Giustizia di classe, è tempo di riformarla

Intervista a Patrizio Gonnella, a cura di Alessio Scandurra (dal Rapporto sui Diritti Globali 2012)

Alessio Scandurra, Rapporto sui Diritti Globali 2012 • 19/8/2016 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali • 693 Viste

(dal Rapporto sui Diritti Globali 2012)

 

Si torna a parlare della violenza da parte delle forze dell’ordine. Tanto alcuni inquietanti fatti di cronaca, quando delle recenti produzioni cinematografiche, hanno in questi mesi contribuito a richiamare l’attenzione sul problema, che nelle parole del presidente di Antigone Patrizio Gonnella resta una piaga aperta nel nostro Paese. Sia nella gestione dell’ordine pubblico, che in quella delle carceri, il ricorso arbitrario alla violenza non è un fatto eccezionale, e anche da un punto di vista normativo il nostro Paese appare inadeguato per contrastare il fenomeno.

 

Redazione Diritti Globali: Partiamo dalle vicende dell’ordine pubblico. Non è chiaro se le nostre forze dell’ordine sono o meno coerenti rispetto al mandato costituzionale che attribuisce loro l’obbligo di svolgere le loro funzioni senza far uso arbitrario della forza. Sono i poliziotti a essere le vittime della violenza urbana oppure ne sono i responsabili?

Patrizio Gonnella: Verso la fine di febbraio 2012 tutti si sono complimentati con il giovane carabiniere che non ha reagito durante le manifestazioni nella Val di Susa. Un suo coetaneo manifestante lo scherniva chiamandolo “pecorella”. Quel carabiniere ha fatto il suo dovere. La retorica istituzionale e mediatica si è invece sprecata. Fiumi di parole sono state enunciate. L’ipocrisia si è rivelata nella sua più triste espressione pubblica. Opinion leaders si sono cimentati in evocazioni fuori luogo di Pier Paolo Pasolini. Le forze dell’ordine sono state raccontate dai media e dai politici dell’arco parlamentare come l’anello non violento del sistema che resta inerte ghandianamente di fronte alla violenza sociale diffusa. Ebbene, non è così oggi e non è stato così negli ultimi cinquant’anni.

Guardando solo agli ultimi dodici anni, l’ordine pubblico, da Napoli 2000 (Global Social Forum), passando per Genova 2001 (G8) in poi, è stato spesso gestito in modo militaresco non rispettando le regole dello stato di diritto. Anche nell’iconografia questo è stato evidente: tute mimetiche, caschi e manganelli, incedere al rumore del battito dei tacchi degli anfibi per terra, uso di mezzi e lacrimogeni senza risparmi. E poi violenza, violenza, violenza. E poi Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi. E poi la tortura ad Asti dove un giudice ha ben spiegato come funziona la violenza organizzata nei reparti di isolamento delle carceri. È giusto applaudire al comportamento responsabile di quel giovane carabiniere in servizio in Val di Susa, sapendo però che il sistema fino a oggi ha funzionato diversamente e male. A Bolzaneto o alla Diaz chi erano le vittime? Chi erano i carnefici? Molti di quei poliziotti, dal più basso in grado al più alto in grado, che hanno deviato rispetto all’uso legale della forza, sono stati coperti dai sindacati di polizia e protetti dalle istituzioni. L’impunità ha prevalso e ha prodotto carriere rapide. Detto questo, è sicuramente giusto lodare quel giovane carabiniere. Siamo allora conseguenti: facciamolo diventare un modello di ordine pubblico. Non diciamo però inesattezze e bugie. La sicurezza pubblica in Italia è usualmente gestita senza lesinare la violenza. Infine, va ricordato che la tortura non è un reato perché le istituzioni ne temono la codificazione.

 

RDG: Hai citato la manifestazione del G8 a Genova nel 2001. Questo è stato anche l’anno degli Orsi d’Oro ai fratelli Taviani e a Daniele Vicari, che ha presentato in Germania un documentario sui fatti della scuola Diaz, intitolato significativamente Diaz, Non Pulire questo Sangue.

