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In uno scenario di eventi sempre più estremi urge una nuova classe dirigente

Intervista a Mariagrazia Midulla a cura di Monica Di Sisto e Alberto Zoratti (dal Rapporto sui Diritti Globali 2014)

Monica Di Sisto e Alberto Zoratti, Rapporto sui Diritti Globali 2014 • 9/8/2016 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali • 581 Viste

Intervista a Mariagrazia Midulla a cura di Monica Di Sisto e Alberto Zoratti (dal Rapporto sui Diritti Globali 2014)

Il Panel di scienziati che da anni si occupa di cambiamento climatico, l’IPCC, lancia il suo ultimo appello in ordine di tempo: il fenomeno del cambiamento climatico si aggrava sempre più e le emissioni, invece di diminuire, aumentano. Le conseguenze ormai sono sotto gli occhi di tutti: ghiacciai che si sciolgono, un livello del mare che si sta progressivamente alzando, giacimenti di gas naturale che si liberano dal permafrost in scioglimento aggravando ancora di più il mutamento del clima, eventi estremi che colpiscono a ogni latitudine. Le risposte non sono immediate né semplici, ma passano di necessità attraverso una rilettura dell’attuale modello di sviluppo. “Transizione” è la parola d’ordine, in attesa delle Conferenze ONU del 2014 in Perú e del 2015 in Francia, le prossime cartine al tornasole per verificare se oltre a un “emission gap” si conferma anche un “ambition gap” dei governi del mondo.

 

Rapporto sui Diritti Globali: Il 2014 è l’anno dell’uscita del quinto report dell’IPCC, il Panel di scienziati che studiano oramai da quasi trent’anni il cambiamento climatico e danno base scientifica ai negoziati dell’ONU. L’ultimo Rapporto mostra uno scenario sempre più preoccupante, con le emissioni di gas climalteranti che stanno crescendo di più del previsto. Il cosiddetto “emission gap” si sta ampliando? E con quali conseguenze?

Mariagrazia Midulla: Come hanno confermato gli scienziati dell’IPCC, le emissioni di gas a effetto serra sono in salita vertiginosa. Questo è dovuto al fatto che i Paesi protagonisti della rivoluzione industriale continuano a bruciare combustibili fossili e che alcuni Paesi, quelli definitici come “emergenti” si stanno rapidamente sviluppando seguendo lo stesso percorso. L’“emission gap” misura la differenza tra la quantità di emissioni reali e quella che si dovrebbe rispettare per evitare gli scenari peggiori, misura in poche parole la possibilità di rimanere al di sotto di un aumento della temperatura media globale di 1,5-2 °C rispetto all’era pre-industriale e la distanza che abbiamo da tale percorso. Oggi abbiamo un “eccesso” di emissioni di 8-12 gigatonnellate di CO2 equivalente (GtCO2e ). L’IPCC ci dice che è possibile evitare di raggiungere la soglia del cambiamento climatico catastrofico, ma abbiamo poco tempo per farlo, e soprattutto sta venendo meno il tempo per farlo in modo “dolce”, evitando cioè costi altissimi. Se non interverremo in modo deciso e concreto, continueremo a cadere nel dirupo dell’aumento della temperatura: lo scenario che abbiamo di fronte è uno dei peggiori ipotizzati, che parlano di un riscaldamento globale di 4 °C e oltre: se possono sembrare pochi, basterebbe pensare che quando il pianeta era coperto di ghiaccio, nell’era glaciale, la temperatura globale era inferiore a quella attuale “solo” di 4-6 °C.

 

RDG: Gli ultimi rilevamenti scientifici sullo stato dell’arte del nostro pianeta indicano ghiacciai in ritirata, grandi quantità di metano che si liberano dal permafrost in scioglimento, eventi estremi sempre più. La risposta, da parte di alcuni critici come l’ex ambientalista scettico Biorn Lomborg, sembra essere quella che punta più sull’adattamento che non sulla mitigazione, cioè sul taglio delle emissioni.

