Dopo la favola del libero mercato, lavoro dignitoso e sindacato globale per vincere la crisi

Dopo la favola del libero mercato, lavoro dignitoso e sindacato globale per vincere la crisi

Intervista a Leopoldo Tartaglia, già coordinatore del dipartimento Politiche globali della CGIL, a cura di Orsola Casagrande (dal Rapporto sui Diritti Globali 2013)

All’evidente schizofrenia dei soggetti della cosiddetta “governance globale” non corrisponde, a parte alcune eccezioni importanti in Sud America, avanzamento di ipotesi e di “culture” che affermino un nuova idea di “pubblico” o di “bene comune”, argomenta Leopoldo Tartaglia, coordinatore del dipartimento Politiche globali della CGIL.

 

Redazione Diritti Globali: A fine 2012 si è svolto a Ginevra il 1° Forum annuale Impresa e Diritti Umani dell’ONU. Un evento importante perché sancisce ancora una volta, anche se forse con ritardo, che sempre più la questione dei diritti coinvolge direttamente il lavoro. Anzi, l’erosione dei diritti avviene – almeno in alcuni Paesi, europei soprattutto – proprio a partire dai diritti del lavoro. Il Forum è un luogo teorico, nella pratica invece a che punto siamo, in Italia e in Europa?

Leopoldo Tartaglia: Per la verità, la CGIL ha dato un giudizio piuttosto critico sul Forum e sugli intenti dichiarati dei promotori. Il professor John Ruggie, già relatore speciale del segretario generale dell’ONU e principale ispiratore dei Principi Guida delle Nazioni Unite su Imprese e Diritti Umani, ha esplicitamente dichiarato che si tratta di uno strumento di «responsabilità sociale» delle imprese che intende superare quella che, secondo Ruggie, sarebbe la «doppia inefficacia di standard internazionali vincolanti e troppo prescrittivi e iniziative volontarie troppo poco ambiziose».

In altre parole, assistiamo dentro lo stesso sistema delle Nazioni Unite a un’evoluzione del Global Compact, ma con un’esplicita messa in mora dell’agenzia preposta alla formulazione e al monitoraggio dell’applicazione delle norme internazionali del lavoro: l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL o ILO, nella sigla inglese). Quest’ultima – non va dimenticato che nasce nel 1919, con la Società delle Nazioni e si “rifonda” nel 1944 con la Dichiarazione di Filadelfia, uno dei cui principi base è «il lavoro non è una merce» – è l’unica organizzazione multilaterale a base tripartita, dove i governi sono bilanciati dalla presenza paritaria dei rappresentanti dei lavoratori e degli imprenditori, e ha per compito istituzionale quello di definire i diritti del lavoro internazionalmente riconosciuti. Gli Stati membri (185 a oggi) partecipano alla definizione di queste norme internazionali e hanno l’obbligo di applicarle, attraverso la ratifica delle singole convenzioni, e di “rendere conto” periodicamente della loro applicazione, anche nel caso di convenzioni non ratificate.

Diversamente dalle controversie commerciali in sede Organizzazione Internazionale del Commercio (OMC – WTO), l’ILO non ha strumenti sanzionatori, ma il continuo monitoraggio sull’applicazione delle norme costituisce un fatto politico di rilievo, tant’è vero che i governi tentano di sottrarsi alla discussione sulle loro violazioni – che avviene annualmente nella Conferenza Internazionale del Lavoro – e gli imprenditori lo scorso anno, per la prima volta nella storia dell’ILO, hanno impedito la discussione dei casi come “forma di lotta” contro il Comitato indipendente di esperti chiamato a monitorare l’applicazione delle norme e il suo – secondo gli imprenditori – giudizio estensivo sul diritto di sciopero, come logica conseguenza delle convenzioni (87 e 98) sulla libertà di organizzazione sindacale e di contrattazione collettiva.

