Istat: la crescita italiana si è fermata

Istat: la crescita italiana si è fermata

News raggelanti per il governo, che deve ulteriormente ridimensionare le sue aspettative sul Pil: «L’economia italiana ha interrotto la fase di crescita», registra l’Istat nella sua nota mensile, e quel che è peggio si prevede «un proseguimento della fase di debolezza» anche «nei prossimi mesi». Se il premier Matteo Renzi e il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan avevano già preso atto del rallentamento del primo semestre (mettendo in conto quindi di modificare al ribasso le stime del Def), speravano forse che il secondo fosse migliore: per arrivare a segnare addirittura l’1% contenuto nelle 30 slide del presidente del consiglio qualche giorno fa, o perlomeno uno 0,9%, sempre meglio dello 0,8% del 2015. E invece il rischio è che il 2016 si riveli ancor più deludente delle attese.

Ovviamente le opposizioni criticano la politica economica dell’esecutivo, così come i sindacati e le associazioni dei consumatori, allarmati, chiedono interventi urgenti per correggere la rotta. D’altronde, se leggiamo per intero l’analisi dell’Istat, notiamo che anche luglio ha avuto una performance negativa, e che sono in crisi sia la domanda interna che la produzione industriale: «L’economia italiana ha interrotto la fase di crescita, condizionata dal lato della domanda dal contributo negativo della componente interna e dal lato dell’offerta dalla caduta produttiva del settore industriale», scrive l’Istat, aggiungendo che «l’indicatore anticipatore dell’economia rimane negativo a luglio, suggerendo per i prossimi mesi un proseguimento della fase di debolezza dell’economia italiana». Più chiaro di così.

«Il futuro non è fatto di 0,1-0,2 e di improvvisi trionfi se invece dello 0,6 abbiamo lo 0,7 di crescita acquisita, perché quello non cambia la situazione di difficoltà dell’Italia», commenta la segretaria generale della Cgil Susanna Camusso. «In questi anni, al di là delle dichiarazioni del presidente del Consiglio, la verità è che ai giovani si sono offerti i voucher e non una prospettiva di occupazione. Il governo che aveva voluto dare come messaggio quello di superare “l’apartheid” ne ha costruito uno ancora peggiore».

La Cgil chiede una «terapia shock»: «Occorre affrontare le grandi emergenze sociali, la disoccupazione giovanile e femminile, creando direttamente lavoro». Il sindacato annuncia la presentazione di un suo «piano straordinario» il 13 settembre. Camusso, tra l’altro, era tornata a parlare di patrimoniale nei giorni scorsi: tassare i ricchi per permettere allo Stato di investire risorse nel pubblico e incentivare gli aumenti contrattuali nazionali. I ministri Poletti e Calenda, però, le avevano risposto picche.

Annamaria Furlan, segretaria Cisl, è su un’altra lunghezza d’onda: nessuna patrimoniale, ma piuttosto un «Patto per la crescita tra il governo, le regioni, le imprese, i sindacati, le banche». Obiettivi: «Riduzione delle tasse, sostegno alla domanda e agli investimenti pubblici e privati, con un cambiamento a livello europeo delle politiche di rigore». Anche perché le risorse fresche, senza nuova flessibilità (o senza tassare i più ricchi, come vorrebbe la Cgil), altrimenti con le chiacchiere non si trovano.

Per la Uil servono «nuove politiche industriali, nel manifatturiero e nell’edilizia; sostegno alla domanda interna, investimenti pubblici, più protezione sociale, più potere di acquisto a salari e pensioni».

Gli industriali vorrebbero un piano soprattutto di sostegno agli investimenti privati, ribadiscono di aspettarsi il calo delle tasse sulle attività produttive (punti che Renzi ha già più volte confermato, dall’Ires all’Iri, a differenza della parte più «sociale» della prossima manovra, che resta più vaga) e incentivi al salario di produttività (quello erogato in azienda, lasciando sullo sfondo e quasi inalterato quello nazionale): il presidente dei giovani industriali di Confindustria, Marco Gay, chiede «la riduzione di tasse come l’Ires, investimenti pubblici, ma anche privati per aiutare l’innovazione. Le imprese non vogliono finanziamenti a pioggia, ma investimenti nei settori strategici».

Federconsumatori e Adusbef chiedono «un piano di 60 miliardi di investimenti pubblici». Dove reperire i fondi? «Lotta all’evasione, tassazione delle rendite finanziarie, riduzione degli sprechi. Vendita di parte delle riserve auree, se necessario, e delle quote dei gioielli di famiglia come Poste, Eni, Enel e Ferrovie».

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