MM: Francamente Lomborg e il gruppo dei cosiddetti ambientalisti scettici sono personaggi oramai marginali, tenuti in vita dai mass media che hanno tutto l’interesse di creare il caso, inventando contrapposizioni laddove non ci sono o, peggio, sostenendo posizioni che rispondono agli interessi di proprietà o inserzionisti molto generosi. È sicuramente vero che abbiamo bisogno di strategie e misure di adattamento al danno già fatto, ma di fronte a un aumento della temperatura che rischia di superare i 1,5-2 °C non c’è strategia di adattamento che tenga. Sarebbe come tentare di salvarsi da un incendio soffiando via il fuoco, invece di aggredirne le cause. È bene chiarire che sul fatto che il cambiamento climatico sia in atto e che la responsabilità sia delle attività umane la comunità scientifica è schierata in modo chiaro e inequivocabile: 10.885 contro 2 (due).

Dato per assodato quindi il cambiamento climatico esiste e che una delle principali cause è l’attività umana, successivi due gradi dello scetticismo foraggiato dagli interessi delle grandi lobby dei combustibili fossili affermano l’insostenibile: cioè che un clima più caldo, in fondo in fondo, fa bene alla Terra e che siccome non c’è più nulla da fare, tanto vale continuare così. Sono vere e proprie stupidaggini, ma molto pericolose, perché continuano ad alimentare un clima di falsa incertezza, provando a depotenziare le risposte efficaci e privandoci della possibilità di agire. In più, vedo un altro grosso pericolo, quello del “fingere di agire”, e in realtà continuando a inquinare come e peggio di prima.

 

RDG: Nel novembre del 2013 Varsavia, nella scorsa Conferenza delle Parti dell’ONU sul cambiamento climatico, è stata al centro delle polemiche da parte delle organizzazioni ambientaliste e della società civile, che hanno scelto di abbandonare i lavori del vertice denunciando un’eccessiva presenza di interessi privati. Qual è la situazione attuale e quanto quelle denunce sono ancora attuali?

MM: Per fortuna qualche barlume c’è, non tutto sembra perduto. La protesta pacifica delle ONG, ambientaliste e non, che hanno abbandonato il vertice in un assordante silenzio di condanna, ha pesato e molto. Tra coloro che hanno lasciato i lavori c’erano organizzazioni e persone che stanno seguendo i negoziati da molto tempo, e che hanno sperato, e in verità continuano a sperare, in un accordo globale sul clima capace di cambiare radicalmente la situazione.

Ma con questa situazione ambigua, fatta di tattiche e furbizie da parte di governi e gruppi privati più o meno interessati, non si arriva da nessuna parte. Il nostro grande problema è che la governance globale non funziona più, gli equilibri storici oramai si sono rotti. Gli Stati sono sempre più refrattari nei confronti di regole internazionali in nome della propria sovranità nazionale. Ma di fronte a interessi globali e problemi globali, la sovranità nazionale diventa una bandiera che rappresenta poco o nulla, perché inadeguata alla sfida e quindi totalmente inefficace. Forse i governi farebbero bene a chiedersi perché non riescono più a tassare i profitti e i capitali, che spariscono e riescono in pochi secondi a fare il giro del mondo: e allora si accorgerebbero che difendono solamente un vessillo, favorendo così gli interessi dei pochi contro l’interesse di tutti. E se consideriamo che col cambiamento climatico in gioco ci sia la sopravvivenza della civilizzazione umana, è difficilmente confutabile che sia davvero l’interesse di tutti, nessuno escluso.

 

RDG: Il prossimo appuntamento negoziale dell’UNFCCC sarà Lima, in Perú, nel dicembre 2014. Qual è la situazione, siamo a rischio fallimento? E quali sono le prospettive post 2015, anno considerato come pietra miliare per lo sdoganamento del prossimo accordo globale?

