La cooperazione sociale guarda al futuro

Intervista a Massimo Campedelli, a cura di Susanna Ronconi (dal Rapporto sui Diritti Globali 2012)

Susanna Ronconi, Rapporto sui Diritti Globali 2012 • 21/8/2016 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali • 672 Viste

(dal Rapporto sui Diritti Globali 2012)

 

 

2012, Anno internazionale della cooperazione, un’occasione per fare il punto di una storia che, in Italia, è straordinaria, per valore sociale, economico, mutualistico, solidaristico. Una storia messa alla prova dai passaggi di questa fase, in cui alla stretta sul welfare si accompagna un drastico ridimensionamento delle opportunità di lavoro per e con il pubblico, mentre il profit diventa concorrenziale su terreni che fino a poco tempo fa non occupava, e gli inserimenti lavorativi delle fasce più deboli si confrontano con un mercato del lavoro espulsivo e una ripresa di là da venire. Come la cooperazione sociale possa ricollocare il proprio patrimonio insieme imprenditoriale, sociale e solidale è questione dunque all’ordine del giorno, perché il rischio è doppio, è quello della residualità, oppure, al contrario, dell’imprenditorialità senza più aggettivi. Ne parliamo con Massimo Campedelli, sociologo che ha a lungo indagato sui modelli di welfare e sul ruolo del Terzo settore, coordina il Laboratorio di Epidemiologia di Cittadinanza ed è membro del Laboratorio WISS/DIRPOLIS, – Welfare, innovazione, sviluppo e servizi – della Scuola Sant’Anna di Pisa.

 

Redazione Diritti Globali: La cooperazione sociale appare particolarmente segnata dalla crisi e dai suoi esiti: da un lato, è investita dai tagli radicali al welfare, un settore per cui ha tradizionalmente lavorato come provider, assumendo un ruolo via via crescente; dall’altro, le cooperative di tipo B stentano a collocare su un mercato del lavoro in crisi i soggetti più fragili, trovando reali difficoltà a ottemperare al proprio mandato. Tu ti sei occupato a lungo dei temi dell’impresa sociale e del no profit, soprattutto nel loro farsi attori in sistemi complessi: come descriveresti le sfide che stanno oggi di fronte alla cooperazione sociale italiana?

Massimo Campedelli: Viviamo in un momento di forte crisi economica, istituzionale e sociale, che colpisce e colpirà sempre più la cooperazione sociale stessa. Sta modificandosi la “costituzione materiale” del Paese – i rapporti, le regole, gli attori, i contenuti che definiscono l’orizzonte reale di riferimento della nostra convivenza – e siamo tutti chiamati a contribuire a una riflessione collettiva sull’uscita dalla crisi attuale, che sia capace di focalizzarsi sui cambiamenti necessari implicanti il sistema produttivo, le regole democratiche, la concezione di bene comune, il governo/regolazione del mercato del lavoro, e della finanza, gli stili di vita sostenibili e responsabili, in una prospettiva di equità e di sviluppo collegato alla sostenibilità per le persone e per il territorio. Il ruolo faticosamente conquistato dalla cooperazione sociale non è un dato acquisito: la diminuzione delle risorse pubbliche e private sta riducendo molti tra i servizi realizzati dalla stessa, e aumenta la presenza del privato profit in spazi tradizionalmente considerati suoi propri. Uno scenario che mette seriamente a rischio il patrimonio di competenze professionali e organizzative, di rapporti costruiti sul territorio e di modalità di lavoro qualificate inventate nel tempo. Insieme, cambia la mappa del disagio sociale: va ricapito come fare prevenzione, promozione e sviluppo di comunità in una situazione in cui la fragilità sociale slitta più facilmente – lo osserviamo ogni giorno – in malattia ed esclusione, con il moltiplicarsi delle persone in condizioni di svantaggio e la nascita di vere e proprie enclave di segregazione sociale. Al tempo stesso, cadono le barriere tra chi vive al margine e chi vive in una situazione di cosiddetta “normalità”, ma senza più le garanzie e le prospettive di vent’anni fa, inclusi gli stessi operatori e operatrici della cooperazione. Questo è il quadro, e dunque la domanda è radicale e riguarda l’essere impresa sociale: tutti ragioniamo, dentro la crisi, sulla necessità di un nuovo modello di sviluppo; ebbene, qual è l’idea di sviluppo di cui – oggi e qui – si fa portatrice la cooperazione?

