Una nuova cultura e vere riforme per trovare alternative al carcere e alla pena

Intervista a Luigi Ciotti, a cura di Alessio Scandurra (dal Rapporto sui Diritti Globali 2012)

Alessio Scandurra, Rapporto sui Diritti Globali 2012 • 20/8/2016 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali • 477 Viste

(dal Rapporto sui Diritti Globali 2012)

Secondo don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e presidente di Libera, è facile prevedere che l’attuale crisi non possa che produrre una crescita ulteriore della cosiddetta carcerazione sociale, un crescente uso dello strumento penale per “governare” l’esclusione. Ma «tutto ciò non è solo miope, costoso in termini economici, sociali ed umani: è anche pericoloso». Implica un complessivo arretramento delle nostre società a cui non si può rispondere solo con interventi palliativi per cercare, per adesso ancora senza esiti significativi, di limitare il sovraffollamento delle carceri. È necessaria «una nuova e ampia cultura davvero riformatrice che faccia finalmente diventare il carcere, come dicono i giuristi, l’estrema ratio».

 

Redazione Diritti Globali: Quello con cui oggi siamo chiamati a confrontarci è lo stato della giustizia e delle carceri al tempo della crisi. Da anni questi sistemi denunciano una gravissima carenza di risorse, ma oggi questa denuncia si colloca in un più ampio scenario di generalizzata carenza di investimenti pubblici, di arretramento dei servizi e di crescita della povertà dei privati. Per anni abbiamo denunciato il passaggio “dal sociale al penale”. A cosa si assiste, e cosa si deve invece pretendere, dal sistema della giustizia penale al tempo della crisi?

Luigi Ciotti: È sin troppo facile prevedere che la crisi non possa che produrre ulteriori e allargati processi di penalizzazione delle fasce economicamente più vulnerabili. E, di conseguenza, una crescita della cosiddetta carcerazione sociale, vale a dire di quei soggetti deboli che già vivono ai margini della società e del mondo produttivo e che gli effetti di maggior impoverimento e di approfondimento delle diseguaglianze connessi alla crisi faranno ricadere in misura ancor più accentuata in percorsi di incarcerazione.

Buon senso e buon governo vorrebbero che di fronte a scenari di questo genere ci si attrezzasse per tempo e con lungimiranza. Questo, banalmente, vorrebbe dire rafforzare strumenti, politiche e risorse di sostegno sociale. Come ci dicono le cronache, non solo italiane, dell’ultimo anno, la direzione di marcia è invece esattamente opposta: drastici tagli al welfare, indebolimento dei corpi intermedi, disattenzione nei confronti del Terzo settore, riduzione pesantissima delle risorse destinate non solo al disagio sociale, ma alle famiglie, ai giovani, agli anziani, ai malati.

Se, come da tempo denunciano gli “addetti ai lavori”e gli osservatori più obiettivi e avvertiti, il carcere già aveva assunto una connotazione di “discarica sociale”, proprio per quel progressivo processo di spostamento delle problematiche sociali alla sfera del penale, ora quella “discarica” diventerà ancora di più un sostituto autoritario del welfare. Tutto ciò non è solo miope, costoso in termini economici, sociali ed umani: è anche pericoloso. Per questo, come associazioni, volontari, operatori dovremmo avere la forza e la coesione necessarie per ribadire e riproporre quelle misure di necessaria umanità e di efficacia riformatrice che in passato avevamo già portato avanti: dal “piccolo piano Marshall” per le carceri, a provvedimenti di incentivazione al reinserimento socio-lavorativo, come la legge “Smuraglia” (che invece proprio in questi periodi più difficili ha visto una riduzione se non l’annullamento delle dotazioni economiche), al rilancio delle misure alternative, alla rimotivazione degli operatori, al coinvolgimento del territorio. Ma, forse ancor più che in passato, a livello politico sembrano non esservi interlocutori capaci di attenzione, ascolto e confronto su questi temi.

 

RDG: L’evento probabilmente più significativo dell’ultimo anno sui temi della giustizia è certamente il decreto legge n. 211 del 2011, recante “Interventi urgenti per il contrasto della tensione detentiva determinata dal sovraffollamento delle carceri”, convertito dalla legge 17 febbraio 2012, n. 9. Si tratta di uno dei primi atti del nuovo governo, ed è probabilmente indicativo sia della rilevanza che il nuovo esecutivo dà al tema delle carceri, sia dell’approccio con cui intende affrontarlo. Qual è la sua opinione rispetto a questa iniziativa?

