Un’Europa sociale, per rendere esigibili i diritti

Intervista a Letizia Cesarini Sforza a cura di Susanna Ronconi (dal Rapporto sui Diritti Globali 2014)

Susanna Ronconi, Rapporto sui Diritti Globali 2014 • 7/8/2016 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali • 1047 Viste

Intervista a Letizia Cesarini Sforza a cura di Susanna Ronconi (dal Rapporto sui Diritti Globali 2014)

L’Europa della crisi e della Troika sta mettendo a dura prova le associazioni che lavorano nel campo della lotta a povertà ed esclusione: non si tratta solo dei tagli e dell’austerità – anche se la scelta strategia dell’Unione sta creando nuova povertà e nuova esclusione; si tratta anche di un deficit democratico, perché creare e valorizzare processi di ascolto e partecipativi sta diventando sempre più difficile, i margini per un’azione di orientamento delle politiche sociali comunitarie sono sempre più stretti. Abbiamo chiesto a Letizia Cesarini Sforza, vice presidente di European Anti Poverty Network (EAPN) e membro del Comitato direttivo di EAPN Italia, una valutazione su questo scenario e quali siano le strade che l’associazionismo europeo sta battendo per rinnovare processi partecipativi e soprattutto per “tenere” sulle politiche sociali.

 

Redazione Diritti Globali: Il cosiddetto Modello europeo, basato sulla alleanza tra sviluppo e welfare, sembra del tutto affossato, dalle politiche comunitarie e soprattutto dalla linea adottata dalla Troika per uscire dalla crisi globale del 2008. È cambiato lo scenario, e il cambiamento appare strategico, non congiunturale. Che giudizio politico dà EAPN di questa situazione?

Letizia Cesarini Sforza: Il cambiamento verso un approccio trade off, o sviluppo o welfare, in realtà è iniziato ben prima del 2008, ben prima della crisi, direi che possiamo datare questo passaggio a subito dopo la presidenza di Jacques Delors alla Commissione Europea, nel 1995. È stata lì la fine di un’Europa come la conoscevamo, quella dei programmi di lotta contro la povertà e quella delle consultazioni con la società civile. La crisi è stata l’ultima spinta per consentire alla politica, europea e nazionale, una spallata al modello europeo di welfare, prima di tutto certo nei Paesi sottoposti ai Memorandum della Troika, ma anche negli altri, anche in Italia, che non è sottoposta alla Troika ma si è allineata alle stesse politiche. La questione del pareggio di bilancio portato dentro le Costituzioni nazionali, è gravissima, come voler “costituzionalizzare l’austerità”, in un momento in cui le povertà sono in aumento, misure e benefici sono concessi con il contagocce, e in Europa siamo arrivati a 124 milioni di poveri, 6 milioni in più solo nell’ultimo anno. In questo scenario, il Consiglio di Primavera tra i capi di Stato e di governo all’inizio del 2014 non ha nemmeno menzionato questa questione della povertà e dell’impoverimento e tanto meno si è posto il problema di valutare qual sia l’impatto delle politiche anticrisi sulla condizione sociale delle popolazioni.

 

RDG: Una situazione molto difficile, dunque. Come vi state muovendo, come rete europea, per tenere aperte le questioni della lotta all’esclusione e promuovere politiche adeguate? Cosa state modificando delle vostre strategie?