 

RDG: Mi sembra che la tua domanda implichi la consapevolezza di un rischio, quello di restare schiacciati dalle logiche del modello attuale, fatto non solo di tagli a un mercato sociale “pubblico”, ma anche di selvaggia concorrenza nel mercato dei servizi e insieme di rincorsa a forme diverse di mercantilizzazione e privatizzazione delle prestazioni sociali. Se così fosse, la cooperazione perderebbe la sua spinta innovatrice e di attore sì dell’economia, ma anche – passami il termine – della giustizia sociale. Insomma, c’è in gioco “l’anima” oltre ai bilanci?

MC: In un certo senso sì, è una questione di identità, si tratta di ridefinire la propria identità che è doppia, in realtà, di attore sociale ed economico, dentro uno scenario che ha modificato entrambe gli orizzonti di riferimento. E di farlo senza diventare subalterni a visioni e logiche non condivise, ma che rischiano di essere subite. L’alternativa secca, operare nel mercato “per cambiarlo” o costruire un “mercato parallelo”, spesso trova risposte “schizofreniche” da parte dei diversi sostenitori della prima piuttosto che della seconda, tra quanto dichiarato e quanto praticato effettivamente.

Il non profit imprenditoriale dovrebbe muoversi per configurarsi come terzo pilastro dell’economia, insieme all’economia privata profit e all’economia pubblica, con propri caratteri distintivi riconoscibili e con proprie capacità di interrelazione con gli altri pilastri. E deve farlo senza credere che sia solo una questione di migliori competenze gestionali e tecniche – che certo ci stanno e sono importanti – ma puntando su un nuovo ruolo sociale: anche chi non ha mai pensato di aver bisogno o di volersi relazionare con la cooperazione sociale può oggi cominciare a pensare che nella cooperazione trova risposte adeguate. Adeguate sul piano economico, imprenditoriale, sociale e culturale.

Qualche esempio: il pubblico è in crisi per tagli e limiti alla esternalizzazione, ma ha sempre più bisogno di una funzione di co-progettazione e interrelazione con le comunità locali; i cittadini-utenti-clienti sono sempre più soli, in un mercato sociale, un welfare market, dove non sanno orientarsi e scontano una asimmetria informativa che li espone a forti rischi; la governance delle utilities e la gestione di quei beni comuni che vanno sottratti alla mercantilizzazione in nome di un diverso approccio non centrato sul profitto. Si tratta di dimostrare sia all’economia profit che a quella pubblica, che il non profit imprenditoriale non è “solo” ammortizzatore sociale diffuso, non “solo” inserisce nel mondo del lavoro persone svantaggiate, non “solo” è uno strumento per sviluppare attività in settori in cui serve una maggiore produttività delle risorse umane, ma possiede qualità specifiche verso ambiti innovativi e cruciali.

 

RDG: Una prospettiva di valorizzazione, dunque e non di residualità verso il pubblico o di secca competitività con il profit. Un compito difficile, però: quali sono secondo te le precondizioni per andare avanti su questa strada e i primi passi concreti?

MC: Ci vuole uno strabismo, intanto, che riguarda reti e modelli operativi: da un lato, partecipare a forme di partnership (consortili o similari) di tipo imprenditoriale, dall’altro, stare legati a movimenti e forme associative garanti della cultura imprenditorial-sociale ma non coinvolte direttamente nella dimensione imprenditoriale. Questo rispetta quella doppia identità di cui abbiamo detto, la cui perdita rischia di inchiodare la cooperazione a una competizione perdente. Serve anche uno “svecchiamento”: la dirigenza della cooperazione soffre di un invecchiamento imprenditoriale più che anagrafico. Dare ruolo e voce ai giovani e alle differenze culturali è un obiettivo non rinviabile. E poi serve uscire dall’alternativa tra la fornitura in outsourcing (per il pubblico) e il marketing diretto (competitivo con il profit): vale a dire, tra essere fornitore e progettista per gli Enti Pubblici ed essere produttore per il mercato, la cooperazione sociale non dovrebbe essere anche, insieme, qualche cosa d’altro? Non era/è più “ricca” la sua mission originaria?

