La resistenza del popolo rom e il razzismo penetrato nelle ossa

Intervista a Matteo De Bellis, a cura di Antonio Chiocchi (dal Rapporto sui Diritti Globali 2012)

Antonio Chiocchi, Rapporto sui Diritti Globali 2012 • 20/8/2016 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali • 803 Viste

(dal Rapporto sui Diritti Globali 2012)

 

Con Matteo De Bellis, incaricato Campagne presso il Segretariato Internazionale di Amnesty International a Londra, facciamo un viaggio nella storia della memoria del popolo rom degli ultimi due-tre secoli. Storia di intolleranze, di persecuzioni e di odio infinito che non paiono mai placarsi. Un odio animato da stereotipi ancestrali, leggende e mitologie arcane, ormai sedimenti di un razzismo penetrato nelle ossa delle persone. Come fa suggestivamente notare De Bellis, a proposito del pogrom delle Vallette.

In varie parti d’Europa, il popolo rom si trova a subire abusi e violenze di matrice razzista, con la violazione sistematica dei loro diritti umani. Non solo singoli e comunità si accaniscono contro di loro; ma gli Stati, i governi, le istituzioni. Il governo italiano si è particolarmente distinto, in questi ultimi anni, nel portare avanti politiche discriminatorie e razziste contro il popolo rom. Non da meno sono state le amministrazioni decentrate, come Comuni, le Province e le Regioni. Esistono, poi, quelle che De Bellis chiama le barriere invisibili che impediscono ai rom di accedere ai diritti fondamentali: salute, scuola, abitazione, lavoro.

Il razzismo contro i rom ha potuto contare su un serbatoio inesauribile, alimentato dalle istituzioni e dalle ideologie securitarie che li hanno rappresentati e massmediati come figure maledette dalla storia, assolutamente immeritevoli di convivere in un consesso civile. Alle istituzioni e ai governi, conclude De Bellis, non rimane che operare una netta inversione di tendenza.

Per far ancora uso dell’espressione di De Bellis sopra ricordata: è necessario togliere il razzismo contro i rom dalle ossa della gente. E a questo progetto dobbiamo tutti dare un contributo, in un rapporto di internità e intimità alla resistenza del popolo rom.

 

Redazione Diritti Globali: Il popolo rom continua a essere la minoranza etnica più diffusa in Europa e, nel contempo, quella più perseguitata. Quali profonde, se non arcaiche, ragioni culturali e simboliche possono essere individuate come fonte secolare di un sentimento di ostilità così assoluto?

Matteo De Bellis: Il popolo rom conta circa 12 milioni di componenti in Europa. Nonostante sia la minoranza più consistente nel continente, da secoli è soggetta ad abusi e discriminazioni tra i più aberranti. Ricordo, tra gli altri, la riduzione in schiavitù nell’Impero Austro-Ungarico e in Romania, abolita soltanto nel XIX secolo, e lo sterminio di 500 mila persone di etnia rom nei campi di concentramento nazisti. È un passato sconvolgente, la cui memoria dev’essere un obbligo morale per tutti: non solo per gli studiosi, ma innanzitutto per quelle stesse istituzioni che oggi prendono decisioni che riguardano da vicino le comunità rom.

È evidente che alcune delle violenze subite nei secoli hanno plasmato caratteri e relazioni. In una mia recente visita in un campo non autorizzato a rischio di sgombero forzato, a Milano, un giovane mi ha detto: «Noi rom resistiamo comunque. Non possiamo disperare, perché siamo nati disperati».

Al tempo stesso, è importante non generalizzare o stereotipare. I pregiudizi restano incollati alle ossa della nostra società, finanche tra chi ha ruoli di responsabilità. Una volta un alto funzionario di polizia locale ha cercato di convincermi che i rom avrebbero una predisposizione naturale al furto, citando a riprova della sua affermazione un’antica leggenda secondo la quale una bambina rom avrebbe rubato uno dei chiodi destinati alla crocifissione di Gesù. Pregiudizi di questo tipo sono purtroppo la norma, tant’è che addirittura si è creata una sorta di equazione tra rom e nomadismo, quando la stragrande maggioranza dei rom non sono affatto nomadi. Più facile è che siano stati indotti a scappare, dalla guerra nella Jugoslavia degli anni Novanta, o dalla povertà della Romania dell’ultimo decennio.