LCS: Il networking tra reti e organizzazioni europee è di buon livello e molto attivo. Un momento importante è stato, nel 2010, Anno europeo di lotta alla povertà, l’Alleanza di Primavera, che è tuttora attiva e ragiona su come spostare l’asse delle politiche europee in materia sociale. Anche oggi, pur in una situazione così difficile, sono positive le alleanze che EAPN sta portando avanti, per esempio, con Eurochild, per quanto riguarda la lotta alla povertà e all’esclusione dei bambini, ed anche per quanto riguarda la condizione dei migranti. Uno sforzo che stiamo facendo è quello di ampliare la platea, del resto com’era fino a non molto tempo fa, rispetto alle povertà, perché la tendenza a livello comunitario – ma anche nazionale – è quella di concentrarsi sulle povertà estreme, che sono drammatiche, certo, ma se non si interviene sulle altre povertà, prima, per prevenire quelle più radicali, si rischia di procedere solo “mettendo una toppa”, senza uno sguardo strategico. In questo senso è importante ampliare anche il numero degli interlocutori politici in sede comunitaria: la povertà non appartiene solo alla Direzione Affari sociali e agli organismi burocraticamente preposti, ma va vista in ottica trasversale, dalla qualità urbana alla salute, per non dire delle politiche economiche e finanziarie. Siamo pertanto anche noi impegnati in una fase di passaggio, di cambiamento di ottica, tentando di portare i temi delle povertà dentro una Agenda politica trasversale, investendo in questo la Commissione Europea tutta.

 

RDG: Avete sempre tenuto insieme contenuti e processi, sottolineando come nessun risultato positivo sia raggiungibile senza attivare reali percorsi di partecipazione L’inclusione sociale, insomma, è un fatto anche di democrazia, sia per le persone destinatarie delle politiche, sia per le associazioni e i pezzi di società civile che sono coinvolte e competenti. Quali esiti sta dando il lungo periodo della crisi su questo piano? E quali i vostri obiettivi?

LCS: Le politiche di austerità non hanno inciso solo sui risultati, diciamo così, in termini di impoverimento, ma anche sui processi, per esempio limitando al minimo l’ascolto e il coinvolgimento della società civile e della sue associazioni, come EAPN. Abbiamo avuto tagli ai finanziamenti, occasioni di ascolto ridotte al minimo, l’interazione con la Commissione è sempre più difficile. Si è davvero alzato un muro, il famoso Metodo Aperto di Coordinamento è fatto più di parole che di una prassi reale. In questa situazione noi cerchiamo prima di tutto di non cedere gli spazi che ancora ci sono, e rispondere colpo su colpo, sia in ambito comunitario che a livello nazionale, soprattutto in merito ai Programmi di riforma nella lotta alla povertà che sono sempre più scritti dai dicasteri economici ben più che dai ministeri del Welfare, e anche questo fa sì che la partecipazione democratica sia ridotta ai minimi storici. Monitoriamo costantemente l’osservanza alle raccomandazioni ed elaboriamo Rapporti ombra che impegnino sia la Commissione sia gli Stati a fornire risposte, fornendo dati, critiche e proposte da portare nelle sedi dove si possa essere ascoltati. Ora aspettiamo le elezioni europee, e molto dipende da quale Parlamento uscirà e quindi da quale Commissione e da chi sarà il Commissario. È una scadenza importante e per questo abbiamo lanciato la campagna “Eleggiamo i campioni dell’Europa sociale”, avere tra gli eletti parlamentari che abbiano a cuore la lotta alla povertà e che possano sostenere campagne come quella per il Reddito minimo è importante. Ci sarà certamente un’area non piccola di parlamentari contro l’Europa, ma anche un certo numero di parlamentari europeisti alternativi, che hanno dell’Europa un’idea diversa da quella della Troika.

 

RDG: Tra le campagne “storiche” di EAPN c’è quella per il reddito minimo. Avete scritto che un reddito di base è fondamentale «per vivere una vita dignitosa a partecipare pienamente alla società» ma anche che «i Paesi che che hanno sistemi migliori di protezione sociale sono quelli che meglio resistono all’impatto della crisi», ancora una volta rivendicando l’allenza tra sviluppo e welfare. A che punto è la battaglia per il reddito minimo? E cosa è cambiato in queti ultimi anni?

