hassakah, proprio al di là della frontiera turca ma in linea d’aria vicina a Gaziantep, il governo siriano ha nei giorni scorsi bombardato per la prima volta i quartieri sotto il controllo delle Ypg.

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