Occorre ripensare i comportamenti e la relazione con il pianeta

Occorre ripensare i comportamenti e la relazione con il pianeta

Intervista a Lyda Fernanda Forero a cura di Monica di Sisto e Alberto Zoratti (dal Rapporto sui Diritti Globali 2014)

Cambiamento climatico ed economia. Una diade troppe volte presentata e descritta in modo distorto, in cui la seconda sembra essere la panacea di ogni male, anche per risolvere le sue stesse contraddizioni ambientali. Che il clima che cambia sia diretta conseguenza di un’economia insostenibile lo dicono in molti, ma al momento di pagare il conto chi ha la responsabilità di decidere sceglie di non farlo, per non mettere in discussione interessi e privilegi oramai consolidati. La Conferenza delle Parti ONU di Varsavia, del novembre 2013, è un chiaro esempio di questa situazione, in cui i gruppi privati tentano di sussumere e condizionare negoziati che dovrebbero essere a vantaggio di tutti, anche delle generazioni che verranno.

Un vero cambiamento, sottolinea l’economista Lyda Fernanda Forero, attiva nel Transnational Institute, uno dei più prestigiosi think-tank internazionali sulla giustizia economica e sociale, passa attraverso una transizione decisa verso una società ad alto valore ecologico e sociale. Un obiettivo auspicato, ma che non prescinde dalla messa in discussione degli equilibri che oggi, attraverso accordi economici e interessi consolidati, continuano a tenere in piedi un modello di sviluppo ormai insostenibile.

 

Redazione Diritti Globali: La recente pubblicazione del Quinto Rapporto dell’IPCC sul riscaldamento globale lancia un ulteriore alert ai decisori politici, perchè intervengano quanto prima per invertire la tendenza. Negli ultimi anni è aumentata la consapevolezza dei cittadini rispetto al problema, molti dei quali hanno deciso di mobilitarsi individualmente o collettivamente. Qual’è la situazione generale dei movimenti sociali di fronte al fenomeno del cambiamento climatico?

Lyda Fernanda: È molto difficile identificare una tendenza generale, unica, dei movimenti sociali in relazione alla problematica del riscaldamento globale. Anche se le mobilitazioni, le iniziative e le azioni di pressione intorno ai negoziati dell’UNFCCC (la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico) sono diminuite dopo le Conferenze di Copenhagen (del dicembre 2009) e di Cancún, in Messico (del novembre 2010), le preoccupazioni per gli effetti di fenomeni climatici estremi è comunque aumentata e, soprattutto, la discussione sull’importanza e la necessità di trovare mezzi strutturali per affrontare il cambiamento climatico sono ormai parte integrante dell’agenda politica delle organizzazioni della società civile e dei movimenti sociali in differenti regioni del mondo. In questo senso, la giustizia climatica fa parte della domanda di cambiamento e delle alternative proposte davanti a un modello di sviluppo insostenibile, che sta causando una crisi climatica e ambientali dai più definita senza precedenti.

 

RDG: L’ultima Conferenza delle Parti delle Nazioni Unite che si è tenuta a Varsavia, nel novembre del 2013, è stata al centro di polemiche roventi. Le Organizzazioni Non Governative, le realtà ambientaliste e i movimenti sociali decisero di abbandonare i lavori, denunciando gli eccessivi condizionamenti delle imprese e definendola come «la Conferenza delle multinazionali». Che cosa successe in realtà, e le imprese come provano a condizionare il processo negoziale sui tavoli delle Nazioni Unite?

LF: Il processo di “sussunzione” dei processi negoziali delle Nazioni Unite non è una novità della Conferenza di Varsavia, ma all’interno del negoziato dell’UNFCCC è diventato ogni volta sempre più evidente. Se negli ultimi anni si era denunciata la crescente influenza delle lobbies corporative sulla definizione e sulle politiche di mitigazione e adattamento della Convenzione Quadro, la COP19 in Polonia fu la prima in cui le imprese multinazionali furono dichiarate chiaramente ed esplicitamente come “alleate strategiche” della Conferenza. Addirittura, il Segretariato della Conferenza in Polonia scelse e nominò diciannove alleati strategici tra le imprese che appoggiarono finanziariamente l’organizzazione dei lavori e la promozione dell’evento, e che per questo furono riconosciute per il loro sforzo “verde”.