La scarsa conoscenza della storia, della cultura e delle aspirazioni delle persone di etnia rom, degli abusi che hanno sofferto in passato e di quelli che continuano a subire, rappresenta il brodo di coltura perfetto per il rinascere di impulsi razzisti. Rigurgiti che negli ultimi anni hanno purtroppo trovato terreno fertile in vari Paesi europei, Italia in testa. Per combattere queste derive, dobbiamo anzitutto ricordarci ogni giorno che non stiamo parlando di un collettivo anonimo, stiamo trattando con degli esseri umani: bambini, donne, uomini come chiunque. Persone che hanno sogni e aspirazioni – diversi come possono essere tra diversi esseri umani – e che lottano per raggiungerli. Ma anche persone che hanno diritti – uguali a quelli di qualunque altro essere umano – la cui realizzazione rimane troppo spesso un sogno.

 

RDG: Contro i rom sono state organizzate e attivate macchine amministrative implacabili, specializzate nel confezionare e imporre divieti di accesso ai diritti. In Italia (ma non solo) è a loro precluso l’accesso al lavoro, all’istruzione, all’alloggio, all’assistenza sanitaria, all’esistenza anagrafica, ecc. Possiamo considerare queste pratiche come una sorta di pulizia etnica contro di loro?

MDB: Persone di etnia rom sono state vittime di crimini contro l’umanità in varie fasi della loro storia, incluso durante il nazismo. Oggi non si trovano di fronte a violenze di quella portata, ma questo non significa che non soffrano gravi violazioni dei loro diritti umani in varie parti d’Europa, inclusa l’Italia. Episodi di violenza di matrice razzista non sono rari, basti pensare tra gli altri ai roghi dei campi di Opera nel 2006, Ponticelli nel 2008, e Torino solo pochi mesi fa, nel dicembre 2011.

A fatti avvenuti, è responsabilità delle istituzioni fare tutto il necessario per perseguire reati di stampo razzista, evitando un’atmosfera d’impunità che non fa che peggiorare le cose. La stessa responsabilità si declina poi in molte altre forme, perché compito della legge – e dell’autorità che la applica e fa applicare – è proteggere i diritti di chi si vede quotidianamente emarginato e discriminato, nell’accesso a un alloggio adeguato, alla scuola, al lavoro, alle cure sanitarie.

Purtroppo, dobbiamo registrare che piuttosto che perseguire quest’obiettivo, il governo italiano ha per anni esso stesso attuato politiche discriminatorie, che hanno condotto a gravi violazioni dei diritti umani di persone di etnia rom. Basta pensare al migliaio di sgomberi forzati contati soltanto a Roma e Milano negli ultimi cinque anni. O all’introduzione di norme che consentono l’espulsione dei cittadini comunitari che non hanno mezzi di sussistenza – norme che paiono fatte su misura per permettere l’espulsione di rom, più volte invocata da sindaci attaccati alla questione.

Esistono anche barriere burocratiche meno visibili, ma non per questo meno efficaci nell’impedire l’accesso dei rom a diritti fondamentali come quello all’alloggio adeguato, alla scuola o alla salute. Solo per fare un esempio, l’accesso alla graduatoria per le case popolari è stato negli anni ridotto attraverso l’introduzione di requisiti sempre più stringenti, come quello della residenza continuativa per un certo numero di anni. E comunque, per poter ottenere una casa popolare, è quasi sempre necessario un documento che attesti uno sfratto esecutivo, un documento che non può essere certo ottenuto da chi vive in una povertà tale da dover sistemare la propria famiglia in una baracca abusiva – che spesso è soggetto a sgombero ma senza che venga rilasciato alcun atto formale equipollente a uno sfratto.

 

RDG. I famigerati “Piani nomadi” e “Patti per la sicurezza”, se li valutiamo dal punto di vista dell’accoglienza e dell’inclusione, sono stati un perfetto fallimento. Ma non si può, certo, dire che siano stati progettati per conseguire quest’obiettivo. Il loro fine dichiarato era escludere i rom, espellerli dal tessuto della convivenza civile. Quanto le discriminazioni contro i rom incidono sul deterioramento dei diritti di tutti e quanto, ancora, contribuiscono a imbarbarire l’universo politico e sociale entro cui siamo calati?

