Lo scientifico accanimento contro il settore pubblico per favorire il privato

Intervista a Nicola Nicolosi, a cura di C. B. (dal Rapporto sui Diritti Globali 2012)

C. B., dal Rapporto sui Diritti Globali 2012 • 29/8/2016 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali • 787 Viste

(dal Rapporto sui Diritti Globali 2012)

 

Con Nicola Nicolosi, segretario confederale della CGIL con delega per i settori pubblici, ma anche coordinatore nazionale dell’area programmatica “Lavoro Società. Cambiare rotta” della CGIL e responsabile del Segretariato Europa della CGIL nazionale, abbiamo parlato del vento cattivo che spira sull’Europa, in termini di disagio sociale diffuso, di neonazionalismo, di populismo. Un laboratorio particolarmente preoccupante è quello dei Paesi ex socialisti, in cui il lavoro, i diritti, la democrazia fanno fatica a imporsi. «Tutte le sperimentazioni negative sul lavoro si praticano in quei Paesi, che sono diventati il vero banco di prova per le ricette neoliberiste», dice Nicolosi. Il razzismo, la xenofobia, i movimenti di destra e la loro capacità di attrazione elettorale sugli egoismi e i conflitti interetnici stanno aumentando, con la regia ancora una volta del neoliberismo corporativo che soffia sul malessere diffuso da lui stesso costruito.

Un altro nemico perfetto dei poteri forti è il Pubblico Impiego, perché rappresenta il cardine su cui si regge lo Stato sociale. I lavoratori del Pubblico Impiego hanno bisogno di una maggiore consapevolezza del loro ruolo sociale e costituzionale, ma in primo luogo devono essere in grado di difendersi dai continui attacchi che avvengono nei confronti del settore pubblico, in Italia, ma anche in quasi tutta Europa.

In giro c’è un vento cattivo di destra, ma c’è anche un vento benefico di cambiamento portato avanti dai nuovi movimenti contro il potere finanziario: Nicolosi ne dà un giudizio positivo, anche se il ruolo del sindacato nella critica al potere è necessariamente diverso.

 

Redazione Diritti Globali: L’ormai famosa lettera del 5 agosto 2011 della Banca Centrale Europea a Silvio Berlusconi chiedeva all’allora presidente del Consiglio di prendere in considerazione, tra l’altro, la diminuzione dei costi del Pubblico Impiego e, se necessario, dei salari: questo dopo che il governo italiano, nel corso delle varie manovre di questi anni, aveva già bloccato salari e stipendi via via fino al 2014 e dopo che aveva elaborato piani per ridurre sensibilmente il numero dei lavoratori. Ricette analoghe sono state proposte, o meglio imposte, dagli organismi internazionali agli altri Paesi cosiddetti PIIGS. Da dove deriva questo accanimento contro il Pubblico Impiego?

Nicola Nicolosi: La crisi economica e finanziaria, frutto delle politiche fallimentari del neoliberismo, sta producendo povertà, disagi sociali, incertezza sul futuro, egoismo, neo-nazionalismo, paura del diverso, populismo fascistoide. I governi europei non hanno dato le risposte necessarie alla crisi. Hanno sviluppato politiche economiche che avranno un effetto depressivo sull’economia e affosseranno qualsiasi idea di crescita e sviluppo. In quest’ottica, i governi europei hanno adottato una strategia comunicativa che sta fornendo i suoi maleodoranti frutti. La comunicazione consiste nel mettere i cittadini uno contro l’altro, i giovani contro gli anziani, i lavoratori privati contro i lavoratori pubblici e via di questo passo. Dentro questa filosofia l’accanimento contro tutto ciò che è pubblico è sotto gli occhi di tutti: blocco dei contratti, aumento dell’età pensionabile, limitazione dei diritti, blocco delle assunzioni e, in alcuni casi, taglio degli organici, servizi sociali chiusi… Per i governi occorre avere dei nemici interni su cui poter scaricare la rabbia e il malcontento dei cittadini. Nel Rapporto sui Diritti Globali 2011 ho chiamato «Pogrom» questa deriva, utilizzando una espressione che ha provocato nella storia dolore, ingiustizia, razzismo fino a portare l’uomo contro l’uomo, con l’azione più odiosa della storia: “l’olocausto”.