Possono sembrare aspetti tecnici, ma in realtà si tratta dell’altra faccia delle politiche neoliberiste e di deregolamentazione del mercato del lavoro. Vengono imposte nei diversi Paesi e, a livello multilaterale, si sono tradotte nel sempre più pesante tentativo di inficiare il ruolo di normazione e di monitoraggio dell’ILO. Naturalmente, non con la stessa intensità da parte di tutti i governi. È in questo quadro che gli imprenditori, le multinazionali e i governi dei Paesi “donatori” (Stati Uniti, Scandinavi, Olanda, per citarne alcuni) preferiscono finanziare e sostenere iniziative globali di “responsabilità sociale” su base volontaria, che non pongono obblighi a imprese e governi. Non ci sarebbe bisogno di tutto il proliferare di codici etici, iniziative di certificazione, associazioni internazionali di monitoraggio, ecc. se le imprese rispettassero, in tutti i Paesi in cui intervengono, le leggi nazionali e le norme internazionali. Così non è, evidentemente, e la maggior parte delle imprese che aderiscono a iniziative di “responsabilità sociale” lo fanno principalmente per rifarsi una verginità verso i consumatori, che sono i più temuti tra i famosi “stakeholders”– mentre in genere poco si preoccupano dei lavoratori e dei sindacati.

Le misere, a volte semischiavistiche, condizioni di lavoro nella catena globale di subfornitura sono ormai evidenti a tutti. Ma le violazioni delle multinazionali riguardano, come noto, anche l’ambiente, la corruzione, l’evasione fiscale più o meno legalizzata. Perfino l’OCSE – su impulso del G20! – ha recentemente diffuso uno studio preliminare sulle pratiche di slittamento legale delle imposte da parte delle multinazionali che, tra trasferimenti interni di merci e servizi e dislocazione dei profitti, pagano su questi ultimi percentuali irrisorie di tasse, nei paradisi fiscali o comunque nei Paesi con le tassazioni più favorevoli, privando di un enorme gettito i Paesi in via di sviluppo, ma anche quelli industrializzati dove hanno sede. L’OCSE, del resto, dal 1976 ha emanato delle Linee Guida sulle Multinazionali, non certo per filantropismo o per attenzione ai diritti, ma per evitare concorrenza sleale tra loro. Le Linee Guida – anche con il contributo dei sindacati, che hanno dentro l’OCSE un proprio comitato consultivo (il TUAC, Trade Union Advisory Committee) – sono state riaggiornate nel 2011 e hanno anche incluso i principi guida dell’ONU sui diritti umani. Ma ciò che differenzia le Linee Guida è ancora il vincolo, per i 43 governi aderenti, alla loro promozione e attuazione, anche con un meccanismo di ricorso, da parte di sindacati e società civile, contro le multinazionali dei Paesi aderenti che le violino, in qualsiasi parte del mondo esse agiscano.

 

RDG: Tra i diritti sempre più violati a livello internazionale c’è sicuramente quello a un lavoro dignitoso. Il sindacato, a livello mondiale, ha lanciato una campagna che culmina nella Giornata per il lavoro dignitoso a ottobre. Per la CGIL lavoro dignitoso è presupposto per uscire dalla crisi globale che sta investendo il pianeta. In che senso?

LT: Se potessimo guardare alla crisi globale e ai comportamenti politici con un certo distacco – che non ci è consentito per il dramma sociale che ogni giorno si aggrava, nel nostro Paese, in Europa e in molti Paesi “terzi” – ci sarebbe da sorridere per l’evidente schizofrenia dei soggetti della cosiddetta “governance globale”. Ormai non c’è istituzione internazionale che non riconosca che alla radice della crisi sta l’enorme crescita delle diseguaglianze a livello globale e all’interno dei singoli Paesi, che ha sempre più concentrato la ricchezza nelle mani di pochi – che a loro volta l’hanno indirizzata alla crescita stratosferica della speculazione finanziaria – mentre ha portato a livelli sempre più estremi di povertà enormi masse di lavoratori e di ceto medio, riducendo notevolmente i consumi e, alla fine, bloccando l’economia. La crisi nasce negli USA dove da vent’anni il salario medio è stagnante o in calo e l’alto livello dei consumi è stato possibile solo per il gonfiarsi del credito ai privati (e del conseguente debito delle famiglie), “garantito” dai mutui immobiliari. Ma quando la bolla immobiliare è scoppiata non c’era più “garanzia” reale sul debito cumulato e tutto il sistema è andato a scatafascio, sulle spalle di quei lavoratori e di quel ceto medio che si sono trovati indebitati, senza casa, spesso senza lavoro, comunque con salari e stipendi ancora più bassi. E qui sta la schizofrenia. Perché mentre Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, OCSE, Banca Centrale Europea, ecc., accettano questa analisi, dall’altra parte continuano a proporre “ricette” di “riforme strutturali” mirate ad abbassare i costi, ridurre i salari, precarizzare il lavoro, abbassare le prestazioni del welfare (per quel 20% del mondo che lo possiede) lasciando sostanzialmente intatte le prerogative e i privilegi di un sistema finanziario deregolato che ha “vampirizzato” l’economia reale. Dall’altro lato, vediamo che in importanti e grandi Paesi sono stati fatti passi enormi per portare centinaia di milioni di persone e lavoratori fuori dalla povertà estrema, in Cina, India, Brasile e altri Paesi “emergenti”. Ma molto spesso al prezzo di colossali fenomeni di sfruttamento e di altrettanto vasti innalzamenti delle diseguaglianze interne.