MDB: I “Patti per la sicurezza” e i cosiddetti “Piani nomadi” non sono stati concepiti con l’obiettivo di garantire inclusione e diritti. Piuttosto, si sono caratterizzati – anche per il modo con cui sono stati presentati dalle autorità che li hanno adottati – come strumenti diretti a finalità di pubblica sicurezza. Questo punto è già di per sé estremamente problematico, perché in pratica si è stabilito che la mera esistenza di insediamenti rom sul territorio può di per sé rappresentare un problema di sicurezza per il resto della cittadinanza.

Sia ben chiaro: le autorità hanno non solo il diritto, ma il dovere di proteggere la sicurezza di tutti. Ma tale attività dev’essere sempre improntata al rispetto dei diritti umani e delle tutele imposte dal diritto. Diritti e tutele che includono, tra i propri principi fondamentali, la proibizione assoluta di ogni forma di discriminazione su base etnica o razziale.

I “Piani nomadi” – soprattutto quelli adottati a Roma e Milano durante l’“emergenza nomadi” – hanno condotto a gravi violazioni dei diritti umani, in particolare del diritto a un alloggio adeguato, che è riconosciuto in convenzioni internazionali ratificate dall’Italia. I Piani hanno infatti facilitato sgomberi forzati, riduzione della sicurezza del possesso, segregazione e sovraffollamento nei campi. Ma hanno anche contribuito a limitare l’accesso ad altri diritti umani, come il diritto all’educazione, al lavoro, alla privacy, all’uguale tutela della legge, a un rimedio effettivo e alla libertà dalla discriminazione.

La violazione di questi diritti non è soltanto un problema delle persone di etnia rom, ma un problema di tutti noi. Laddove i diritti vengono ristretti per qualcuno, ognuno diventa più vulnerabile.

 

RDG: La dichiarazione del 2008 dello stato di emergenza “contro i nomadi” era chiaramente un atto illegittimo e lo ha confermato nel novembre del 2011 una importante pronuncia del Consiglio di Stato. Le istituzioni politiche e le amministrazioni pubbliche sapranno ora prendere commiato dalle derive securitarie? Oppure persisteranno nelle vecchie politiche, mutando qualcosa per non mutare niente? Che segnali si colgono?

MDB: La dichiarazione della cosiddetta “emergenza nomadi” fu non solo un atto illegittimo, ma anche un atto discriminatorio, in quanto imponeva restrizioni nell’esercizio di alcuni diritti umani a persone appartenenti a un preciso gruppo etnico. Purtroppo, questo aspetto non è stato riconosciuto dal Consiglio di Stato, ma la sentenza che ha dichiarato l’“emergenza nomadi” illegittima è comunque un passo fondamentale, potenzialmente capace di produrre effetti veramente positivi. Perché questo occorra, è però necessario che la sentenza sia applicata integralmente.

In questo senso, i segnali che riceviamo dalle autorità interessate sembrano contraddittori. Da una parte, il governo ha dichiarato di volersi lasciare alle spalle l’approccio emergenziale e ha presentato alla Commissione Europea una Strategia Nazionale d’Inclusione dei Rom, dei Sinti e dei Camminanti coerente con quest’obiettivo. Dall’altra, lo stesso governo ha fatto ricorso in Cassazione contro la sentenza del Consiglio di Stato, astenendosi al contempo dal mettere in campo meccanismi per riparare agli abusi commessi durante lo stato d’emergenza.

La sentenza del Consiglio di Stato offre all’attuale governo l’opportunità di dimostrare con i fatti, e non solo con le parole, che il rispetto incondizionato dei diritti umani è un principio cardine della sua azione. Per farlo, occorre che il governo agisca immediatamente su tre fronti.

