Per la Francia il Ttip è morto

Ue-Usa. “Negoziati opachi, Washington ci dà solo briciole”, Parigi vuole la fine del Trattato di libero scambio transatlantico. Allarme sulla ratifica dell’accordo sul clima della Cop

Anna Maria Merlo, il manifesto • 31/8/2016 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Europa, Globalizzazione,sviluppo, multinazionali • 661 Viste

PARIGI La Francia “chiede l’arresto puro, semplice e definitivo dei negoziati” tra Ue e Usa sul Ttip, il trattato transatlantico di libero scambio. Lo ha affermato ieri Mathias Fekl, giovane sottosegretario francese al commercio. Secondo Fekl, al vertice di Bratislava a metà settembre, la Francia chiederà la sospensione, perché i negoziati “sono stati avviati nell’opacità”. Dopo 14 rounds dal 2013 – un quindicesimo è già in programma per l’inizio di ottobre negli Usa – nessun accordo definitivo è stato ancora trovato su alcuno dei 27 capitoli del negoziato transatlantico. Per Fekl, “gli americani non cedono nulla, a parte delle briciole, non è cosi’ che si deve negoziare tra alleati”. La Commissione europea, che ha il mandato di negoziare per i 28 paesi Ue, vorrebbe ottenere un migliore accesso agli appalti statunitensi, riservati in gran parte alle società nazionali, mentre gli Usa usano il bazooka per spezzare le deboli difese europee del proprio mercato agricolo. La contestazione maggiore riguarda i tribunali arbitrali – una giustizia “privata” per risolvere i conteziosi tra stati e gruppi industriali – che i negoziatori hanno promesso di rivedere. Le dichiarazioni di Fekl fanno seguito a quelle del vice-cancelliere tedesco, Sigmar Gabriel, che domenica ha constatato che i negoziati sul Ttip “sono praticamente falliti, anche se nessuno lo ammette”. Ma per Bruxelles, “il Ttip non è morto”. Negli Usa, l’amministrazione Obama continua a confermare la ricerca di un accordo entro l’anno (ma Hillary Clinton non insiste sul Ttip, mentre Donald Trump lo rigetta).
Di tutt’altra qualità, è purtroppo in serie difficoltà è anche la ratifica dell’accordo sul clima della Cop21 di Parigi, nel dicembre scorso. Per entrare in vigore, dovrebbe essere ratificato da almeno 55 paesi che rappresentano più del 55% delle emissioni di gas a effetti serra. Laurent Fabius, l’ex ministro che ha presieduto la Cop21, lancia l’allarme: “siamo a meno del 2%” di ratifiche rispetto alla quantità di emissioni di Co2. Solo 25 paesi sui 195 presenti alla Cop21 hanno ratificato, tra cui Norvegia, Perù e Corea del Nord. Nella Ue solo la Francia ha votato, ma la ratifica deve venire da Bruxelles, che è paralizzata da interessi contrastanti (il carbone ha ancora un grosso peso nell’energia di molti paesi). La Cina potrebbe ratificare in occasione del G20 del 4 e 5 settembre. Gli Usa al meglio si literanno a “raggiungere” (join) l’accordo, perché il Congresso è ostile. “Sarà molto difficile” che l’accordo entri in vigore per la prossima Cop22, in Marocco, ha ammesso la ministra dell’Ecologia, Ségolène Royal.

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