LC: Ricorrentemente, le semplificazioni mediatiche parlano di leggi “svuota carceri” per ogni intervento che abbia un senso contrario alla spirale di inasprimento delle normative che ha operato negli ultimi vent’anni. Naturalmente, i fatti poi dimostrano come quei provvedimenti che, di volta in volta, provano a ovviare con tecnicismi e palliativi all’impossibilità di provvedimenti clemenziali non vuotino per nulla le celle, le quali infatti vedono un record storico di presenze. Potenziare la possibilità di scontare gli ultimi mesi della pena presso il proprio domicilio è sicuramente utile, ma non certo risolutivo. Già in precedenza, chi non riusciva ad accedere a misure alternative, pur avendo una pena minima da scontare, era perché non aveva all’esterno le condizioni abitative, lavorative e di supporto familiare che lo consentissero. Con la nuova normativa, non sarà molto diverso: il legislatore dovrebbe avere maggiore consapevolezza della composizione sociale della popolazione detenuta, per calibrare meglio intenzioni e soluzioni. Valeva per l’indulto del 2006, vale a maggior ragione per questo limitato provvedimento: bisogna creare le condizioni, l’accoglienza all’esterno, le opportunità alloggiative, le strutture per il reintegro e l’accompagnamento. Non si può immaginare che il detenuto privo di ogni sostegno, com’è in una percentuale assai rilevante dei casi, vada agli arresti domiciliari presso una panchina dei giardini, come pure in alcuni casi è successo!

Neppure è un rimedio efficace spostare il problema nelle celle di sicurezza di polizia e carabinieri, per sgravare le sezioni di transito degli istituti penitenziari dal quotidiano flusso degli arresti, spesso per piccoli reati e per pochi giorni; anche qui sono probabilmente più i rischi dei possibili benefici. E lo stesso si può dire per il sovraccarico che ne deriverebbe per i pubblici ministeri. Provare a razionalizzare il sistema è importante, ma non si può immaginare che una situazione di sovraffollamento cronico come quella presente in Italia si possa risolvere con escamotage o tecnicismi. O con palliativi inefficaci e costosi, come quel “braccialetto elettronico” che è costato decine di milioni senza alcun costrutto. Non si può vuotare il mare con un cucchiaino. La questione di fondo è quella che le associazioni, e non solo loro, vanno ripetendo da anni, senza che vi sia una resipiscenza del legislatore: la normativa sulle droghe, quella sull’immigrazione e quella sulla recidiva sono un “combinato disposto” micidiale che produce maggiori ingressi e minori uscite. Se poi aggiungiamo il collo di bottiglia ostruito delle misure alternative e della “legge Gozzini” sempre meno applicate, diventa chiaro dove sta il problema e dove le soluzioni: anni e anni di logiche “securitarie”, di strumentalizzazione dell’opinione pubblica, di stigmatizzazione e iperpenalizzazione delle fasce sociali marginali hanno ingolfato e ingessato il sistema.

Se ne esce solo con una nuova e ampia cultura davvero riformatrice che faccia finalmente diventare il carcere, come dicono i giuristi, l’estrema ratio. O, come ha scritto il cardinal Martini, trovando non solo pene alternative ma un’alternativa al carcere e alla pena. Dato che, per noi credenti, «l’ideale evangelico non è punire il male, bensì cambiare il cuore» e che «il cristiano non potrà mai giustificare il carcere, se non come momento di arresto di una grande violenza». Il carcere che è pura supplenza alla mancanza di politiche sociali, di percorsi educativi, di opportunità, di luoghi e di strumenti di sostegno per i più deboli, invece, non solo è ingiustificabile ma, alla lunga, è anche una risposta costosa e insostenibile per la società nel suo complesso.

Più condivisibile è la parte del decreto legge 211/2011 relativa agli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, di cui viene prevista la chiusura nel marzo 2013. Quei luoghi sono per lo più privi di ogni contenuto riabilitativo e terapeutico, trasformandosi semmai in lazzaretti disumani, dove persone spesso senza colpe si trovano a scontare veri e propri “ergastoli bianchi”. Dunque, si tratta di una buona notizia. Anch’essa, tuttavia, non esente dal rischio, segnalato da diversi e autorevoli operatori della psichiatria più illuminata, che l’alternativa diventi quella di istituti più piccoli e disseminati sul territorio ma pur sempre rispondenti a logiche manicomiali, di separatezza e improntate a logiche di sicurezza anziché di cura anche nei casi di manifesta assenza di pericolosità. Come fu per la legge 180, occorrerebbe una più articolata e complessiva riforma, delle norme e dei luoghi ma anche delle culture retrostanti, in direzione di una radicale trasformazione progettuale del rapporto della società con la malattia e la detenzione. In assenza di ciò, siamo in presenza di una pur positiva “riduzione del danno”, non di una risoluzione della questione.

 

RDG: Al tempo stesso, l’articolo 43 del decreto Monti sulle liberalizzazioni prevede che «al fine di … fronteggiare … l’eccessivo affollamento delle carceri», si ricorra «in via prioritaria alle procedure in materia di finanza di progetto». Attraverso il project financing torna il tema della privatizzazione delle carceri. Qual è il punto di vista di chi, come lei, conosce da vicino il Terzo settore? Qual è la soglia davanti alla quale è necessario fermare la commistione tra pubblico e privato, e conservare il monopolio dell’intervento dello Stato?