Insomma, quello che l’ILO e i sindacati definiscono come “lavoro dignitoso” e che, nei Paesi europei, almeno, ritenevamo la soglia minima di diritti sociali e del lavoro da promuovere per i Paesi in via di sviluppo, è assente in buona parte del mondo e sta diventando un obiettivo per le stesse esperienze sociali e democratiche avanzate. Per “lavoro dignitoso” si intende un lavoro “liberamente scelto”, rispettoso dei basilari diritti umani e sindacali, coperto da protezioni sociali corrispondenti ai principali diritti umani (acqua, cibo, educazione, salute, malattia, vecchiaia) e con un salario dignitoso per sé e la propria famiglia. Ora vediamo, purtroppo, quanto questa definizione sia lontana dalle condizioni di oltre un miliardo e mezzo di lavoratori che guadagna meno di due dollari al giorno, e dell’altrettanto e forse più grande massa completamente priva di istituti di protezione sociale. Ma, sempre più, il lavoro dignitoso è minacciato in Italia e in Europa. Non c’è lavoro dignitoso, naturalmente, per i milioni di disoccupati europei (molti privi di qualsiasi sussidio); non per i migranti privi di documenti e costretti al lavoro nero; non per un numero crescente di precari non tutelati di fronte alla malattia e alla futura pensione; non per le migliaia di morti sul lavoro e per le centinaia di migliaia di vittime di incidenti sul lavoro e di malattie professionali. Ma, tornando al quadro macroeconomico, al di là della schizofrenia delle istituzioni internazionali e dei governi – ancora proni al cosiddetto “Washington consensus” – non c’è uscita dalla crisi se non si rimette in moto l’economia reale con politiche centrate sulla creazione di posti di lavoro di qualità, ben retribuiti, coperti dalla contribuzione e dagli altri servizi e diritti dello Stato sociale. Del resto, questa è stata l’esperienza dei cosiddetti “trenta gloriosi” del secolo scorso.

 

RDG: Nella sua riunione plenaria, a dicembre 2012, il TUAC, il Comitato Consultivo Sindacale presso l’OCSE, ha sottolineato che se si riconosce che la crescita delle diseguaglianze è una delle principali cause strutturali dell’attuale crisi economica globale, la strada da seguire è quella di rafforzare, in termini quantitativi e qualitativi l’occupazione stabile, di qualità e ben retribuita, rafforzando – invece di attaccarlo pesantemente come stanno facendo i dettami della “Troika” Commissione Europea, BCE e FMI – il ruolo del sindacato e della contrattazione collettiva, come principale strumento per la crescita dei redditi da lavoro e una più equa distribuzione dei redditi.

Nelle proposte del TUAC, il ruolo dello Stato è centrale per la ri-regolazione dei mercati finanziari; per la ri-regolazione del mercato del lavoro; per la promozione di nuove politiche industriali che affrontino i temi dell’economia verde e della “chiusura” dei cicli con zero emissioni, zero rifiuti e zero esposizione a sostanze nocive e pericolose; per la promozione di politiche attive del lavoro basate sull’istruzione di qualità, sulla formazione lungo l’arco della vita, sul sostegno alla disoccupazione e a reali politiche attive sul mercato del lavoro.

Non ti sembra che a monte però manchi una discussione – che invece altrove si sta facendo – sul significato e sul ruolo, necessariamente diverso dal passato, che dovrà avere necessariamente lo Stato?

