Sono i poteri globali, anche se democratici, a violare i diritti

Intervista a Alessandro Dal Lago a cura di Antonio Chiocchi (dal Rapporto sui Diritti Globali 2014)

Antonio Chiocchi, Rapporto sui Diritti Globali 2014 • 6/8/2016 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali • 496 Viste

(dal Rapporto sui Diritti Globali 2014)

Alessandro Dal Lago ci pone di fronte a un’evidenza incontrovertibile: quello sui diritti umani si è compiutamente fatto un “discorso retorico”. Del discorso, però, conserva tutti gli ingranaggi egemonici, essendo funzionale alla riproduzione di un potere dominante. Inoltre, la retorica occidentale dei diritti umani, ci ricorda Dal Lago, è un discorso relativamente nuovo a cui, nel 1989, la fine del bipolarismo ha impresso una ideologizzazione estrema, ponendolo più che mai al servizio della ristrutturazione dei poteri globali.

Il carattere ideologico dei diritti umani ha una doppia oscillazione, contraddittoria solo in apparenza: i poteri e le potenze globali si appellano ai diritti umani ogni qualvolta si tratta di allargare la loro sfera di influenza; li violano tutte le volte che possono, per difendere i loro interessi strategici. Il discorso sui diritti umani si fa, così, potere esattamente per consentire al potere di riprodursi come discorso. Questo ci spiega meglio come e perché la crisi dei diritti umani coniughi la crisi della democrazia e la crisi della democrazia declini la crisi dei diritti umani, in tutte le dimensioni della vita associata, nello spazio pubblico e nella quotidianità di milioni di esseri umani.

Seguendo lo stringente argomentare di Dal Lago, siamo posti faccia a faccia di un’altra evidenza storica: il declino regressivo delle sinistre, da quelle parlamentari a quelle extra-parlamentari, che possiamo ritenere il complemento del declino della democrazia e dei diritti umani. Incapaci di pensare e praticare alternative reali, le sinistre sono rimaste vittime dell’implosione del modello di società che volevano riformare e/o rovesciare. Come i poteri globali fanno ricorso a un immaginario retorico che parla di diritti privi di realtà vivente, così le sinistre, in competizione tra di loro, intendono far risorgere modelli sociali ormai estinti: siano essi moderati, siano essi estremisti.

Lo stringersi di tutti questi nodi rende sempre più complicata l’uscita dalla crisi della democrazia e dei diritti umani. Occorre ripensare delle alternative possibili, altrimenti la soluzione ai problemi del mondo globale continueranno a essere … i conflitti globali che riequilibrano sanguinosamente le relazioni di potere dominanti. Sembra essere, questo, il monito lanciato da Dal Lago.

 

Redazione Diritti Globali: La crisi globale esplosa nel 2007-2008 ha accelerato la decomposizione della democrazia nei Paesi avanzati e la guerra ai diritti negli ordini interni come nelle relazioni internazionali. A suo parere, quali sono le “relazioni pericolose” tra i due fenomeni? E come si codeterminano?

Alessandro Dal Lago: Mi sembra che, dopo la crisi del 1989 e il declino di qualsiasi ideologia alternativa al capitalismo, di strategia effettiva della pace eccetera, i poteri si stanno ristrutturando in modo da minacciare di fatto alcuni diritti fondamentali. Tanto per intendersi, l’economia vede una diffusione senza precedenti del lavoro sottopagato – con la conseguenza che nei Paesi manifatturieri (come il Bangladesh, dove l’anno scorso l’incendio di una fabbrica ha ucciso più di 1.000 persone), i salari sono a livello di sussistenza (38 dollari al mese è il salario minimo), mentre in quelli “sviluppati” i salari scendono vertiginosamente (800-1.000 euro), per non parlare della disoccupazione ormai strutturale. Quando la crisi si riflette sulla finanza statale, Paesi piccoli, ma pur sempre nella cerchia di quelli sviluppati, come la Grecia, vengono sottoposti a cure economiche terribili, con conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti – e soprattutto con la liquidazione di quei diritti minimi (alla salute, a una vita decente e così via), che in teoria erano una conquista dell’Ottocento, almeno in Occidente.