 

RDG: Che rapporto c’è tra la diminuzione dei lavoratori del Pubblico Impiego e l’ansia di demolizione del welfare pubblico?

NN: La cultura liberista si è alimentata con l’espressione “meno Stato più mercato”. In questi ultimi 30 anni il pensiero unico ha lavorato per scardinare il ruolo pubblico in economia, mettendo al centro l’impresa e il profitto dentro la libertà di intrapresa. Così si è allargato lo spazio dei privati, anche nei settori caratterizzati dal fallimento dei mercati.

La sanità, il sistema previdenziale, la scuola, per citare i più importanti.

Inoltre, sembra un disegno strategico: si fa funzionare male il settore pubblico per aumentare le opportunità del settore privato. La nostra scommessa è rilanciare il lavoro pubblico, qualificandolo in termini professionali e con assunzione di responsabilità consapevole. Servirebbe una vera rivoluzione culturale dove il lavoratore pubblico assumesse il proprio impegno, come la Carta costituzionale indica. L’azione imparziale del funzionario pubblico deve mirare al benessere dei cittadini, senza subordinazione alla politica e richiamandosi obiettivamente alla legge.

 

RDG: La Pubblica Amministrazione è il settore in cui si concentra da anni il maggior numero di lavoratori precari; ora si parla anche di nuove forme di disponibilità, un eufemismo per dire mobilità. Il settore pubblico è stato assimilato, al ribasso per quanto riguarda i diritti dei lavoratori, a quello privato?

NN: Non c’è dubbio che se si vuole assimilare il settore pubblico a quello privato anche i diritti debbono essere parificati. Penso che il diritto del lavoro debba essere unico e debba valere per tutti. Il problema vero è che nella crisi attuale non si salva nessuno. Riteniamo che la precarietà del lavoro debba finire attraverso un processo di stabilizzazioni che diano certezza ai servizi sociali e ai lavoratori del settore.

Nel prossimo periodo dovremmo arrivare a un accordo su un Protocollo sul Pubblico Impiego, che dia una prima risposta in questa direzione.

 

RDG: La Grecia è stata praticamente uccisa dalle ricette micidiali del Fondo Monetario Internazionale, applicate dall’Unione Europea e dalla Banca Centrale Europea: quello di febbraio 2012 sembra un colpo decisivo con, tra l’altro, la riduzione del 22% del salario minimo, il licenziamento previsto di oltre 150.000 lavoratori del Pubblico Impiego e un nuovo intervento sulle pensioni. Il Portogallo si sta avvicinando al default. Davvero gli organismi internazioni pensano che la ripresa sia possibile continuando a diminuire il diritti e il potere d’acquisto dei salari e delle pensioni dei lavoratori?

NN: Abbiamo apertamente criticato le scelte delle Istituzioni europee. Lo abbiamo fatto nella sede della Confederazione Europea dei Sindacati (CES), ma anche come CGIL in Italia. Le ricette decise dal Consiglio Europeo, organismo formato dai Capi di Governo, non creeranno le condizioni per la ripresa. Le politiche monetarie e di austerità deprimono l’economia. L’80% dell’economia si sviluppa attraverso la dinamica dei consumi interni, per cui servono politiche economiche che aiutino la domanda: non è quello che sta succedendo. Gli organismi internazionali conoscono gli elementi di politica economica di base, ma conoscono anche come si disegnano i nuovi equilibri geopolitici internazionali. Stanno riscrivendoli.

 

RDG: Il 17 settembre 2011, la Confederazione Europea dei Sindacati (CES) ha organizzato una manifestazione delle organizzazioni sindacali a Wroclaw, in Polonia, contro la disoccupazione, la precarietà e le politiche del lavoro neoliberiste proposte e a volte imposte dall’Unione Europea. Particolarmente vivace è stata la presenza delle organizzazioni sindacali dell’Est europeo. Qual è la situazione del lavoro e delle organizzazioni sindacali nei Paesi dell’ex realismo socialista?

NN: È stata, ancora una volta, una grande manifestazione, per far sentire la voce dei 60 milioni di lavoratori affiliati alle organizzazioni sindacali che aderiscono alla CES. L’iniziativa di Wroclaw in Polonia è servita per sensibilizzare le istituzioni europee ai temi dell’occupazione, del lavoro e della crescita, questioni che nell’Est europeo si stanno affermando sempre più. Il lavoro, i diritti, la democrazia fanno fatica ad imporsi. Tutte le sperimentazioni negative sul lavoro si praticano in quei Paesi, che sono diventati il vero banco di prova per le ricette neoliberiste. I sindacati non sono riconosciuti, il salario minimo è da fame, il razzismo, la xenofobia, il neoliberismo più becero sono forti e i cittadini votano partiti del centrodestra.