C’è un bagaglio, in termini professionali e lavorativi, che ha fatto sì che si potesse bilanciare l’esigenza di guadagnarsi da vivere con quella di fare un’attività e avere un impegno coerente con il proprio bagaglio etico, culturale e politico. È questo che va aggiornato sull’oggi: il lavoro cooperativo come strumento per fare della propria libertà (di impresa) una risorsa per la emancipazione, la propria e quella degli altri. Alla fine di un ciclo economico di cui non si conoscono gli sbocchi, ma che sappiamo che determinerà cambiamenti profondi, vi è questo patrimonio “antropologico” che deve essere valorizzato e rilanciato. Se fino a pochi anni fa si è stati capaci di portare un “soggetto svantaggiato”, anche marginale (detenuto, tossicodipendente, disabile, persona con problemi di natura psichica) dentro percorsi di emancipazione e inclusione tali da modificare radicalmente la loro condizione, che dire oggi di ciò che si può attivare nei confronti dei milioni di persone che sono sul margine, a rischio o vulnerabili? La categoria di “svantaggio” oggi si declina con “fragilità”, con potenziale incapacità di affrontare le fratture nei percorsi di vita, ed è diventata un minimo comun denominatore per fasce sempre più ampie di popolazione.

Parliamo di centinaia di migliaia di persone e famiglie senza garanzia di reddito; di giovani che rischiano di rimanerne fuori per sempre dal mercato del lavoro, o di andare ad alimentare quella area grigia fatta di economia sommersa, più o meno illegale, precaria, appunto a rischio. Sono queste persone in carne e ossa che pongono domande “vitali”, per sé ma anche per la cooperazione stessa: può quel “patrimonio antropologico” elaborare risposte, strategie, per questa nuova fragilità? Credo di sì, ma va detto che negli anni se si è lavorato molto per diventare bravi gestori e accrescere le competenze gestionali, non si è fatto altrettanto per sviluppare le istanze culturali e politiche che stavano alla base di queste esperienze. È come se si fosse abdicato a generare linguaggi condivisi, nuovi codici per dirsi e per dire, per dare memoria alla storia di cui si è portatori e per condividerla con gli altri. Sempre più, oggi ci si chiede cosa sarà la cooperazione sociale nei prossimi vent’anni anni: per rispondersi bisogna darsi le parole, o meglio, i significati adeguati delle parole.

 

RDG: Nel corpo sociale si stanno moltiplicando culture e esperienze di neomutualismo, vuoi per far fronte a bisogni altrimenti inevasi, vuoi per sperimentare forme nuove e più ricche di socialità, vuoi, ancora per obiettivi di partecipazione e protagonismo sociale. Questa diffusa rete di pratiche e la cultura che le informa, hanno a che fare in qualche modo con la cooperazione sociale “strutturata” e con le domande che si sta ponendo? Possono essere sponda e stimolo?

MC: Mutualismo ha tanti significati. Per capirci, un conto è accomunarsi e costituirsi in cooperativa tra famiglie per rispondere a bisogni impellenti, quali la gestione della non autosufficienza, altro è agire mutualisticamente per spartirsi potere e risorse della pubblica amministrazione o di settori dell’economia. Nel primo caso quei soggetti sono portatori di istanze di solidarietà e di diritto tendenzialmente universalistiche, nell’altro di sopraffazione e di negazione dei diritti altrui. In questo senso, la cooperazione sociale non è mai stata solo mutualistica, o comunque ha rappresentato un’idea di mutualismo virtuoso, civico. Se partiamo da situazioni emblematiche dei processi di crisi della nostra società il mutualismo, virtuoso e civico, è da riscoprire, e non solo per soggetti in condizione di marginalità, ma anche per persone-condizioni-popolazioni che potremmo definire “popolari”. Se consideriamo portatori di interessi convergenti l’assistente familiare con la famiglia che la assume; il lavoratore che ha un posto fisso e il figlio giovane precario; il consumatore attento che vorrebbe un’economia più giusta e prodotti più sani con chi li produce, allora il mutualismo è una prospettiva, certo non unica, per ripensare servizi di welfare, in particolare per bisogni oggi non coperti né dal pubblico né dal mercato.

Credo che il futuro prossimo imporrà risposte mutualistiche inedite non solo “per la” ma anche “nella” cooperazione sociale, e questo ha delle conseguenze anche sui modelli organizzativi e sulle soluzioni giuridiche fino a ora adottate. Il futuro della cooperazione sociale non è detto che sia solo la legge 381/90, e la stessa normativa sull’impresa sociale, anche se non soddisfacente, tuttavia già indica il bisogno di sperimentare nuove forme.

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