Un discorso analogo si potrebbe fare per la guerra e i “diritti umani”. La fine del bipolarismo ha comportato la fine di qualsiasi competizione per il benessere e la pace globali – come a modo suo imponeva il conflitto post-bellico Est-Ovest. Di conseguenza, Stati o aree di potere globale (USA, Russia, UE, Paesi arabi ricchi come Arabia o il Qatar) lottano per l’influenza e il potere senza alcun scrupolo per i diritti. Pensiamo solo alla crisi siriana, campo di battaglia per il conflitto strategico strisciante tra USA e Russia, oltre che – naturalmente – per diverse confessioni religiose, organizzazioni politiche e mescolanze varie, in cui è veramente difficile stabilire gli scopi dei contendenti.

 

RDG: La trasformazione dei diritti umani in ideologia al servizio dell’egemonia planetaria dell’Occidente ha sancito la chiusura formale dell’età dei diritti? Se, come pare, il capitalismo globale ha definitivamente rotto i ponti con la democrazia, quali nuove forme di dispotismo sono in incubazione o, peggio, già in azione?

ADL: L’ideologia dei diritti umani è parte di un “discorso”, come avrebbe detto Michel Foucault, con cui si legittimano le strategie globali di alcuni Stati occidentali (grosso modo USA e UE) dopo il 1989. Non c’è bisogno di dire come queste strategie si appellino a un regime giuridico dei diritti che non esiste, sostanzialmente, da nessuna parte, non è contemplato dal diritto internazionale (che è un’entità assai variabile e incerta) e si incarna in istituzioni, come la Corte penale internazionale, il cui trattato istitutivo non è stato riconosciuto o ratificato da Israele, Cina Russia, USA ecc. In altri termini, mentre alcuni Paesi, come Russia o Cina, non sono interessati ai discorsi sui diritti umani, altri, come gli USA, li accettano solo per motivi di interesse, ma sono bene attenti a non farsi mettere mai dalla parte degli imputati, come sarebbe stato logico dopo la guerra del Vietnam o quella del 2003 contro l’Iraq scatenate in base a motivi falsi e costruiti ad hoc.

Sì, è vero, il capitalismo globale accetta la democrazia solo quando non interferisce con i suoi interessi. Direi che oggi, almeno in Occidente, il potere economico e quello politico tendono a spartirsi il dominio in cogestione, mentre in altri casi, come in Russia, i due poteri coincidono (penso al super-oligarca Vladimir Putin che si è liberato dei concorrenti). In questo quadro, la “democrazia”, il “sistema delle garanzie”, i “diritti”, eccetera, sono accettati solo in quanto forme di legittimazione dei poteri esistenti. Altrove, si tratta solo di retorica o di un minimo sistema di reti protettive giuridiche il cui scopo è rendere accettabile il nazionalismo (Russia) o il capitalismo autoritario (Cina).

 

RDG: Storicamente, la relazione tra capitalismo, democrazia e diritti è stata sempre problematica e conflittuale. Nel XX secolo, le mobilitazioni e le lotte sociali hanno sempre cercato di riequilibrare il rapporto a favore dei dominati. Dagli anni Ottanta, con il progressivo affermarsi dell’ultraliberismo, questa azione di riequilibrio è venuta progressivamente meno. Quali sono le responsabilità delle sinistre che hanno agito e subito stratificati processi di convenzionalizzazione? Quali, invece, quelle dei nuovi movimenti sociali che non hanno saputo “globalizzare” e reinventare le loro originarie istanze di libertà?

ADL: Le “sinistre” occidentali hanno in sostanza accettato il capitalismo come destino ineluttabile. La differenza con il passato è che nel secondo dopoguerra era necessario bloccare ogni diffusione del comunismo al di qua della Cortina di ferro, e quindi il socialismo, il laburismo, il keynesismo erano considerati e praticati come antidoti alla fascinazione popolare per l’altra parte. Oggi, venendo a mancare il pericolo comunista (se non nella propaganda di un illusionista come Silvio Berlusconi), la sinistra moderata non è che “centro”. In Italia, un partito come il PD è in fondo l’espressione di un sistema di potere che si sta trasformando radicalmente: dalla gestione degli interessi locali in parte del Paese (le Regioni “rosse”) a un partito d’opinione “razionalizzatore”, “modernista, “sviluppista” e così via. Insomma, la sinistra è quella che, contrariamente alla destra, realizzerebbe davvero la democrazia capitalistica (vedi Matteo Renzi, il Tony Blair di casa nostra).

