«La Siria è senza via d’uscita»

Intervista. Mouin Rabbani, ricercatore ed ex consigliere dell’inviato Onu de Mistura: «All’orizzonte nessuna soluzione politica. Impossibile ad oggi una transizione pacifica della crisi perché mancano soggetti legittimi e la volontà degli attori regionali»

Chiara Cruciati, il manifesto • 20/8/2016 • Guerre, Armi & Terrorismi • 788 Viste

Dopo la sospensione della task force umanitaria Onu ad Aleppo e il sì russo a 48 ore di tregua a settimana, ieri è stato giorno di ordinaria guerra. Gli appelli internazionali alla calma arrivano attutiti, a coprirli il suono delle bombe.

Giungono anche le dichiarazioni dell’Alto Comitato per i Negoziati, federazione delle opposizioni nata in Arabia Saudita a dicembre e ombrello per gruppi ideologicamente distanti (dai laici dell’Esercito Libero ai salafiti di Ahrar al-Sham): «Accogliamo ogni iniziativa che tamponi il sangue dei siriani e contribuisca all’arrivo degli aiuti nelle zone assediate», si legge nel comunicato.

Resta fuori però la milizia più potente, Jabhat Fatah al-Sham (l’ex al Nusra), senza la quale la tregua rimarrà lettera morta. E allora c’è una speranza per la Siria? Ne ha poca Mouin Rabbani, ex rappresentante del dipartimento Affari Politici dell’Ufficio dell’inviato Onu per la Siria de Mistura.

L’Onu ha deciso di sospendere gli aiuti a meno di una tregua reale. Un gesto politico?

L’Onu non è in grado di risolvere la crisi umanitaria, l’unica su cui ha ancora voce in capitolo. È solo un teatro politico, un modo per tenere viva l’attenzione. De Mistura è un uomo di spettacolo.

Se la tregua settimanale sarà archiviata, chi vi prenderà parte? Buona parte delle opposizioni ad Aleppo sono jihadiste. Jabhat Fatah al-Sham non è riconosciuto dalla comunità internazionale.

Un altro teatrino: un cessate il fuoco di due giorni a settimana significa legittimare le violenze per gli altri cinque. Il motivo per cui la Russia accetta una tregua è che sa benissimo che le opposizioni presenti ad Aleppo (salafiti, jihadisti, guidati dall’ex al Nusra) non la sigleranno. E così Mosca e Damasco avranno una buona giustificazione per non rispettare i propri obblighi. Il problema è che ormai tutta la questione si è spostata sul piano umanitario: si discute di tregua ma non di soluzione politica. Così non cambierà nulla.

Ma una soluzione effettivamente ci sarebbe? In assenza di opposizioni considerate legittime, qual è la via d’uscita?

È questo il punto. Una soluzione a breve non la vedo perché le forze di opposizione moderate sono scomparse. Un’intesa politica è possibile solo se fondata sulla cooperazione informale o il diretto sostegno di soggetti legittimi. Ovviamente non si dialoga con i gruppi terroristi. E si resta fermi.

Il riavvicinamento della Turchia a Iran e Russia potrebbe modificare gli equilibri?

Se per le opposizioni Arabia Saudita e Qatar sono importanti in senso militare, per questioni geografiche è Ankara il potere regionale centrale del conflitto. Altro elemento che fa pensare che una soluzione non sia vicina: Erdogan ha sì incontrato Putin, ma non va esagerata la possibilità di un eventuale cambiamento delle politiche turche. Il riavvicinamento tra i due è decisivo, ma la Turchia potrà cambiare la sua strategia solo gradualmente. Dopotutto per anni ha parlato di rovesciare Assad. Ci vorrà tempo per trovare una formula che salvi la faccia di entrambi, Mosca e Ankara.

Ma qui la questione chiave non è il destino di Assad, ma l’esistenza di due soluzioni in competizione: una è una transizione politica che implichi l’allontanamento dell’attuale presidente in modo graduale e pacifico; la seconda è un governo inclusivo, ovvero un’espansione del regime con l’ingresso dei partiti di opposizione. Se Russia e Usa hanno differenze di vedute superabili, a mancare è l’accordo tra chi effettivamente ha il potere di porre fine alla guerra civile: Iran, Arabia Saudita, Qatar e Turchia.

Dunque non c’è soluzione?

A meno che non ci sia uno stravolgimento militare sul campo di battaglia a favore del governo o delle opposizioni, non si otterrà nulla dal tavolo del negoziato. Senza vinti né vincitori sul piano militare, è tutto in mano agli attori regionali che continuano a muovere i fili della guerra. Lo si vede chiaramente ad Aleppo: né le opposizioni né il governo sono in grado di vincere, di prendersi la città. E ogni volta che c’è una significativa avanzata da parte di uno dei due, allora arriva da fuori un supporto alla parte più debole tale da riequilibrare la battaglia. Potrebbe durare ancora a lungo.

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