Il ritardo italiano nell’istruzione

Intervista a Andrea Cammelli a cura di Roberto Ciccarelli (dal Rapporto sui Diritti Globali 2014)

Roberto Ciccarelli, Rapporto sui Diritti Globali 2014 • 7/8/2016 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali • 451 Viste

Intervista a Andrea Cammelli a cura di Roberto Ciccarelli (dal Rapporto sui Diritti Globali 2014)

Il 37 per cento degli occupati italiani classificati come “manager” ha completato solo la scuola dell’obbligo. Secondo il Consorzio interuniversitario AlmaLaurea, la media dei 15 Paesi dell’Unione europea occidentale è del 19 per cento. In Germania, con un peso del settore manifatturiero simile al nostro, la consistenza dei manager senza laurea arriva appena al 7 per cento. Questi dati devono essere considerati alla luce del fatto che i laureati fra i giovani italiani dai 25 ai 34 anni è la metà che negli USA, 21% contro il 42%. Per Andrea Cammelli, direttore di AlmaLaurea, «sarebbe un errore imperdonabile sottovalutare o tardare ad affrontare in modo deciso le questioni della condizione giovanile e della valorizzazione del capitale umano».

AlmaLaurea aveva già riscontrato già nel 2004-2008 la riduzione delle professioni ad alta specializzazione (manager, imprenditori, liberi professionisti) in controtendenza rispetto agli analoghi Paesi UE, dal 31% del Regno Unito al 17% dell’Italia. La situazione è peggiorata con la crisi. Su questo hanno influito il modello di specializzazione produttiva del Paese e i tratti tipici del nostro tessuto imprenditoriale: ridotta dimensione aziendale, prevalenza di una gestione familiare. Nonostante tutto, la laurea resta un titolo di studi utile. I laureati hanno una probabilità di occupazione superiore del 12 per cento rispetto ai diplomati, insieme a salari a più alti. La disoccupazione cresce anche per loro, ma meno degli altri.

 

Redazione Diritti Globali: Professor Cammelli, visto che i manager italiani hanno in maggioranza un titolo da scuola media, cerchiamo di capire quanti sono i lavoratori con questo diploma?

Andrea Cammelli: Nel 2010 erano il 35,8% degli occupati, il 22% nell’Europa a 27, in Germania il 13,5%. Una caratterizzazione che riguarda soprattutto il settore privato e che si riflette anche sul livello di istruzione di manager e dirigenti. Il 37% degli occupati italiani classificati come manager aveva tutt’al più la scuola dell’obbligo, contro il 19% della media europea. In Germania, con una consistenza del settore manifatturiero simile alla nostra, i manager con livello di studi analogo arrivano al 7%. Nello stesso anno, l’Italia era agli ultimi posti per la quota di laureati sia per gli adulti d’età 55-64 anni sia per i giovani di 25-34 anni (21% contro il 38%). Una struttura occupazionale che discende dal modello di specializzazione produttiva e dai tratti tipici del nostro tessuto imprenditoriale: il nanismo aziendale, la prevalenza di una gestione familiare non manageriale, ad esempio. Risultato: a parità di condizioni, un imprenditore laureato assume il triplo di laureati rispetto a uno non laureato. C’è poi l’arretratezza della Pubblica Amministrazione e il minore assorbimento di laureati dovuto al blocco delle assunzioni. Un quadro generale che forse avrebbe richiesto una maggiore attenzione, nella scelta degli interventi, per misure in grado di promuovere la valorizzazione del capitale umano e della conoscenza.

 

RDG: Come aumentare l’occupazione qualificata?

AC: La creazione di posti di lavoro, soprattutto nel caso dei diplomati tecnici e professionali, molto richiesti dalle nostre imprese, non può che essere legata a un aumento della domanda di beni prodotti dal nostro sistema manifatturiero, aumento che può essere motivato o da un incremento della domanda estera o di quella interna o di entrambe. Nei due casi, interventi volti a ridurre il costo del lavoro per unità di prodotto possono svolgere una funzione utile. La strada maestra passa per la riduzione del cuneo fiscale e l’adozione di innovazioni tecnologiche e organizzative che richiedono, però, adeguati investimenti da parte delle imprese. Su questo fronte non si fa abbastanza da diversi anni, da ben prima della crisi. Anche in questo caso, l’assenza di interventi da parte del governo è da ricondurre, probabilmente, alle difficoltà tecniche e politiche nel reperire le risorse da mettere in campo.

 

RDG: In molti casi i giovani diplomati, come i laureati, non riescono a usare le competenze acquisite con la formazione sul lavoro. Perché?

AC: Sicuramente occorre curare di più il rapporto tra scuola e mondo del lavoro, valorizzando anche i tirocini, non dimenticando però che i sistemi di istruzione devono fornire competenze utili lungo tutto l’arco della vita delle persone, non solo nella fase di ingresso nel mondo del lavoro. In un mondo che cambia continuamente un’elevata occupabilità in ingresso, legata al possesso di competenze molto specifiche, potrebbe tradursi in una minore occupabilità nell’arco della vita lavorativa. Quindi, occorre disegnare sistemi di istruzione e di formazione che sviluppino competenze adattabili nel corso del tempo attraverso la formazione continua. Questo vale sia per i diplomati sia per i laureati. Importante è anche l’informazione sui percorsi e sugli sbocchi occupazionali. Spesso le famiglie non considerano le reali attitudini dei giovani. L’attività di orientamento delle istituzioni è spesso carente e talvolta gestita in maniera poco professionale, anche per mancanza di risorse. Occorre però vegliare affinché il tempo impiegato a scuola e all’interno delle imprese sia effettivamente utilizzato per migliorare il bagaglio di competenze e conoscenze dei giovani.

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