Quanto alle sinistre “alternative”, io vedo – nel caso italiano – un’oscillazione tra un movimentismo privo di obiettivi politici specifici, anche se culturalmente condivisibile (come nel caso del G8 di Genova), e un giustizialismo (del tipo “manette agli evasori”) regressivo sia politicamente, sia moralmente. Se la sinistra è completamente implosa, come si vede dalla fine ingloriosa di Rifondazione e di Rivoluzione civile, da quella prevedibile di SEL e dal mediocre risultato annunciato della Lista Tsipras, è per questo equivoco, e soprattutto per l’incapacità di dare voce vera a interessi e bisogni di chi è colpito dall’eterna crisi economica. Se Beppe Grillo vince oggi, è anche responsabilità di tutti quei leader e leaderini, magari con la erre moscia, che andavano nei salotti a recitare slogan di trent’anni fa, quando il mondo era completamente diverso.

 

RDG: Debito sovrano, crisi della eurozona, austerità, recessione e via discorrendo su questo registro hanno costituito i passaggi di un attacco deliberato a quello che ancora restava in piedi della democrazia e dei diritti. L’Occidente, in questo mutamento d’epoca, sta tradendo se stesso? O sta realizzando la sua natura più intima? Oppure le due le cose sono intrecciate insieme?

ADL: Non ho mai avuto alcun mito dell’Occidente. I diritti civili e politici sono un’invenzione che non ha più di due secoli, almeno nei Paesi più avanzati. Alla metà dell’Ottocento, poco più di centocinquant’anni fa, la Russia era uno Stato medievale, l’Inghilterra era una democrazia oligarchica (in cui, tanto per capirsi, i gradi di ufficiale venivano ancora comprati), la Francia era governata da una monarchia autoritaria, per non parlare della Germania, dell’Italia o dell’Austria. I “diritti” sono costati decine, se non centinaia, di milioni di morti, tra guerre, rivoluzioni e così via. Non esiste, io credo, una natura intima dell’Occidente. Esiste un’evoluzione che va in direzione contraria alle mitologie progressive e soprattutto alle conquiste, costate sudore e tanto sangue, dei ceti meno fortunati. Quindi, io parlerei di una mutazione regressiva.

 

RDG: Le metamorfosi della democrazia e dell’Occidente attualmente in corso stanno ridisegnando sotto i nostri occhi il tessuto delle relazioni internazionali. I casi della Siria e dell’Ucraina ne sono soltanto gli ultimi esempi. Non pare, però, che stiamo assistendo a una riedizione pura e semplice della “guerra fredda”. Quali ritiene che siano i principali processi di riaggiustamento e riallocazione dei baricentri di azione del sistema delle relazioni internazionali?

ADL: Oggi nel mondo si giocano molte partite allo stesso tavolo globale (in questo senso, l’idea di Samuel Huntington di uno scontro tra Occidente e altre “civiltà” è sbagliata, prima di essere una profezia sinistra). Gli USA, per esempio, che dominavano direttamente o indirettamente l’Occidente, sono costretti – in una fase di declino evidente – a competere con la Russia, la Cina, alcune potenze regionali nucleari (India, Pakistan, Iran), Paesi arabi emergenti e così via. Al tempo stesso non possono imporre più quella che è rimasta (dopo quasi due secoli!) la dottrina Monroe, cioè il privilegio di avere mano libera in tutto il continente americano (Nord, Sud e Centro). Dico competere, ma non necessariamente entrare in conflitto armato. Ora, le crisi siriana e ucraina, come in precedenza quella iraniana, afghana e così via sono in sostanza punti di attrito in questo gioco politico, che ovviamente comprende la possibilità strutturale della guerra. È evidente che queste crisi hanno fortissimi motivi interni, soprattutto quelli scatenanti. Ma quello che sta profilandosi è una sorta di conflitto a più partecipanti che ricorda quello tra le potenze europee nel Settecento (Prussia, Francia, Inghilterra, Austria e altre minori) che si combattevano senza sosta in pace e in guerra. Con la differenza che oggi il conflitto è globale e non continentale, che le armi sono infinitamente più letali, e le vittime civili infinitamente più numerose (all’incirca il 90% dei conflitti ufficiali).