 

LCS: EAPN ha avviato la campagna sul reddito minimo già nel 1994, coinvolgendo reti e associazioni di tutta Europa; negli Stati che lo prevedevano per miglioralo, e in quelli che non l’avevano, come l’Italia, per istituirlo. Oggi nei Paesi che in cui è incluso tra le misure vigenti, il reddito minimo è sotto attacco, si riducono le prestazioni, aumentano lacci e lacciuoli nell’accesso, le condizioni per la fruizione si fanno più restrittive un po’ in tutta Europa, e aumenta la richiesta di andare a lavorare senza troppa attenzione a qualità e adeguatezza del lavoro proposto. Per rispondere a questa situazione come EAPN insieme ad altri attori abbiamo promosso l’European Minimum Income Network, di cui l’Italia è un membro molto attivo, perché siamo del tutto privi di uno strumento simile, se non per qualche sporadica sperimentazione. Un obiettivo politico sarà quello di chiedere al nuovo Parlamento una Direttiva sul reddito minimo, che impegni tutti gli Stati, perché dati i livelli di povertà ma anche di non lavoro e di precarietà, non ci sono molte alternative credibili. In Italia pensiamo a un reddito il cui importo, per essere adeguato, deve essere al di sopra della soglia di povertà relativa, non abbiamo altri parametri certi, anche perché da noi non esiste un salario minimo su cui poter parametrare. Il reddito minimo dovrebbe anche implicare un riordino delle tante e frammentate misure che oggi, anche se in modo sempre più restrittivo, pure sono disponibili, pensando che ormai accedervi è diventato una sorta di lavoro a tempo pieno… per il cittadino orientarsi nella giungla delle diverse misure, dal contributo all’affitto, a quello per l’elettricità, alla famosa social card è difficile. Si tratta di semplificare, fare una misura unica e universale, che è insieme più semplice, più efficace e meno stigmatizzante per chi vi accede.

 

RDG: La tendenza a impoverire le strategie di lotta all’esclusione e a e concentrarsi sulle povertà estreme, perdendo di vista uno sguardo strategico, è dunque un fatto europeo. Ma l’Italia sembra anche più in difficoltà nel mettere al centro di un reale interesse politico la questione dell’inclusione. Quali sono le priorità e come vi state muovendo nello scenario nazionale?

LCS: Sul piano nazionale l’aver abbandonato di fatto l’approccio dei Piani di lotta alla povertà ha voluto dire affidarsi a una logica caritatevole e senza strategia, al buon cuore del governo di turno e sempre sotto il principio della priorità economica e di bilancio. In questi mesi il governo sta lavorando al Piano indigenti, tutto il piano per la distribuzione di aiuti alimentari che era gestito dal ministero dell’Agricoltura non esiste più, oggi il fondo che ammonta a circa 10 milioni ha due diversi percorsi, uno propriamente di aiuto alimentare e l’altro per percorsi di inclusione sociale. EAPN insieme a FEANTSA, la Federazione europea per i senza fissa dimora, stanno lavorando a questo passaggio, anche perché ci saranno diversi fondi comunitari e vanno ben amministrati. Le povertà sono diventate drammatiche e avere un buon piano di distribuzione alimentare è importante. Per il resto, l’Italia non ha un Piano di lotta alla povertà, sono stati fatti dagli ultimi governi di centrosinistra processi di consultazione, ma molto vaghi e aleatori, l’ultimo risale al 2010, non un gran risultato per l’Anno europeo di lotta alla povertà. Abbiamo la social card, la cui platea di beneficiari, in effetti, è stata ampliata ed anche gli importi in alcuni casi sono maggiori, ma è rimasta dentro una logica sostanzialmente caritativa, non è una logica di diritto, e non è un intervento complesso, accompagnato da misure serie di inclusione. Quando si dice percorsi di accompagnamento si pensa sempre al lavoro però non è solo questo, ci sono persone che non potranno mai lavorare, ma anche per loro si può pensare a una inclusione sociale e di cittadinanza. Tutto questo non c’è. Noi di EAPN pensiamo che la povertà sia l’esito di una serie di diritti negati, e non saranno misure come la social card a ristabilire una condizione di esigibilità di diritti.

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