LT: Sì, questa discussione, nel sindacato internazionale non c’è o, comunque, non emerge a sufficienza. Però, dobbiamo capirci, anche a rischio di passare per “conservatori”. A parte forse alcune importanti esperienze nell’America del Sud, non vedo a livello internazionale, globale, un avanzamento di ipotesi e di “culture” che affermino un nuova idea di “pubblico” o di “bene comune”. Nonostante la crisi globale e l’opinione largamente diffusa del fallimento del mercato, sul piano economico, politico, istituzionale continuano a prevalere le pratiche e le culture neoliberiste. Negli scorsi trent’anni ci è stato predicato – e soprattutto praticato – che lo Stato doveva ritirarsi dall’economia, che il mercato, lasciato libero e completamente deregolato avrebbe da sé creato e diffuso “equamente” – per la semplice legge della domanda e dell’offerta – maggior ricchezza, che le privatizzazioni di attività produttive e servizi avrebbero soddisfatto in maniera più efficiente i bisogni delle persone e, su scala globale, ridotto, se non cancellato, la povertà. Per i neoliberisti e gli apologeti del mercato anche le diseguaglianze sono “sane”: comunque la ricchezza sarebbe “sgocciolata” dai sempre più ricchi ai più poveri, in una soluzione “win win”, vincente per tutti. La furia antistatalista, o, se preferiamo, contro l’intervento pubblico, si è immediatamente placata quando è stato necessario pompare nelle casse vuote di banche e istituti finanziari decine di migliaia di miliardi di soldi pubblici, o, meglio, dei contribuenti, per evitare l’epidemia di bancarotte. Passato il peggio – anzi, anche durante i salvataggi – imprese e banche hanno continuato a fare profitti, gli amministratori delegati e i manager hanno continuato a distribuirsi guadagni da favola e, soprattutto, centinaia, quando non migliaia di volte superiori ai salari medi (!!) ed è ritornata fortissima, di fatto ancora egemone, la favola della libertà di mercato.

Se guardiamo, come dicevo prima, alle economie emergenti, sia la loro impressionante crescita economica che i, parziali e contraddittori, miglioramenti redistributivi derivano da economie capitaliste in cui è comunque forte – in una maniera o nell’altra – l’intervento diretto e la regolazione dello Stato nell’economia. Il sindacato mondiale fa un ragionamento, forse semplice, ma in qualche modo realistico: è necessario che i governi cambino la direzione del loro intervento in economia (perché, come ovvio, anche la deregolazione, a partire dai mercati finanziari, è un intervento pubblico!) con nuove regolazioni (del mercato e delle istituzioni finanziarie, ma anche, in senso contrario a quello sostenuto dal FMI e applicato, ad esempio in Italia, dalla “riforma” Fornero, dei mercati del lavoro, a favore del lavoro stabile e di qualità), con una politica industriale fatta di indirizzi, ma anche di investimenti pubblici, con il potenziamento – soprattutto nei Paesi emergenti e in via di sviluppo, ma non solo – dell’istruzione, della formazione, della sanità, delle protezioni sociali, che non sono costi, ma investimenti per la crescita e lo sviluppo.

C’è poi l’enorme questione del cambiamento climatico e dell’economia “verde” – sui quali il sindacato sta tentando di rimontare i ritardi – che richiede, a livello nazionale, e soprattutto a livello globale, scelte drastiche di orientamento e di investimento, politiche di trasformazione dell’industria, dei servizi, del trasporto, delle città, politiche per la transizione da posti di lavoro “obsoleti” e inquinanti a posti di lavoro “verdi”, ridisegno dei cicli e dei materiali, ripristino dell’ambiente. Tutte politiche che non possono essere lasciate al mercato e che implicano un forte intervento pubblico, degli Stati. Il sindacato mondiale non può che riferirsi ai governi e alle istituzioni internazionali, come sue controparti. Non ci sfugge che rimane il tema grande come una casa della trasformazione degli Stati, della partecipazione democratica reale, in una crisi drammatica della democrazia come la conosciamo, in parte messa in crisi proprio dai processi di globalizzazione, dal predominio dell’economia sulla politica, dallo spostamento delle sedi decisionali, sempre più accentrate e lontane, pensiamo alla Commissione Europea, ma anche, appunto, a decisioni che dovrebbero essere globali!

 

RDG: Com’è e come dovrà essere, secondo la CGIL, la cooperazione al tempo della crisi? Che tipo di progetti di cooperazione andrete a realizzare in questo 2013?