 

RDG: Tra le principali falle della Dichiarazione sui diritti dell’uomo del 1948 va segnalato certamente l’universalismo di tipo individualista che la permea, in forza del quale reperiamo in essa, come è stato a più riprese fatto rilevare, l’assenza di ogni riferimento ai diritti collettivi, la mancata promozione dei diritti delle donne e il silenzio sulla pena di morte. Non è anche per la presenza di questi “vuoti” che, in tutto il mondo, hanno più agevolmente potuto stratificarsi ed estendersi violazioni sistematiche dei diritti umani?

ADL: Certo, ma si tratta di un sintomo e non di una causa. I crimini di massa ci sarebbero anche se la pena di morte fosse formalmente abolita in tutti gli Stati del mondo, i diritti delle donne formalmente riconosciuti, eccetera. Non voglio essere frainteso. Voglio dire due cose: primo, contano le pratiche, non le risoluzioni ONU o le dichiarazioni solenni; secondo, per fare un esempio, la guerra del 2003 è stata condotta dagli USA e dal Regno Unito in Iraq causando la morte di almeno 500.000 civili (ma secondo alcuni, forse un milione) – e cioè dalle patrie del politicamente corretto, dei diritti umani, dell’uguaglianza uomo-donna.

In altri termini, sono i poteri globali ad avere la responsabilità di violare i diritti. Anche quando si tratta di democrazie. D’altronde, non è stata forse Atene, la sola democrazia dell’antichità, a praticare l’imperialismo più aggressivo nel Mediterraneo, prima di Roma?

 

RDG:, Il primato della sicurezza statuale sui diritti è diventato il marchio di origine con cui si sono presentati i poteri globali, già all’alba della caduta del Muro di Berlino nel 1989. L’estate del 2013 il fenomeno, già ben noto, è venuto ancora più clamorosamente a galla con il cosiddetto Datagate. La sorveglianza elettronica di milioni di persone è una delle forme estreme e più invasive della lesione dei diritti individuali e dei diritti collettivi: con una sola mossa, sono distrutte la privacy e la sfera pubblica. Stiamo per essere velocemente tele-trasportati verso società a libertà zero? Il rapporto tra potere, menzogna, controllo e manipolazione trova una sublimazione proprio nell’uso delle nuove tecnologie elettroniche? Anche questo fenomeno incide sul perverso rapporto che si è andato instaurando tra indifferenza, crudeltà e spettacolo, da lei indagato a fondo?

ADL: Credo che il controllo virtuale delle comunicazioni di ogni tipo – da parte soprattutto di USA e alleati di lingua inglese – sia praticato da sempre, almeno dalla fine della Seconda guerra mondiale (vi ricordate di Echelon?) e che si sia inasprito dopo l’11 settembre 2001. Ora, il Datagate non è che l’espressione del declino americano (in questi casi, quello che conta non è il contenuto della notizia, ma che ci sia la notizia…). Certo, gli USA continueranno a spiare il mondo. Ma a che pro? L’uomo comune, per lo più, non ha nulla da nascondere, almeno agli spioni, perché politicamente inesistente. Russi e cinesi, ovviamente, spiano come gli americani e saranno rapidamente in grado di difendersi, se non lo sono già. Quanto agli europei, politicamente ininfluenti, sono anche loro attivi nello spionaggio industriale ed economico. Ma penso che la questione sia un’altra. Nel campo dell’informazione – soprattutto nell’era di Internet – esiste una guerra sorda e segreta che ormai fa stabilmente parte del gioco politico globale. Una guerra a cui noi, esseri qualsiasi, non partecipiamo, ma che ci riguarderà sempre di più negli effetti e nelle conseguenze di lungo periodo.

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