Il paradosso è che molte di queste imprese si erano caratterizzate per aver rifiutato o ostacolato soluzioni che portassero a una riduzione reale delle emissioni dei gas a effetto serra, mentre le loro attività erano strettamente intrecciate con l’industria automobilistica, aeronautica o dei combustibili fossili, settori che sono fortemente responsabili di un’alta percentuale delle emissioni di gas a effetto sera. Un’infografica del Transnational Institute, Partners in Climate Crime, pubblicata proprio in corrispondenza della Conferenza di Varsavia ha mostrato molto chiaramente quale fosse la situazione.

In questo senso, aprire uno spazio ufficiale per queste imprese multinazionali all’interno della cornice della Conferenza ONU ha permesso loro di ostacolare, se non addirittura di bloccare, qualsiasi avanzamento nella ricerca di soluzioni reali e concrete alla crisi climatica e verso una transizione energetica, e quindi ecologica, delle società. Un fenomeno che fu denunciato fortemente durante la Conferenza dalle organizzazioni e dai movimenti sociali che vi parteciparono.

 

RDG: I negoziati internazionali sul clima si sono caratterizzati da un conflitto al calor bianco tra Paesi emergenti e Paesi industrializzati, al cui centro stava la questione della “Responsabilità storica e differenziata” che avrebbe dovuto far pagare di più a quei Paesi che più avevano inquinato. Rispetto ad altri, la Commissione Europea si è caratterizzata per una retorica pro-sostenibilità, non sempre sostenuta da atti conseguenti. Come ti è sembrato, in realtà, il comportamento dell’Unione Europea in questi frangenti?

LF: Le politiche implementate dall’Unione Europea sulle politiche di mitigazione del cambiamento climatico si sono basate sulla progettazione, lo sviluppo e l’applicazione di meccanismi di mercato che fanno parte delle cosiddette “false soluzioni”, che non solo evitano la necessaria e urgente trasformazione della matrice energetica e produttiva delle nostre società, ma addirittura aumentano le cause strutturali della crisi climatica a cui stiamo assistendo.

A livello internazionale, l’Unione Europea si presenta come una regione che promuove politiche per combattere contro il cambiamento climatico, senza dubbio. Ma queste politiche si sono basate sulla finanziarizzazione e la mercificazione della natura, che hanno letteralmente affossato le strategie di risoluzione delle problematiche ambientali e sociali come l’accaparramento di terre e di risorse, l’estrattivismo, l’inquinamento delle fonti d’acqua e molti altri problemi. Nello stesso modo, la Commissione Europea sta consolidando le politiche indirizzate alla progressiva mercificazione delle diverse forme di vita, non solo attraverso le politiche climatiche che porta avanti sui tavoli negoziali, ma anche attraverso i meccanismi di mercato di compensazione della biodiversità e dei servizi ambientali.

 

RDG: Negli ultimi anni, soprattutto a causa dello stallo nei negoziati multilaterali dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, si sono moltiplicati gli Accordi bilaterali di libero scambio. Dal luglio 2013, Unione Europea e Stati Uniti d’America hanno dato il via al processo negoziale per la conclusione del TTIP, la Transatlantic Trade and Investiment Partnership, che definirà la più grande area di libero scambio del pianeta. Credi che accordi come questo possano impattare sull’ambiente e peggiorare il fenomeno del cambiamento climatico?