LT: Dividerei la risposta in due parti, una più generale, l’altra che ci riguarda più direttamente. Sul piano più generale siamo in una fase importante, perché stanno arrivando a compimento gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, con un bilancio in chiaro scuro, e si è aperta – anche con Rio +20 – la discussione sugli obiettivi globali del dopo 2015. In un quadro che, prima ancora che dalla crisi, è segnato dalle grandissime trasformazioni economiche a livello globale. Mentre peggiora, in termini assoluti e relativi, la situazione dei Paesi in conflitto e di molti dei Paesi a più basso reddito, i Paesi più poveri del pianeta, altri Paesi che nel 2000 erano ancora tra i principali o potenziali destinatari degli aiuti allo sviluppo e della cooperazione si sono affermati sulla scena globale come nuove potenze economiche: basti pensare, appunto, all’India, alla Cina, al Brasile. La cooperazione Sud-Sud diventa sempre più importante; la Cina “conquista” economicamente l’Africa, e anche Paesi dell’America del Sud; i flussi degli investimenti esteri continuano a concentrarsi – soprattutto quelli produttivi – verso questi Paesi, ma è iniziato anche un forte flusso “di ritorno” da questi; le rimesse degli immigrati superano abbondantemente – anche con la flessione dovuta alla crisi in Europa e negli USA – gli aiuti pubblici allo sviluppo; tra i Paesi dell’OCSE è la Turchia ad avvicinarsi maggiormente all’obiettivo dell’0,7% del PIL in aiuto pubblico ed è comunque il primo tra i Paesi più industrializzati. Insomma, è cambiato tutto. E, a causa delle crescenti diseguaglianze tra gli Stati e all’interno degli Stati, la povertà globale non è concentrata solo nei Paesi più poveri, ma il numero assoluto maggiore si trova all’interno dell’India, che, d’altra parte, non è più considerata, per esempio dall’Europa e dall’Italia, un Paese “eligibile” per la cooperazione allo sviluppo. Il confronto a livello globale, in sede ONU, sul dopo 2015 si sta muovendo verso i cosiddetti Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, che – almeno nelle intenzioni di una parte dei governi e, pur in una discussione che è solo all’inizio, per il movimento sindacale – dovrebbero riguardare non solo i Paesi più poveri e “in via di sviluppo”, ma tutti i Paesi, fissando obiettivi verificabili di “sviluppo sostenibile”. È importante che a Rio – pur nell’ennesima conferenza sostanzialmente inconcludente – siano stati confermati tra i pilastri della “sostenibilità”, insieme agli improcrastinabili obiettivi di salvaguardia e trasformazione ecologica, gli elementi del progresso sociale e civile, come la protezione sociale universale (il cosiddetto Social Protection Floor) e il lavoro dignitoso. L’Italia sta in questa discussione dal basso del suo taglio di circa l’80% delle risorse per la cooperazione allo sviluppo e dell’essere, con l’0,13 % del PIL, il fanalino di coda tra i Paesi industrializzati negli aiuti pubblici allo sviluppo. D’altra parte, l’Unione Europea nel suo complesso è invece il primo “donatore” e ha già presentato un suo documento di discussione sul dopo 2015. Come anche l’iniziativa del ministro Andrea Riccardi – con il suo Forum della Cooperazione – ha dimostrato, il problema rimane quello delle coerenze delle politiche tra pubblico e privato (sempre più, anche per il taglio dei bilanci pubblici, gli investimenti privati vengono “integrati” nella cooperazione e viceversa), tra governi e istituzioni internazionali, tra aiuti allo sviluppo, investimenti esteri e accordi commerciali multilaterali e bilaterali.

Per quanto riguarda la cooperazione della CGIL, siamo in una fase di riorganizzazione del nostro intervento, puntando di più su un sistema decentrato e a rete e, un po’ per necessità, un po’ per scelta, sulle nostre (limitate) capacità di raccogliere risorse. Stiamo anche cercando di rendere sempre più “sindacale” la nostra cooperazione, concentrando i progetti sulla partnership con altri sindacati sui temi dei diritti del lavoro, dell’organizzazione e sindacalizzazione dei precari e del lavoro informale, del grande contributo dei migranti alle economie dei Paesi di origine e dei Paesi di emigrazione. Abbiamo lavorato e abbiamo un “occhio di riguardo” per il Mediterraneo (dai Balcani, alla Tunisia, alla Palestina, al Sahara Occidentale) e all’America del Sud, ma abbiamo anche importanti progetti e relazioni in India (con l’organizzazione di donne SEWA) e nell’Africa subsahariana.