PG: L’Italia ha trionfato al Festival del cinema di Berlino. Questa, di per sé, è ovviamente già una notizia. Non ci aggiudicavamo un Orso d’Oro dai tempi di Marco Ferreri e de La casa del sorriso, nel 1991. Ma la notizia non si ferma qui. L’Italia ha trionfato con un film che parla di carcere e di carcerati e che in un carcere e tra i carcerati è ambientato. I fratelli Taviani, con Cesare non deve morire, hanno raccontato e interpretato l’esperienza della detenzione in una maniera nuova e acuta, dolce e forte insieme. Hanno parlato di chi sta là dentro, che in questi giorni tendiamo a conoscere sempre e solo attraverso la lente della quantità (il carcere sovraffollato, quanti sono, quanti posti mancano, quanti devono uscire, quanti non usciranno), attraverso invece quella della qualità e della dignità umana: come recitano William Shakespeare e le loro vite, come si proiettano verso una vita futura e verso l’arte quale possibilità di apertura al mondo. Ce ne sarebbe abbastanza. Ma il vento che arriva da Berlino non si ferma ancora. Se il massimo riconoscimento della Berlinale è andato ai registi toscani, il premio del pubblico della Sezione Panorama se lo è aggiudicato ancora un italiano, Daniele Vicari. E con un film dove si sceglie di andare a guardare verso eventi e situazioni dalle quali tendenzialmente la storia nostrana ha distolto lo sguardo. Diaz. Non pulire questo sangue racconta gli accadimenti di quella “macelleria messicana” nella quale l’Italia, durante il G8 genovese del 2001, fu disposta per alcuni giorni a sospendere ogni diritto democratico e ogni trasparenza. C’è un filo rosso tra le due premiazioni. Un filo rosso che dobbiamo cogliere al volo e far diventare una fune, un cavo, un cordone. È un segnale culturale dalla valenza enorme. E siccome voglio pensare che la cultura sia fatta da tutti noi e che un Festival non sia che il sigillo ufficiale capace di sintetizzare l’animo di un’intera società, possiamo sperare che tante altre opere, riflessioni, parole seguiranno nella stessa direzione.

 

RDG: Tra le vicende da cui questo Paese ha a lungo distolto lo sguardo c’è stato certamente anche il carcere. Da qualche tempo però lo scenario appare leggermente diverso, il tema è finalmente entrato nell’agenda politica, quanto meno dei termini del contenimento del sovraffollamento, e così finisce che nella cronaca politica si parli di legge “svuota-carceri”. Ma, al di la dei nomi, veramente la legge voluta dal ministro Paola Severino ridurrà la pressione carceraria?

PG: Sbaglia chi ritiene che la legge “svuota-carceri” svuoterà le carceri. Si tratta di un tentativo, necessario ma non risolutivo, che va nella più modesta direzione di fermare la crescita di detenuti. Non produrrà una riduzione significativa della popolazione reclusa. Oggi abbiamo 22 mila detenuti in più rispetto ai posti letto regolamentari. Il piano di edilizia è fallito (fortunatamente).

La legge Severino si compone di tre pilastri: 1) estensione della possibilità di ottenere la detenzione domiciliare a chi ha da scontare meno di diciotto mesi di pena. Molte, troppe, però le fattispecie di reato escluse. Si tenga conto, inoltre, che la detenzione domiciliare è un’opportunità di uscita dal carcere in più rispetto alle altre misure alternative già esistenti. Quindi, la concessione della prima da parte della magistratura di sorveglianza andrà sicuramente a detrimento delle seconde; 2) trasformazione della custodia pre-cautelare in arresti domiciliari laddove vi è un fermo di polizia. È questa una misura che nella quasi totalità dei casi riguarda i reati di strada, e in particolare quelli commessi in violazione della legge sulle droghe, della legge sull’immigrazione o contro il patrimonio. Nei tempi lunghi avrebbe potuto avere una buona efficacia se non fosse che in sede di discussione parlamentare si sono moltiplicate le eccezioni. La custodia nelle camere di sicurezza delle forze dell’ordine non è invece un’alternativa migliore rispetto alla galera; 3) chiusura degli attuali sei ospedali psichiatrici giudiziari e contestuale apertura di venti piccole comunità psichiatriche regionali. L’intenzione è quella buona, gli esiti vedremo. Bisognerà monitorare il sistema e impedire che nascano venti piccoli ospedali psichiatrici giudiziari privati.

Come si vede, si tratta solo di misure tampone, segno di una nuova coscienza meno securitaria. Altro che legge “svuota-carceri”. All’inizio del 2012 Swg ha sondato l’opinione pubblica circa la questione delle carceri e ha rilevato che i due terzi circa della popolazione italiana ritiene che la soluzione del sovraffollamento sia una priorità. È giunto il tempo quindi di invocare le riforme di sistema: introduzione del crimine di tortura nel codice penale, istituzione di una figura indipendente di controllo di tutti i luoghi di detenzione, nuovo codice penale con un nuovo impianto sanzionatorio, abrogazione della legge classista sulla recidiva, abrogazione della legge xenofoba sull’immigrazione, abrogazione della legge ideologica e bacchettona sulle droghe. Infine, ben ci starebbe un cambio al vertice del Dipartimento antidroghe che è rimasto lo stesso dal tempo di Carlo Giovanardi ministro, ossia di colui che definì Stefano Cucchi malato e per questo inevitabilmente destinato alla morte.

 

RDG: Hai citato la legge classista sulla recidiva. Alcuni vi fanno riferimento anche come legge sulla prescrizione, altri come la “Salva Previti”. Alcuni come legge “Cirielli”, altri come “ex Cirielli”. Ma cosa è in effetti la legge n. 251 del 5 dicembre 2005, e perché è così importante la sua abrogazione?