LF: L’attuale crisi climatica è stata generata da un metodo di produzione industriale che si basa su un ingente uso di combustibili e, soprattutto negli ultimi venti anni, aumentato a causa di un maggior volume negli scambi del commercio mondiale. L’alto costo ambientale del trasporto delle merci intorno al mondo (20-25% delle emissioni sono collegate ai trasporti) così come la specializzazione della produzione agricola e lo sviluppo e la diffusione delle monocolture causano un costo energetico altissimo e assolutamente non necessario, se si confronta con la possibilità di produrre gli alimenti a livello locale, conseguenze che impattano sui processi naturali di riassorbimento del biossido di carbonio da parte dei boschi e delle foreste naturali.

D’altra parte, il commercio dei servizi ambientali e gli attivi finanziari possono aumentare solo attraverso i meccanismi di liberalizzazione dei servizi e la “cooperazione regolatoria” che sono proposte all’interno dei trattati commerciali.

La protezione delle comunità o la difesa dei territori si potrebbe vedere impattata dai meccanismi di tutela degli investimenti e di risoluzione delle controversia “Investitore-Stato”, in un modo che qualsiasi normativa ambientale potrebbe essere denunciata e osteggiata da quelle multinazionali che ritengono che i loro interessi e i loro profitti siano stati ostacolati, come è accaduto per alcuni casi emblematici come, per esempio, la richiesta fatta dalla multinazionale energetica Vattenfall al governo tedesco per la moratoria sull’energia nucleare, o la richiesta della Lone Pine Resources, un’azienda estrattiva canadese, contro il governo del Quebec per una possibile moratoria allo sfruttamento dei giacimenti di gas di scisto).

Per di più, gli accordi commerciali e di investimento cercano di consolidare e di assicurare a livello giuridico un modello di produzione e di consumo che ha progressivamente portato il pianeta alla crisi ambientale ed energetica attuale. Per questo motivo è necessario ripensare i nostri comportamenti di consumo e la relazione con il pianeta, per continuare a cercare una soluzione reale e concreta a questa crisi.

 

RDG: Considerata la situazione generale, fatta di governi caratterizzati da una bassa ambizione, da gruppi privati che vedono nelle strategie di lotta al cambiamento climatico ulteriori occasioni di profitto e non uno strumento per modificare strutturalmente il proprio modo di produrre e commerciare, che ruolo possono giocare le organizzazioni della società civile, i movimenti sociali e i territori per garantire una vera e concreta transizione ecologica delle società?

LF: La transizione ecologica verso un modello di produzione alternativo si sta già gradualmente sviluppando a livello territoriale grazie alle organizzazioni sociali e alle comunità che stanno ridefinendo la relazione tra gli esseri umani e la natura, alla ricerca di un’armonia che permetta di trovare livelli di produzione in grado di soddisfare le esigenze locali della comunità, proteggendo nello stesso tempo del territorio. Ovviamente, queste iniziative devono rinforzarsi e arricchirsi in un dialogo reciproco e nella costruzione di relazioni e di reti di scambio con altre regioni, dove si stanno sviluppando risposte simili per contrastare la crisi attuale.

 

RDG: Quali sono i prossimi passi e appuntamenti che ci troviamo davanti e quali potremmo definire come strategici per i movimenti sociali, nella prospettiva di rinforzare le reti esistenti e di riaggiornare un’agenda di mobilitazione che ha come obiettivo la transizione reale verso una società più ecologica e giusta?

LF: Sono stati proposti diversi momenti a livello regionale e a livello locale per poter discutere e approfondire queste tematiche. Dalla punto di vista dei movimenti sociali, la Summer School organizzata da Attac in Francia nell’agosto del 2014 sarà un importante momento di incontro e di discussione per tutti i movimenti europei. Le reti universitarie che lavorano attorno al concetto di decrescita organizzeranno un seminario a settembre a Leipzig. Mentre a livello governativo, per ciò che riguarda i negoziati multilaterali, la prossima Conferenza delle Parti è stata programmata a Lima, in Perú, prima di quella successiva del 2015 di Parigi. Saranno eventi che segneranno momenti di discussione con i governi sull’urgenza di un cambio strutturale e di sistema per risolvere una crisi che sembra sempre più inarrestabile.



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