 

RDG: Anche il 2013 sarà purtroppo un anno segnato dalle guerre e dalle rivolte. La CGIL ha salutato con favore la decisione dell’ONU di riconoscere la Palestina come Stato Osservatore. Allo stesso tempo, si è espressa sulla guerra in Siria così come sull’intervento francese in Mali in favore di un dialogo piuttosto che di un intervento armato. Quale può essere il ruolo del sindacato per promuovere appunto il dialogo?

LT: Il sindacato di per sé, come soggetto centrale della società civile, è organizzazione di dialogo, dialogo sociale, per l’appunto. Le guerre chiudono ogni spazio di dialogo. Sono ferocemente distruttive delle persone – sempre più le vittime sono prevalentemente civili; il massacro in corso in Siria colpisce tragicamente anziani, donne, bambini, prima di tutti – e del tessuto sociale. Si mangiano il presente, ma anche buona parte del futuro; basti pensare che la maggior parte dei conflitti in corso ha le sue radici nei lasciti delle spartizioni postcoloniali o nei conflitti “per procura” della Guerra fredda. Non è facile trovare uno spazio di mediazione e di dialogo, per il sindacato e la società civile, né a livello internazionale, né – ancor peggio – a livello di singolo Paese in conflitto. Nelle maggior parte dei Paesi in guerra il sindacato semplicemente non esiste, o è troppo debole o ha legami con i regimi vigenti così stretti da impedirgli ogni autonomia. Nel nostro piccolo quello che abbiamo sempre tentato di fare è, da un lato, promuovere e sostenere posizioni pacifiste “attive” nel sindacato internazionale e nei movimenti (penso ai Forum Sociali e, in Italia, al grande movimento contro la guerra in Iraq o alla Tavola della Pace e le Marce Perugia-Assisi), dall’altro, sostenere politicamente e materialmente (quando possibile) i sindacati e la società civile nei Paesi in conflitto, quale antidoto all’imbarbarimento della società e al predominio dei vari “signori della guerra”. Penso, ad esempio, al progetto che stiamo sostenendo in Afghanistan per una “Casa della società civile”.

 

RDG: Nel 2013 si celebra il Forum Sociale Mondiale, a Tunisi, un po’ il simbolo della cosiddetta Primavera araba. Che ruolo può avere ancora una convention come il Social Forum? È uno strumento attuale oppure superato?

LT: Il fatto stesso che il Forum Sociale Mondiale si tenga a Tunisi dimostra una certa vitalità e attualità del processo. Ciò nonostante, è innegabile che – per usare una frase celebre coniata per ben altro argomento – i Forum Sociali abbiano perso un po’ della loro “spinta propulsiva”. In Europa, in particolare, questo avviene per una crisi più generale dei movimenti e delle organizzazioni della società civile. Qui, a partire dalla Spagna, nascono nuove espressioni sociali – penso agli “Indignados” – che hanno scarse o nulle superfici di contatto con le associazioni e i movimenti che avevano innervato i Forum sociali. Nell’America del Sud e in Brasile, dove il processo del Forum Sociale è nato e ha preso consistenza è successo, credo, qualcosa di diverso. C’è stata una maggiore capacità di contaminazione reciproca tra i processi sociali e quelli politici; molti dei movimenti che hanno dato vita ai Forum nascevano da un rapporto proficuo con partiti politici – penso in primis al Partido dos Trabalhadores di Lula in Brasile – o sono riusciti ad andare al governo (Evo Morales in Bolivia) o comunque mantenere un peso e un’influenza sociale e a trasferirla sui cambiamenti politici in atto, non senza contraddizioni, avanzate e riflussi.

In Asia e in Africa, ma anche in alcuni Paesi dell’Est europeo o in Turchia, per quanto riguarda l’Europa, i Forum sono “passati”, hanno costituito un’importante attivazione e visibilità della società civile, ma non hanno sedimentato né cambiamenti politici, né, forse, una più stabile aggregazione sociale. Ora, a Tunisi, è importante che la parte della società laica, giovane, partecipativa che ha innescato e determinato le Primavere arabe, ma ora subisce il peso organizzato delle organizzazioni politiche islamiste – che, seppur con le dovute differenze, hanno vinto finora le competizioni elettorali e sembrano più organizzate e radicate socialmente –, si ritrovi come protagonista del Forum e possa interloquire con i settori delle società civili europee, latinoamericane, africane e asiatiche.