 

RDG: Secondo i dati dell’OCSE, i luoghi in cui è più difficile licenziare sono i Paesi del Nord Europa e la Germania, posti in cui la sicurezza del lavoro si accompagna a una buona condizione dell’economia. Non solo, salvo gli Stati Uniti e qualche altra rara eccezione, l’obbligo al reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa è previsto in quasi tutti i 34 Paesi dell’OCSE. Di fronte anche a questi dati, che senso ha la campagna sulla flessibilità dei posti di lavoro e contro l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori portata avanti dal nuovo governo presieduto da Mario Monti?

NN: La domanda ha in sé anche la risposta: lo scontro è ideologico. Il Governo Monti vuole essere ricordato come quello che ha spezzato le reni al sindacato, in particolare alla CGIL. L’obbligo di reintegrazione al lavoro in caso di licenziamento senza giusta causa e giustificato motivo è assolutamente marginale rispetto a 17 milioni di lavoratori dipendenti. Monti vuole caratterizzare questa fase economica con la facilitazione dei licenziamenti, così come vuole la BCE. La CGIL deve dire NO! La cultura giuridica non può tornare indietro: il diritto del lavoro segue la civiltà di un Paese.

 

RDG: Dal 2003 al 2010, i lavoratori a tempo determinato nell’Unione Europea sono passati da 63 milioni a 124 milioni di unità, conoscendo un sostanziale raddoppio. In Italia sono saliti dal 12,8% al 17,8% del totale. Quali sono le affinità e quali le differenze con gli altri Paesi, in particolare con quelli a tutela dei redditi dei lavoratori più forte?

NN: I lavoratori, a vario titolo precari, rappresentano il 50% degli occupati nella parte di continente che fa riferimento all’Unione Europea. Il tema dibattuto sullo Stato sociale europeo si è intrecciato con la flexicurity sperimentata e attivata in Danimarca. I modelli sono diversi nei singoli Paesi ma il filo conduttore è sempre stato: quale sicurezza e quale flessibilità.

Sulla sicurezza ci sono gli esempi scandinavi, quello tedesco e quello francese che forniscono risposte quando si esce dal lavoro, con indennità economiche, corsi di formazione, politiche attive del lavoro, che fanno sentire meno solo il lavoratore espulso dal processo produttivo. In altri Paesi, e tra questi l’Italia, il sistema della sicurezza sociale è debole e il lavoratore quando perde il lavoro è lasciato solo.

In Italia gli attuali ammortizzatori sociali aiutano i settori industriali maturi; non valgono per le piccole imprese e per i settori del commercio, anche perché non contribuiscono economicamente alla costruzione delle tutele. Non valgono per i precari per i quali, invece, la flessibilità è eccessiva ed esagerata. Servirebbe un sistema universale.

 

RDG: Qual è il giudizio del sindacato su movimenti giovanili come quelli delle cosiddette Primavere arabe, degli Indignados in Spagna e di Occupy Wall Street negli Stati Uniti e, più in generale, quali possono essere i rapporti tra organizzazioni sindacali e nuovi movimenti giovanili di protesta?

NN: Abbiamo sempre guardato con attenzione ai movimenti e in particolare a quelli giovanili. Nel mondo c’è bisogno di nuova linfa critica, contro il sistema di potere, e critica nei confronti degli apparati burocratici dello stesso movimento sindacale.

Penso che l’imborghesimento vada contrastato e i giovani dei movimenti in Spagna, negli Stati Uniti e nei Paesi Arabi facciano bene a far sentire la loro voce.

Negli Stati Uniti hanno lanciato, assieme ad alcuni sindacati, lo sciopero generale il 1° Maggio. È un avvenimento importante. Lo sciopero generale è vietato negli USA e il 1° Maggio è giorno normale di lavoro. Guardiamo con simpatia, ma la nostra è una funzione diversa: ci potranno essere dei punti in comune, ma noi non possiamo avere una spinta carsica. Abbiamo bisogno sempre di essere visibili e leggibili.

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