LC: Non sono un tecnico e non so valutare sino in fondo una problematica complessa e controversa come quella delle liberalizzazioni. So però, perché me lo dicono studiosi di peso internazionale come Nils Christie e ancora di più la disamina del sistema di alcuni Paesi, gli USA in modo particolare, che la privatizzazione delle carceri produce un’ipertrofia del sistema, non una sua maggiore efficienza. Nel caso italiano, peraltro, avrei anche qualche dubbio sulla legittimità costituzionale.

La crescita vertiginosa del tasso di carcerazione statunitense mi pare illuminante circa i pericoli connessi. Secondo i dati più recenti, negli Stati Uniti, al 31 dicembre 2010, vi erano 1.612.395 reclusi, con un lievissimo decremento (5.575) rispetto all’anno precedente. Già questa cifra ci parla di un Paese che in soli vent’anni ha visto una crescita abnorme della propria popolazione detenuta sino a conquistare un record mondiale. Ma la situazione è ancor più preoccupante se a quel dato ne affianchiamo e sommiamo un altro, che pochi citano e conoscono, vale a dire quello degli americani adulti in libertà vigilata che, sempre a fine 2010, erano ben 4.055.500. Il volume annuale degli arresti è ancor più impressionante, arrivando a 15 milioni. Questi numero stratosferici ci mostrano come si arrivi a dilatare a dismisura lo strumento del controllo penale, specialmente nei confronti delle fasce povere della popolazione, com’è appunto negli USA dove la maggioranza dei reclusi appartengono a minoranze etniche, soprattutto quella afroamericana. Queste cifre e questa dilatazione derivano in misura significativa dal sistema di privatizzazione. Se il carcere diventa industria, come tutte le industrie vuole crescere. Tanto che negli USA le grandi società private, quotate in borsa e che monopolizzano il settore, intervengono lobbisticamente sul Congresso, con il proprio enorme peso economico, per impedire legislazioni meno punitive e per incrementare le carcerazioni.

Certo, il decreto italiano sul project financing non allude direttamente a uno scenario di questo genere, ma rischia di essere pur sempre un primo passo in quella direzione, che è una direzione fallimentare.

 

RDG: Corruzione, criminalità organizzata e legalità. Su questi temi da anni con Libera svolgete una attività instancabile di informazione e di innovazione. Si tratta di temi enormi, rispetto ai quali le trasformazioni si registrano probabilmente nell’arco dei decenni. Eppure in questa stagione di crisi economica temi come la sottrazione illegale di risorse pubbliche alla collettività, il giogo della criminalità organizzata sui mercati legali o il valore delle regole del vivere associato possono avere un peso diverso. Qual è la risposta della società civile alle molte vostre iniziative su questi temi? E quella delle istituzioni?

LC: Credo che la sensibilità della società nel suo complesso verso i temi legati alle mafie e al peso esercitato dalla criminalità organizzata sia cresciuta molto negli ultimi vent’anni. A questo risultato hanno contribuito vari fattori, tra cui forse anche il nostro paziente lavoro educativo e informativo. Importanti, anche se mai sufficienti e definitivi, sono stati i risultati conseguiti sul piano della repressione, grazie al lavoro di magistrati e apparati investigativi. Meno consapevolezza mi pare esista riguardo l’enorme peso, altrettanto schiacciante e articolato, esercitato sul tessuto economico e sociale dai fenomeni della corruzione. E, conseguentemente, esistono anche meno strumenti di contrasto. Penso, ad esempio, a una norma sulla confisca dei beni illecitamente accumulati e sul loro utilizzo sociale, analogamente a quanto avviene per i patrimoni mafiosi, grazie alla legge voluta da Libera negli anni Novanta.

Le cronache giudiziarie anche recenti ci mostrano, del resto, che non di rado la corruzione e l’uso illecito del finanziamento pubblico ai partiti trovano punti di contatto e di cointeressenza con la criminalità organizzata.

Paradossalmente, la crisi economica può essere occasione e momento per aumentare sia il grado di consapevolezza pubblica sia l’efficacia delle misure di contenimento di un fenomeno che è di per sé degenerativo del tessuto democratico e delle istituzioni, ma che è al contempo una sottrazione significativa di risorse, come ci dicono i dati della Corte dei conti: 60 miliardi l’anno tolti alla collettività. Recuperarli almeno in parte, combattere efficacemente il fenomeno, limitarne l’ampiezza e la ramificazione a ogni livello della vita pubblica, significa, banalmente, più risorse per i servizi sociali, più efficienza della pubblica amministrazione, più fiducia nelle istituzioni, più credibilità della politica. Tutte cose di cui il Paese ha urgente bisogno.

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