Non sono processi facili, né veloci ed è difficile prevedere quanto il Forum aiuterà queste società e questi movimenti per gli anni a venire. Ma è importante, forse fondamentale, che i promotori – gruppi e associazioni del Maghreb e del Mashrek – ci abbiano provato e trovino una larga interlocuzione, uno scambio di esperienze. E che si impostino battaglie comuni. Particolarmente per gli italiani e gli europei è importante riscoprire la terra e il mare comune Mediterraneo, impostare politiche veramente di pace e cooperazione, contrastare forme di neocolonialismo che hanno visto gli Stati Uniti e i governi europei sostenere prima i dittatori e ora promuovere accordi e aree di libero scambio che mirano a mantenere i rapporti di sfruttamento delle risorse e dei popoli invece di consentire uno sviluppo sostenibile e la libera circolazione delle persone. Per noi è anche importante che il sindacato tunisino, l’Union Générale Tunisienne du Travail (UGTT), sia stato e sia alla testa del movimento democratico in Tunisia e convinto promotore e organizzatore del Forum.

 

RDG: Per Ignacio Toxo, segretario generale di Comisiones Obreras, la politica europea si può definire “riduzionista”, in quanto vede le relazioni con i Paesi del Mediterraneo solamente in funzione dei propri interessi commerciali ed economici, senza curarsi dei diritti e delle condizioni in cui versano le popolazioni di questi Paesi. Come è emerso alla Conferenza sul Dialogo Sociale nel Mediterraneo nel febbraio 2013, vi è consapevolezza, tra il movimento sindacale delle due sponde, che occorre affrontare il problema delle relazioni tra i Paesi europei, l’Unione Europea e i Paesi della sponda Sud, ripartendo da nuove basi concettuali, di reciprocità, di mutuo interesse, di una comune appartenenza regionale e non più di assimilazione o di inclusione di una parte, il Sud, nel mercato dell’altra parte, il Nord. La questione è: come?

LT: Come dicevo, questo è un terreno fondamentale per noi, lo pratichiamo nel Forum Sociale come nel dibattito e nell’iniziativa dei sindacati. Toxo, che è stato riconfermato segretario generale nel recente congresso della CCOO e che è anche presidente della CES, coglie appieno la necessità di radicale cambiamento delle politiche dell’Europa verso la sponda sul del Mediterraneo. Purtroppo, dobbiamo notare che la CES e altri sindacati europei non hanno fatto meglio delle politiche della Commissione, prima con il sostanziale fallimento del Processo di Barcellona, poi con l’invenzione dell’Unione per il Mediterraneo di Sarkozy. È difficile costruire una politica coerente dell’area Mediterranea, anche tra i sindacati, se permane il riflesso difensivo di rinchiudersi nel “proprio” Paese, o si guarda prevalentemente all’economia dei Paesi nordici e all’integrazione dell’Est europeo. Scelte importanti, soprattutto la seconda, ma che hanno sacrificato e negato le radici stesse della costruzione europea, smantellando lo Stato sociale e il “modello sociale europeo” e la comunanza di popoli, culture, economie – che vanno integrate veramente, senza la supremazia di una nazione sulle altre – con l’insieme dei Paesi mediterranei.

L’Europa – come istituzione – non ha una comune visione e non è stata in grado di giocare alcun ruolo positivo nella risoluzione della questione palestinese o per l’autodeterminazione dei Saharawi, ha difeso con politiche più che protezioniste i suoi agricoltori, impedendo un’equa ripartizione di produzione e commercio con gli altri Paesi mediterranei, ha sostenuto i dittatori e le oligarchie mediorientali, è diventata “fortezza” inespugnabile contro gli immigrati, che pure sono necessari per mandare avanti la sua economia. Facendo strame della presunta “superiorità” sui diritti umani. Finora il sindacato non è stato all’altezza della necessaria inversione delle politiche europee, all’interno e verso i partner. Anche qui si tratta di un processo non breve per rendere la CES più forte, più democratica e rappresentativa, più mediterranea.

 



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