Innanzitutto, occorre far sì che tutti gli atti emanati in applicazione di poteri conferiti nel contesto dell’“emergenza nomadi” smettano davvero di produrre effetti. Bisogna fermare la realizzazione dei “Piani nomadi”, ed evitare che la chiusura o l’apertura di campi prevista in tali piani venga portata avanti. Quei piani devono essere completamente rivisti, in consultazione con le persone interessate, e devono essere emendati in modo da evitare effetti discriminatori e di segregazione. Si deve inoltre procedere alla distruzione dei dati raccolti in occasione di censimenti condotti nei diversi campi.

Secondo, occorre garantire che coloro che hanno sofferto violazioni, a causa di atti adottati nel quadro dell’“emergenza nomadi”, abbiano accesso a rimedi efficaci e ottengano una riparazione adeguata. Tanto per fare un esempio, vi sono famiglie che sono state espulse da campi autorizzati in applicazione di regolamenti adottati dai Commissari Delegati – regolamenti che sono stati anch’essi dichiarati illegittimi dal Consiglio di Stato. Alcune di quelle famiglie sono state costrette da allora a vivere in campi non autorizzati. Restituire un alloggio adeguato a queste famiglie, così come riparare ai torti subiti da diverse altre famiglie, è un obbligo alla cui realizzazione il governo non può venire meno.

Infine, il governo deve evitare che gli abusi si ripetano in futuro. In questo senso, si dovrebbe lavorare per garantire l’accesso a un alloggio adeguato per tutti, a partire dalle categorie più vulnerabili. Ma anche rafforzare le garanzie in caso di sgombero, assicurandosi che la legislazione interna rifletta tutte le garanzie del diritto internazionale in materia, con una legge che trasponga il divieto di sgomberi forzati e con indicazioni chiare sulle garanzie che devono essere rispettate dalle forze di polizia chiamate a effettuare sgomberi.

 

RDG: Le strategie della sicurezza e della “tolleranza zero” contro i rom hanno generato e moltiplicato l’insicurezza sociale e civile, lacerando in profondità le reti di solidarietà faticosamente costruite. Era, forse, questo l’obiettivo segreto e inconfessabile che si intendeva perseguire e non solo per biechi calcoli elettorali?

MDB: Gli atti politici e amministrativi adottati nei confronti delle popolazioni rom negli ultimi anni vanno “letti” congiuntamente alle dichiarazioni rilasciate dalle autorità che li emettevano, che a tutti i livelli non si sono risparmiate dichiarazioni discriminatorie. Il sentimento anti-rom è tanto diffuso da non generare quasi più scalpore, anche se chi se ne fa portavoce è un ministro o un sindaco. Dichiarazioni di questo tipo hanno inquinato gravemente il contesto culturale e sociale, facilitando l’identificazione tra rom e clandestino, tra rom e nomade, tra rom e criminale. Pregiudizi, questi, che sono stati così rafforzati, invece che contrastati, così come sarebbe dovere delle autorità.

Nonostante questo, e nonostante l’attuazione di politiche illegittime e discriminatorie, non si è riusciti a scardinare completamente le reti di solidarietà. Al contrario, proprio nel momento della difficoltà più acuta, associazioni grandi e piccole hanno trovato la forza di reagire, generando reti di assistenza e supporto capaci di aiutare centinaia di famiglie ad accedere a un alloggio adeguato, allo studio, al lavoro. Purtroppo, in qualche caso le autorità locali hanno delegato alle associazioni responsabilità che loro non competevano, interpretando il concetto di “sussidiarietà” in modo incoerente con il diritto internazionale. E d’altra parte quelle stesse autorità non sempre vogliono dialogare a fondo con tutte le diverse anime all’interno del Terzo settore, sebbene tutte abbiano un contributo unico da offrire, proprio in ragione delle differenze tra loro.

 

RDG. Secondo lei, il pogrom del dicembre 2011 contro il campo delle Vallette di Torino ha segnato un ulteriore approfondimento del sentimento anti-rom diffuso in Italia? Più in generale, stanno nascendo sotto i nostri occhi nuove e più estreme forme di razzismo?