PG: Si chiama legge Cirielli. Lui, Edmondo Cirielli, era originariamente un carabiniere. Poi è divenuto un parlamentare di Alleanza Nazionale. Oggi è presidente della Provincia di Salerno voluto dal Pdl. La legge che porta il suo nome è il simbolo più tragico della giustizia di classe. È una legge clemente coi ricchi e i potenti ma inflessibile coi poveracci e con tutti coloro che non possono assicurarsi una adeguata e costosa difesa. In quella legge fu previsto il raddoppio, o quasi, dei tempi di prescrizione per una serie di reati, tra cui quelli dei colletti bianchi. Fu anche previsto un aumento di pena e la perdita dei benefici per i recidivi reiterati. Chi sono i recidivi reiterati? Sono quelli che vivono di piccoli espedienti, come i piccoli consumatori e/o spacciatori di droghe oppure gli immigrati che entrano nel circuito perverso dell’illegalità amministrativa. Per cui i ricchi non vengono condannati, vista la durata irragionevole dei processi nei loro confronti. I poveri vengono puniti dopo qualche ora di udienza non solo per il fatto commesso, ma anche per il loro passato. Recentemente uno dei più ricchi, o forse il più ricco di tutti, Silvio Berlusconi, si è salvato grazie alla prescrizione. Sempre durante quest’anno, alcuni poliziotti penitenziari che torturavano detenuti si sono anch’essi salvati grazie alla prescrizione. Nel frattempo le galere si continuano a riempire di recidivi molto poveri. È questa una vera e propria ingiustizia di classe. Nel nome di una giustizia equa e non di classe, la Cirielli andrebbe abrogata in tutte le sue parti, nessuna esclusa. Proviamo tutti a chiederlo a gran voce. In modo da non avere i corruttori assolti. In modo da non avere giovani tossicodipendenti condannati a tanti anni di galera per fatti non di particolare gravità sociale. Riprendiamoci la giustizia.

 

RDG: Questo governo, i cui interventi. Come abbiamo visto, non hanno certo una portata tanto dirompente e radicale da giustificare il nome di “svuota-carceri”, ha però compiuto dei passi che certamente rappresentano un cambio di direzione rispetto alle politiche securitarie degli ultimi anni, e finalmente una presa d’atto della gravità della situazione attuale. In questo nuovo contesto tornano però anche vecchie tentazioni, come quella delle privatizzazione delle carceri.

PG: Vecchia e brutta storia quella della privatizzazione delle carceri. Nata negli anni del reaganismo ha trovato terreno fertile in Inghilterra. In Italia dal 1999 in poi ci sono stati molti tentativi di togliere il monopolio pubblico della esecuzione della pena. Iniziò Piero Fassino, quando era Guardasigilli, a dare messaggi in questa direzione. Poi ci provò il leghista Roberto Castelli dando vita a una società, la Dike Aedifica, che doveva vendere carceri vecchie e comprare carceri nuove, nonché fare affari penitenziari di varia natura. Non se ne fece nulla. Si avviarono le inchieste giudiziarie nei confronti dei consulenti edilizi del ministro ingegner Castelli. Per la Corte dei conti la società non esisteva, essendo stata illegalmente costituita. Poi Berlusconi, di rientro da un viaggio in Cile, disse che l’Italia avrebbe dovuto copiare il modello penitenziario privato cileno. A seguire, fallì il tentativo di assegnare alla comunità San Patrignano, allora retta da Andrea Muccioli, una casa lavoro in Emilia. Nell’ultimo decennio sono stati annunciati leasing immobiliare e project financing. Nel decreto liberalizzazioni è comparsa la seguente norma: «Al fine di realizzare gli interventi necessari a fronteggiare la grave situazione di emergenza conseguente all’eccessivo affollamento delle carceri, si ricorre in via prioritaria alle procedure in materia di finanza di progetto. È riconosciuta a titolo di prezzo, una tariffa per la gestione dell’infrastruttura e per i servizi connessi, a esclusione della custodia, determinata in misura non modificabile al momento dell’affidamento della concessione. È a esclusivo rischio del concessionario l’alea economico-finanziaria della costruzione e della gestione dell’opera. La concessione ha durata non superiore a venti anni». Una norma pericolosa, non conforme alla mission costituzionale del sistema penitenziario, inaccettabile dal punto di vista del diritto interno e internazionale. Dal 1990 le Nazioni Unite condannano quei Paesi, Usa in primis, che hanno adottato programmi selvaggi di privatizzazione. I diritti umani in quelle carceri sono considerati un optional accidentale. Nessuno può mettere naso nei bilanci e nelle politiche delle multinazionali della sicurezza. Sono ricomparsi i lavori forzati nel nome del lucro dei carcerieri. Le politiche penali le fanno le società private che hanno bisogno di detenuti per riempire le loro galere. Così negli Usa siamo arrivati a 2 milioni di prigionieri.

Ora anche in Italia compare una norma che conferisce ai privati la possibilità di costruire un carcere e gestirlo, previa concessione governativa. Ovviamente, un imprenditore fa un investimento del genere se sa che poi quel carcere si andrà a riempire. E dalla gestione della prigione che quell’imprenditore ci guadagna denaro. Le politiche penali messe nelle mani della cricca non sono proprio una bella cosa. In questo modo il sovraffollamento esploderà nel nome del profitto.

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