MM: Il governo peruviano ha chiesto alle ONG di rientrare e seguire e partecipare, nel loro ruolo di osservatori, alla Conferenza delle Parti di Lima. Credo che accoglieremo l’invito, ma i problemi restano, anche quello dello scarso ruolo concesso dal sistema negoziale proprio alle ONG. Comunque, è chiaro che l’accordo va raggiunto dai governi, anche perché negli ultimi tempi ci sono segnali positivi che vengono dagli USA e dalla Cina.

Ma senza la leadership europea (la proposta del pacchetto Clima ed Energia 2030 è debole, e gli altri attori globali in gioco lo sanno) e una volontà comune, la strada rischia di essere molto accidentata. Noi non siamo tra coloro che amano gridare al fallimento prima che le cose si compiano, stiamo lavorando per avere un testo su cui negoziare a partire da Lima, in vista di Parigi 2015. Contiamo anche sull’auto degli Stati latinoamericani, poiché sono tra i più minacciati dal cambiamento climatico: ma non abbiamo un atteggiamento ingenuo, naif, sappiamo benissimo che ci sono dinamiche politiche che dobbiamo tenere in conto per, con l’aiuto di tutti, farle passare in secondo piano rispetto alla posta in gioco. Quello che non vogliamo è un accordo di facciata: sappiamo che probabilmente sarà un accordo diverso da quelli che l’hanno preceduto, ma la cartina di tornasole sono le emissioni: devono essere decisamente tagliate. Come ha detto il presidente dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale: «Sulla fisica non si negozia».

 

RDG: La rivoluzione dello shale gas nel Stati Uniti, l’aumento dell’utilizzo del carbone in Europa. Nonostante le rinnovabili e le tante dichiarazioni sulla necessità di una transizione ecologica, non si rischia una deriva pericolosa per il clima?

MM: Sì, si rischia una deriva molto pericolosa. Oggi tutti i think-tank, tutte le organizzazioni mondiali, compresa l’Agenzia Internazionale per l’Energia, dicono che, per rimanere entro i 2 °C di riscaldamento globale, dobbiamo lasciare dove stanno almeno i due terzi dei combustibili fossili ancora nel sottosuolo. A parte i problemi ambientali legati al fracking, non certo trascurabili, le soluzioni per raggiungere l’obiettivo del 100% di produzione di energie rinnovabili, in un mondo capace di sfruttare meglio e di risparmiare l’energia, ci sono già, e l’innovazione tecnologica sta facendo passi da gigante giorno dopo giorno: in questo contesto, parlare di fracking non ha senso, particolarmente in Paesi densamente urbanizzati come quelli europei, dove non si potrà mai fare per questioni ambientali e sociali, come alcuni Paesi hanno chiaramente rimarcato.

 

RDG: Abbiamo citato il concetto di “Transizione ecologica”. Come la descriveresti e cosa auspicheresti?

MM: La transizione è la capacità di affrontare e risolvere i problemi economici e sociali legati al passaggio da un paradigma energetico e produttivo a un altro, imperniato sull’uso efficiente e rigenerativo delle risorse disponibili, assicurando la salute degli ecosistemi che rendono possibile la vita sulla Terra come la conosciamo (e certamente la vita della specie umana). Ovviamente non c’è una ricetta pre-confezionata, c’è solo un obiettivo da raggiungere. In questi anni, tuttavia, si sono moltiplicati gli studi che individuano i passi da compiere in ciascun settore.

Sappiamo bene che la politica è un’altra cosa, ma la Politica con la P maiuscola è trovare la strada per raggiungere l’obiettivo minimizzando i costi: non mi scandalizzano i compromessi, mi scandalizzano molto le deviazioni dall’obiettivo, il dire di volere una cosa e perseguirne un’altra. In questo senso, dobbiamo affrettarci a preparare una classe dirigente che sappia davvero di cosa si parla.

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