MDB: L’attacco di dicembre a Torino è stato un atto gravissimo. Ci aspettiamo si faccia piena luce sulle responsabilità individuali di chi lo ha compiuto, che la giustizia faccia il suo corso, e che chi è stato oggetto dell’attacco riceva adeguata riparazione. Ma dovremmo anche riflettere su quanto il clima generale possa contribuire al verificarsi di fatti come questo. L’esercizio di addossare ai rom colpe che non hanno è una pratica antica, che negli ultimi anni ha purtroppo fatto proseliti in Italia. Se un’adolescente s’inventa una favola nera e decide che in essa il ruolo del mostro dev’essere giocato da un rom, allora vuol dire che il razzismo è arrivato nelle ossa della società e dovremo lavorare a lungo per liberarcene.

Il fatto che sentimenti di questo tipo siano diffusi, non costituisce una giustificazione per l’immobilismo delle istituzioni. Al contrario, deve spronare le istituzioni a muoversi velocemente. Compito dello Stato è infatti non solo di rispettare i diritti umani, ma anche di proteggerli dagli abusi che possono essere commessi da altri, e di garantire la loro realizzazione nel tempo. In questo senso, c’è molto da fare. Suggerisco di cominciare con la lettura delle ultime Osservazioni Conclusive sull’Italia del Comitato delle Nazioni Unite per l’Eradicazione della Discriminazione Razziale, adottate lo scorso mese di marzo.

 

RDG: Il luogo dove abitano i diritti umani non sembra essere quello in cui abitano i rom. Le popolazioni cosiddette civili li hanno reticolati nel filo spinato di un infinito inferno quotidiano. Cosa è possibile fare, per arrestare e invertire questa tendenza, sia a livello di società civile che di istituzioni?

MDB: Violazioni dei diritti dei rom sono diffuse in vari Paesi europei, ed è fondamentale che tutte le istituzioni agiscano con decisione per fermare quelle violazioni e promuovere l’inclusione dei rom come pieni soggetti di diritto.

La Commissione Europea deve trovare il coraggio di reagire con fermezza a tutela delle persone e dei loro diritti. L’Unione Europea può anche fornire un supporto prezioso dal punto di vista finanziario.

La responsabilità di invertire la rotta resta però nelle mani degli Stati. Il governo italiano deve lasciarsi alle spalle l’approccio emergenziale, creare meccanismi per la riparazione dei danni subiti da chi è stato assoggettato a uno stato di emergenza illegittimo e discriminatorio, e lavorare seriamente per la realizzazione della Strategia Nazionale d’Inclusione dei Rom, dei Sinti e dei Camminanti, attraverso percorsi che portino alla piena realizzazione dei diritti all’alloggio adeguato, al lavoro, all’educazione. Il governo deve inoltre contrastare ogni forma di discriminazione nei confronti dei rom, fermare gli sgomberi forzati e fornire alle forze di polizia indicazioni chiare sulle garanzie che devono essere rispettate dalle autorità che effettuano gli sgomberi. In questo senso, il parlamento può fare la differenza, assicurando che la legislazione interna rifletta tutte le garanzie del diritto internazionale in materia, a partire dal recepimento del divieto di sgomberi forzati.

Le autorità locali devono chiudere la pagina triste degli sgomberi forzati, evitando di usare gli sgomberi come strumento per ricercare tornaconti elettorali. Devono inoltre rispettare lo spirito e la lettera della sentenza del Consiglio di Stato, sospendendo la realizzazione dei “Piani nomadi” finché gli stessi Piani non siano stati modificati, in consultazione con le comunità interessate, in modo da renderli compatibili con quanto stabilito dal diritto internazionale dei diritti umani. I sindaci devono poi assumersi la responsabilità di fornire servizi alle comunità che risiedono sul loro territorio, dialogando veramente con quelle comunità, senza delegare al Terzo settore responsabilità che sono proprie dell’autorità pubblica.

Le associazioni, che tanto hanno fatto in questi anni per supportare persone e famiglie rom nel loro cammino d’inclusione ed esercizio dei diritti, devono continuare su questa strada, a supporto del governo piuttosto che in sua vece. Credo che la società civile abbia inoltre l’opportunità di svolgere un ruolo fondamentale per contrastare le discriminazioni, proseguendo nell’azione di denuncia, ma anche promuovendo la conoscenza delle popolazioni Rom, Sinte e Camminanti. A queste ultime va riconosciuto il ruolo di motore del cambiamento, perché il rispetto dei diritti passa necessariamente attraverso la partecipazione.

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